La microplastica mette in pericolo i pesci, la preferiscono allo zooplancton

«Come il fast food che è malsano per gli adolescenti ma si rimpinzano solo di quello»

[3 giugno 2016]

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Il nuovo studio “Environmentally relevant concentrations of microplastic particles influence larval fish ecology”, pubblicato su Science da due ricercatori dell’università svedese di Uppsala hanno scoperto che le larve di pesce esposte a particelle di microplastica durante lo sviluppo «mostrano un cambiamento del  comportamento e una crescita stentata che portano ad notevolmente aumentato i tassi di mortalità». Infatti Oona Lönnstedt e Peter Eklöv dicono che, messe di fronte alle particelle di microplastica, le larve di pesce persico hanno mangiato solo plastica e ignorato la loro fonte di cibo naturale: lo zooplancton.

Le particelle di microplastica (particelle di plastica  di <5mm) provengono dalla cattiva gestione del ciclo dei rifiuti e del mancato recupero di materia – o, quando ciò non fosse possibile, di energia – che fa finire in mare grandi quantità di plastiche che poi si frammentano in pezzi sempre più piccoli oppure (sempre di più) da manufatti di  dimensioni microscopiche, come ad esempio le microsfere contenute nei prodotti per la cura personale o nelle creme solari. Queste particelle microscopiche rifiuti raggiungono gli oceani attraverso i corsi d’acqua e si accumulano in alte concentrazioni nelle zone costiere, marine e lacustri, poco profonde.

C’è una crescente preoccupazione per le conseguenze che l’accumulo di particelle di microplastica possono  avere sul funzionamento degli ecosistemi marini, ma la nostra conoscenza sugli impatti sugli animali marini è limitata e, per la prima volta, con questo studio gli scienziati sono stati in grado di dimostrare che lo sviluppo dei pesci è minacciato dall’inquinamento da microplastica.

La biologa marina Lönnstedt, principale autrice dello studio,  spiega che «I pesci allevati a diverse concentrazioni di particelle di microplastiche hanno ridotto i tassi di schiusa e mostrato comportamenti anomali. I livelli di particelle microplastiche testate  in questo studio sono simili a ciò che si trova oggi in molti habitat costieri in Svezia e in altre parti del mondo». In assenza di micro-plastica, circa il 96% delle uova si sono schiuse con successo, una percentuale scesa all’81% in quelle esposte a grandi quantità di microplastiche.

Le larve di pesce persico esposte in un ambiente con concentrazioni rilevanti di particelle di polistirene hanno mostrato un tasso di crescita stentato che secondo Lönnstedt ed Eklöv  è legato alle preferenze di alimentazione larvale, dato che il pesce persico che ha avuto accesso alle particelle di microplastica ha mangiato solo plastica e ha ignorato lo zooplancton. La Lönnstedt  ha detto in un intervista a BBC News: «Avevano tutti accesso allo zooplancton e tuttavia quelli in trattamento hanno deciso di mangiare solo plastica. Sembra essere uno spunto  chimico o fisico  che ha la plastica, che innesca una risposta alimentare nel pesce». E i pesci le cui uova si erano schiuse in acqua con elevate quantità di microplastiche erano «più piccoli, più lenti e più stupidi» di quelli schiusi in acque pulite.

L’altro autore dello studio, Eklöv, sottolinea che «Questa è la prima volta è stato scoperto un animale che si alimenta preferenzialmente con particelle di plastica ed è motivo di preoccupazione» la  Lönnstedt aggiunge: «Le larve esposte a particelle microplastiche durante lo sviluppo presentano anche un cambiamento nei comportamenti e sono meno attive del pesce che è stato allevato in acqua che non conteneva particelle microplastiche. Inoltre, i pesci esposti alle particelle di microplastica  ignorato l’odore dei predatori che di solito evoca comportamenti anti-predatori innati nei giovani pesci».

La mancanza di una risposta anti-predatoria rende gli avannotti più vulnerabili ai predatori. In effetti, quando  i pesci persico sono stati messi insieme ad un loro predatore naturale, il luccio, quelli che erano stati esposti alle particelle di microplastica sono stati catturati e mangiati 4 volte più velocemente dei pesci non esposti e tutti i pesci esposti a particelle microplastiche morti entro 48 ore. Se questa risposta nelle larve di pesci si traducesse in tassi di mortalità più elevati a causa di un aumento del rischio di predazione in natura, ci potrebbero essere conseguenze dirette per la ricostituzione e la sostenibilità delle popolazioni ittiche.

Eklöv avverte che  «Recentemente sono stati osservati incrementi dell’inquinamento da microplastica  nel Mar Baltico e cali di reclutamento nelle specie costiere commerciali chiave, come il pesce persico e il luccio.  Il nostro studio suggerisce che sia un potenziale driver per la diminuzione del tasso di reclutamento osservata  e per la diminuzione e l’aumento della mortalità».

La Lönnsted non nasconde la sua preoccupazione: «Se le fasi iniziali della life-history di altre specie sono ugualmente colpite dalle microplastiche, e questo si traduce in un aumento dei tassi di mortalità, gli effetti sugli ecosistemi acquatici potrebbero essere profondi». La biologa svedese fa un paragone con quanto succede agli esseri umani: «I pesci vengono fondamentalmente ingannati, credono  che sia una risorsa ad alta energia e che ne debbano mangiare un sacco di. Penso  che sia come il fast food che è malsano per gli adolescenti ma si rimpinzano solo di quello».

In effetti, i risultati evidenziano effetti ecologicamente importanti e precedentemente sottovalutati delle particelle di microplastiche che entrano negli ecosistemi marini, e sottolinea «la necessità di nuove strategie di gestione o di prodotti biodegradabili alternativi che diminuiscano il rilascio di prodotti microplastici di scarto».

L’università s di Uppsala sottolinea che lo studio di Lönnstedt ed Eklöv «dovrebbe essere visto come un campanello d’allarme per quello che sta succedendo in molti mari di tutto il mondo. Tuttavia, sono necessari studi più estesi prima di trarre conclusioni di vasta portata».