Solo la legalizzazione permette di gestire e migliorare il settore

Quando la cannabis può far male, all’ambiente. Gli Usa puntano a coltivazioni sostenibili

In Colorado giro d’affari da 1 miliardo di dollari, entro il 2020 le entrate della marijuana legale potranno superare quelle del football

[6 marzo 2017]

Mentre in Italia il progetto di legge per la legalizzazione dei derivati della cannabis, pur sottoscritto da 221 deputati, è ancora inchiodato (dal luglio 2015) presso le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera senza che il Parlamento mostri voglia di discuterne, negli Stati uniti il dibattito si è già spostato su un livello più “scientifico”: come rendere sostenibile la coltivazione della canapa.

Ormai sono numerosi gli Stati Usa dove l’utilizzo della cannabis a livello ricreativo è stato sdoganato: oltre a Colorado, Washington, Alaska e Oregon, dallo scorso novembre si sono aggiunti alla lista California, Nevada, Massachusetts, Maine. Non tutti Paesi dove la coltivazione della canapa è agevole dal punto di vista climatico, con conseguenti dispendi di acqua ed energia che si sommano a quelli della lavorazione.

Come spiegano  i ricercatori della University of North Carolina e della Lancaster University, le dimensioni del fenomeno sono ormai degne di approfondite analisi dal punto di vista ambientale, oltre che economico: solo in Colorado, i ricavi dovuti alla vendita di cannabis «hanno raggiunto 1 miliardo di dollari, più o meno uguali a quelli alla coltivazione del grano nello stato. Entro il 2020 si stima che le vendite di marijuana legale in tutto il Paese genereranno più entrate annuali della National Football League».

Ambientalmente, però, questo comporta dei costi: non esistono attività umane a impatto zero. La coltivazione della cannabis richiede temperature attorno ai 25-30 °C, suoli fertili e ingenti volumi d’acqua (circa il doppio di quella necessaria per far crescere l’uva da vino); l’energia necessaria per una coltivazione indoor è paragonabile a quella consumata da un data center di Google, mentre l’impiego di pesticidi, erbicidi e fungicidi incide sulla salubrità degli ecosistemi, con impatti negativi che arrivano anche dalle emissioni atmosferiche dovute alla lavorazione industriale della cannabis.

«Ci sono notevoli, potenziali problemi di salute pubblica dovuti alle emissioni degli impianti stessi, piuttosto che – sottolinea William Vizuete, professore associato di scienze ambientali e ingegneria presso la UNC’s Gillings school of global public health – al fumo di cannabis. Queste emissioni provocano l’inquinamento dell’aria, sia indoor che outdoor». Quanto? Ancora non è dato sapere con precisione, dato che gran parte dei dati sulla coltivazione della cannabis provengono dalle attività di sorveglia mento di attività illegali.

«Lo status illegale della cannabis ci ha impedito di comprendere gli impatti negativi che la sua coltivazione su scala industriale può avere sull’ambiente e sulla salute pubblica – osserva il dr. Ashworth del Lancaster Environment Centre – Oggi questo è un settore che sta attraversando una transizione epocale, che offre l’occasione storica di presentarsi come esempio mondiale nella leadership delle buone pratiche e della salvaguardia ambientale». Dunque, bene coltivare la canapa, ma in modo sostenibile: un passaggio che solo la legalizzazione può rendere possibile.