L’ecosistema di Fukushima: come la contaminazione radioattiva cambia la vita

Nessuno scienziato ha voluto questo disastro, ma visto che è avvenuto sarebbe un grave errore non studiarne le conseguenze

[23 luglio 2013]

L’11marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9,0 colpì il Giappone: poco dopo onde di tsunami alte fino a 30 metri colpirono la centrale nucleare di Fukushima causando seri danni ad alcuni dei suoi sei reattori. La fusione parziale del combustibile e l’acqua versata sui reattori per raffreddarli ha causato la diffusione nell’ambiente di inquinanti radioattivi. L’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite con sede a Vienna ha classificato l’incidente al livello più alto, paragonabile a quello di Chernobyl. Alcune decine di migliaia di persone sono state evacuate dalle loro case in un’ampia zona contaminata.

Ieri la Tepco, la compagnia privata che gestisce il nucleare civile in Giappone, compresa la centrale di Fukushima, ha ammesso per la prima volta che l’acqua contaminata si è infiltrata nel sottosuolo e ha raggiunto anche il mare. In alcuni punti la concentrazione di cesio-134 (uno degli isotopi radioattivi liberati) è salita di 110 volte in pochi giorni.

La situazione è del tutto inedita, da molti punti di vista. Perché è la prima volta che un’ampia zona di un paese democratico è esposto a radiazioni di bassa intensità i cui effetti possono essere studiati. Nel 1986 l’incidente di Chernobyl evocò in Michail Gorbaciov la consapevolezza che l’Unione Sovietica aveva bisogno di glasnost (trasparenza), oltre che di perestrojka (efficienza). Ma è un fatto che l’area contaminata tra l’Ucraina e la Bielorussia fu recintata e l’ingresso vietato a qualsiasi gruppo di ricerca indipendente.

La glasnost è ora possibile a Fukushima. E gli effetti dell’esposizione a radiazioni di bassa intensità possono essere studiati in dettaglio. E non solo per quanto riguarda direttamente la salute umana. Ma anche per quanto riguarda la salute degli ecosistemi, terrestri e marini.

È una possibilità che dobbiamo cogliere. Ma che finora nessuno ha colto, non in maniera sistematica e coordinata. Per questo lo scorso 18 marzo David Brenner, direttore del Center for Radiological Research della Columbia University di New York, ha preso carta e penna e ha scritto a John Holdren, il consigliere scientifico di Obama: il governo degli Stati Uniti finanzi una ricerca sugli effetti ecologici della contaminazione radioattiva nei dintorni di Fukushima. Ne avremo un vantaggio non solo in termini di conoscenza fondamentale, ma anche di conoscenza indiretta dell’effetto della radioattività sull’organismo umano.

Sebbene in maniera non coordinata, singoli gruppi, tuttavia, stanno già studiando gli effetti delle radiazioni su piante e animali a Fukushima. Quello americano diretto da Tim Mousseau, che si occupa di genetica evolutiva presso la University of South Caro­lina, è già alla terza stagione di studi e ha raccolto molte informazioni su cosa sta succedendo in diverse comunità di uccelli e insetti. Il gruppo ha rilevato un aumento della mortalità, ma i risultati sono in corso di valutazione e se ne saprà di più solo quando saranno pubblicati.

Ufficiali, invece, sono i dati raccolti dal gruppo di Joji Otaki, un ecologo dell’università giapponese Ryukyus di Nishihara, nella prefettura di Okinawa. Il gruppo ha studiato i cambiamenti in una specie di farfalle, la Zizeeria maha, raccolte sia in una zona compresa entro i 20 chilometri da Fukushima, sia in una zona più ampia, fino a 225 chilometri dalla centrale.

Lo studio è particolarmente significativo, perché Otaki e il suo gruppo studiavano queste farfalle da molti anni, prima dell’incidente. Nel mese di maggio 2012, a un anno e poco più dall’evento, hanno verificato pochi cambiamenti significativi nella popolazione adulta di farfalle. Hanno però trovato molte anomalie nella nuova generazione. Le giovani farfalline sono nate spesso senza ali o con occhi di dimensione spropositata. Inoltre moltissime sono morte nello stadio di pupae. Nel successivo mese di settembre le anomalie rilevate erano aumentate: ne era interessato il 50% delle nuove generazioni di farfalle.

Molti studiosi – come testimonia la rivista Nature in un suo recente reportage – invitano a non estendere in maniera inappropriata gli esiti di questo studio. La forma di ali e occhi delle farfalle varia a seconda della posizione geografica. È difficile risalire alla causa dell’anomalia (non è scontato che siano le radiazioni, potrebbero essere cause connesse ai cambiamenti antropici nella zona). E in ogni caso non è possibile estendere gli effetti sulle farfalle a quelli sugli uomini.

Certo, sostiene l’ecologa Marta Wayne, nessuno scienziato ha voluto questo disastro. Ma visto che è avvenuto sarebbe un grave errore non studiarne le conseguenze. E alla riunione dalla Society for Molec­ular Biology and Evolution che si è tenuta a Chicago nelle scorse settimane ha proposto ai suoi colleghi un programma molto semplice: studiamo l’evoluzione degli ecosistemi intorno a Fukushima, unificando gli standard e scambiandoci tutte le informazione.

Il movimento open data che propone la glasnost integrale nella comunità scientifica attraverso la comunicazione integrale di tutti i dati sta prendendo piede il mondo. E anche un disastro offre l’occasione per estendere l’idea: comunicare tutto a tutti.