L’inquinamento chimico ha raggiunto gli abissi delle Marianne e delle Kermadec

I crostacei delle profondità oceaniche fortemente contaminati da inquinanti proibiti

[14 febbraio 2017]

Nello studio “Bioaccumulation of persistent organic pollutants in the deepest ocean fauna” un team di ricercatori dell’università scozzese di Aberdeen indaga sull’inquinamento nelle grandi profondità marine, considerate come l’ultima terra incognita, quasi inaccessibile, praticamente inesplorata e che ci immaginiamonon toccata dall’inquinamento. Purtroppo non è così: nello studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, il team guidato da Alan Jameison, dell’Oceanlab, dell’Institute of biological and environmental sciences dll’università di  Aberdeen, rivela che anche negli abissi profondi è impresso il marchio indelebile delle attività antropiche.

Jamieson e il suo team hanno esplorato le fosse oceaniche più profonde del mondo: quella delle Marianne, nel nord-est dell’Oceano Pacifico, e quella delle  Kermadec, nel sud-est dl Pacifico, cioè quello che gli oceanografi chiamano l’ultraprofondo, la zona adopelagica che inizia dai 6.000 metri di profondità.

I ricercatori britannici hanno inviato nell’oscurità delle profondità marine un robot “lander” appositamente progettato per catturare, ai diversi livelli della colonna d’acqua (tra 7.200 e 10.000 metri nella fossa delle  Kermadec, tra 7.800 e 10.250 m per quella delle Marianne), degli anfipodi, piccoli crostacei detritivori che si nutrono di tutti i frammenti che raggiungono le profondità marine. E’ così che gli scienziati hanno raccolto campioni di tre specie endemiche: Hirondellea dubiaHirondellea gigas e Bathycallisoma schellenbergi.

I ricercatori di Aberdeen hanno poi analizzato il grasso e la materia secca degli anfipodi per capire se contenessero degli inquinanti organici persistenti (Pop) che non si degradano naturalmente e che, oltre che nell’ambiente, si accumulano nei tessuti degli esseri viventi che li inalano o li ingeriscono e che hanno molti effetti dannosi anche per gli esseri umani.

I ricercator cercavano in  particolare due gruppi di Pop: i policlorobifenili (PCB), molto utilizzati tra gli anni ’30 e gli anni ’70 per le loro proprietà isolanti prima di essere vietati perché tossici, e i polibromodifenileteri. (PCBDE), usati dall’industri petrolifera negli anni ’70 e ’80 e tuttora usati come ritardanti di fiamma  e per rendere ignifughi dispositivi elettrici, plastiche e tessuti.

Gli autori dello studio dicono di aver trovato nei crostacei «dei livelli straordinariamente elevati» di PCB e PCBDE. Per il PCB si parla di livelli 50 superiori rispetto a quelli trovati nei granchi delle risaie del fiume Liao, uno dei corsi d’acqua più inquinati della Cina e dello stesso ordine di quelli trovati nella baia di Suruga, una regione fortemente industrializzata del Giappone. Gli scienziati dell’università di Aberdeen concludono: «Questi dati mostrano chiaramente una forte contaminazione di origine umana e una bioaccumulazione nella fauna».

Commentando lo studio su Le Monde, François Galgani, un eco-tossicologo dell’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer (Ifremer) che non ha partecipato alla ricerca, ha sottolineato che «I livelli rilevati sono molto significativi. Vengoo normalmente raggiunti nelle zone costiere segnate da una forte attività industriale  – come la baia della Seine in Francia – e per altri inquinanti come i metalli, vengono nettamente superati solo in certi siti colpiti dall’estrazione mineraria, per esempio in Australia. Ma queste concentrazioni non erano state ancora mai documentate a tali profondità».

Il mistero è come PCB e PCBDE siano finiti a 10.000 metri di profondità, in fosse oceaniche sparate  separati l’una dall’altra da 7000 km di mare e a centinaia di chilometri dalla terraferma. Secondo gli autori dello studio potrebbero essere stati trasportati dalle correnti atmosferiche e oceaniche o essere arrivati negli abissi con aggregati di materia organica (batteri, cellule degradate di fitoplancton, di zooplancton e di organismi marini in decomposizione) o inorganiche (particolati e microrifiuti). Sono questi aggregati che formano la “neve marina”, il flusso continuo di particelle che dalla superficie precipita nel fondo del mare. Quindi le sostanze chimiche si accumulerebbero lungo la catena alimentare in modo che, quando raggiungono l’oceano profondo, le concentrazioni sono molte volte superiore a quella nelle acque di superficie.

Una delle ipotesi è che questo processo inquinante sia alimentato dalla plastica che galleggia in tutti i mari e gli oceani del mondo, detriti sui quali i Pop si fissano spontaneamente. Nel nord del Pacifico c’è il famoso Pacific gyre, una gigantesca area di convergenza oceanica  dove si è creato il Great Pacific Garbage Patch, quella che viene chiamata impropriamente isola di plastica e che in realtà è una gigantesca zuppa di frammenti plastici e microplastica.

Resta ancora da studiare quali siano le conseguenze di questo inquinamento sugli ecosistemi abissali  e all’università di Aberdeen ricordano che la produzione mondiale di PCB è stimata in 1,3 milioni di tonnellate, un terzo delle quali si dovrebbero trovare nelle discariche e un terzo nelle attrezzature elettriche. Il terzo che rimane avrebbe raggiunto gli oceani e i sedimenti marini.

L’australiana Katherine Dafforn dell’università del New South Wales,  che non è stata coinvolto nello studio, ha detto a BBc News: «Anche se gli autori sono stati in grado di quantificare le concentrazioni di PCB e PCBE nei crostacei spazzini dalla zona adopelagica, la fonte dei Pop in queste aree e anche i meccanismi per il loro arrivo rimangono in gran parte sconosciuti. Inoltre, gli effetti tossici di queste sostanze inquinanti e il loro potenziale di bioamplificazione, lungo la catena alimentare devono ancora essere testati». Ma ha aggiunto che il team scozzese ha «fornito una chiara evidenza che l’oceano profondo, invece di essere remoto, è fortemente collegato alle acque di superficie ed è stato esposto a concentrazioni significative di inquinanti prodotti dall’uomo».

Insomma, i rifiuti della civiltà non smettono di avvelenare i crostacei a grandi profondità e, insieme a loro, l’intera catena alimentare.