Ispra, più alberi per migliorare la qualità dell’ambiente urbano in Italia

Ma di fronte all’inesorabile avanzata del cemento non c’è forestazione sostenibile che tenga

[16 dicembre 2015]

staino cementificazione insettone

L’11esima edizione del Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano, presentata oggi dall’Ispra, cerca di rispondere a un quesito di fondo difficile da indagare in profondità: come si vive nella città italiane? Il contesto assai mutevole ed eterogeneo che cambia lungo i confini dello Stivale non facilita il compito, ma l’estensione dell’analisi da parte dell’Istituto a 85 comuni capoluogo rende una buona approssimazione. Lo studio si concentra sulla qualità dell’ambiente urbano con cui ogni giorno oltre 17 milioni di italiani (circa il 28% del totale) si trovano a convivere, offrendo così una bussola di peso anche per l’orientamento delle politiche pubbliche.

Politiche i cui effetti, a leggere i dati rilevati dall’Ispra per il 2014, ancora non possono certo dirsi soddisfacenti. Il focus sull’inquinamento atmosferico ne è un esempio: affronta un tema di rilevanza prioritaria in quanto rappresenta un importante fattore di rischio per la salute umana, i cui effetti sono documentati da numerosi studi clinici, tossicologici ed epidemiologici, oltre a determinare importanti effetti dannosi all’ecosistema e ai manufatti. E i risultati non possono dirsi confortanti.

Alcuni standard normativi per la protezione della salute umana – nota l’Ispra – non sono ancora rispettati in un largo numero di aree urbane: per il Pm10 si registrano superamenti del valore limite giornaliero in 30 aree urbane e 18 di queste hanno già superato il valore limite giornaliero nel primo semestre del 2015; inoltre, il valore limite annuale per l’NO2 è superato in 20 città. I livelli di ozono continuano ad oscillare di anno in anno, soprattutto in conseguenza delle condizioni meteorologiche nella stagione estiva, restando nel 2014 (e nel periodo estivo 2015) ben al di sopra degli standard normativi nella gran parte delle città.

Valori pericolosamente fuori norma, anche se non mancano alcuni segnali di miglioramento su altri fronti dell’inquinamento atmosferico: ii limiti di legge di benzene, arsenico, cadmio e nichel (riferiti alla media annuale) sono rispettati in tutti i casi, come accade ormai da alcuni anni; anche per quanto riguarda il Pm2.5 il valore limite viene superato solo nell’agglomerato di Milano, mentre per il benzo(a)pirene si registrano superamenti del valore obiettivo oltre che nell’agglomerato di Milano anche a Torino, Bolzano e Terni.

Trend sui quali certamente influisce profondamente la crisi economica, che da tempo comprime produzione e consumi quanto le emissioni inquinanti, ma anche l’implementazione di tecnologie più pulite. Un aiuto men che modesto arriva invece dal Trasporto pubblico locale che – sebbene rappresenti un elemento particolarmente significativo per l’analisi della vivibilità delle nostre città, anche con riferimento alla qualità dell’aria – rimane su livelli distanti dai valori del periodo 2008-2011 (circa 8% in meno l’utilizzo registrato). Di fronte a questi dati storici è dunque solo una magra consolazione constatare che nel 2014 il Tpl ha registrato una lieve ripresa rispetto al 2013, con un incremento si concentra nei grandi comuni e in particolare a Napoli, Torino, Venezia, Bologna e Palermo. Difficile d’altronde pensare che le cose avrebbero potuto andare diversamente, visti i tagli che hanno profondamente colpito il settore; come nota oggi il dossier di Legambiente “Pendolaria”, rispetto al 2009  «le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 25% con la conseguenza che le Regioni, a cui sono state trasferite nel 2001 le competenze sui treni pendolari, hanno effettuato in larga parte dei casi tagli al servizio e aumento delle tariffe».

In questo contesto di magrissime risorse pubbliche, per ridurre l’inquinamento atmosferico e al contempo migliorare la qualità dell’ambiente urbano potrebbero dare una mano – come sottolinea l’Ispra – interventi dal lato della forestazione urbana, ovvero la gestione degli alberi e delle risorse forestali entro e attorno ai centri abitati, che fornisce benefici non solo ambientali, ma anche sociali ed economici. Al proposito l’Istituto ha presentato oggi anche le Linee guida di forestazione urbana sostenibile, offrendo importanti indicazioni: ad esempio, se l’obiettivo è la lotta ai cambiamenti climatici e l’incremento della biodiversità urbana e periurbana, sarà preferita la creazione di nuove aree boscate, mentre per l’abbattimento di inquinanti atmosferici o barriere antirumore la scelta progettuale riguarderà principalmente viali e parcheggi. Né d’altra parte un albero vale l’altro: per quel che concerne le polveri (Pm10 e Pm2,5) – sottolinea l’Ispra –  in linea generale sempreverdi e conifere sono più efficienti delle latifoglie nel lungo periodo, avendo foglie persistenti e una elevata densità e superficie fogliare. Nel caso di progettazione di aree fruibili dalla cittadinanza per attività ricreative, ludiche e sociali, ed in particolare dedicate ai bambini, sarà opportuno tener conto del potenziale allergenico delle specie da introdurre, evitando ad esempio di piantare alberi quali cipressi o betulle.

Neanche gli alberi, però, possono niente (ne sono anzi le prime vittime) contro il grande cancro che decenni mangia il Paese: il consumo di suolo.  I valori di superficie consumata totale stimati con lo stesso metodo degli anni precedenti – riassume l’Ispra – non si discostano sostanzialmente dai dati del X Rapporto, confermando gli alti valori per i Comuni di Roma, Milano, Ravenna e Torino, con oltre 11.000 ettari per Milano al 2015 e 33.000 ettari per Roma (dove il Dipartimento tutela ambientale cittadino ha contribuito a stendere le linee guida presentate oggi dall’Ispra). E di fronte all’avanzare del cemento non c’è forestazione sostenibile che tenga, mentre il ddl sul consumo di suolo attende ormai da anni di essere votato in Parlamento.

L. A.