Microplastiche: attenzione alla lavatrice

Un carico di lavaggio medio potrebbe rilasciare più di 700.000 fibre microscopiche

[14 ottobre 2016]

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Dopo che i ricercatori giapponesi hanno scoperto che la microplastica è ormai penetrata anche nell’Oceano meridionale e nella catena alimentare delle creature dell’Antartide, dopo che le microplastiche sono state trovate in un remoto lago della Mongolia, dallo studio “Release of synthetic microplastic plastic fibres from domestic washing machines: Effects of fabric type and washing conditions” pubblicato sul Marine Pollution Bulletin arriva un’altra pessima notizia che riguarda le nostre abitudini giornaliere: lavare i vestiti rilascia migliaia di particelle di microplastica nell’ambiente.

Secondo Imogen Napper e Richard Thompson i due ricercatori dl Marine biology and ecology research centre della School of marine science and engineering dell’università di Plymouth «Un carico medio di lavaggio potrebbe rilasciare 137.951 fibre di poliestere-cotone, 496.030 fibre di poliestere e 728.789 di  acrilico». Quindi, ogni volta che utilizziamo la lavatrice potrebbero essere rilasciate nelle acque di scarico circa 700.000 fibre microscopiche, molte delle quali rischiano di non essere trattenute degli impianti di  trattamento delle acque reflue e finire nell’ambiente. Il 40% delle microfibre passa  attraverso gli impianti di trattamento e finisce direttamene in mare o nei fiumi e nei laghi, dove possono essere ingerite dagli organismi filtratori con effetti  che potrebbero essere devastanti.

Lo studio dell’università di Plymouth ha esaminato la massa, l’abbondanza e la dimensione delle fibre presenti negli effluenti  dopo lavaggi di tessuti sintetici a temperature standard di 30° C e 40° C. e ha scoperto che centinaia di migliaia di minuscole particelle di sintesi potrebbero essere rilasciate in ogni lavaggio, confermando un precedente studio che indicava nel  lavaggio dei vestiti è una delle principali fonti di fibre microscopiche nell’ambiente acquatico.

Thompson, che e lavora in questo campo da più di 20 anni. è uno dei maggiori esperti internazionali di microplastiche e detriti marini e insieme a Napper, un dottorando della Plymouth, scrive sul Marine Pollution Bulletin: «La quantità di microplastiche nell’ambiente dovrebbe aumentare nel corso dei prossimi decenni e ci sono preoccupazioni riguardo ai potenziali effetti nocivi se vengono ingerite. Ma, mentre il rilascio di piccole fibre come risultato del lavaggio di tessuti era  stato ampiamente suggerito come una potenziale fonte, c’è stata poca ricerca quantitativa sulla rilevanza della sua importanza o sui fattori che potrebbero influenzare tali scarichi. Questo è stato l’obiettivo della nostra ricerca».

I ricercatori hanno lavato capi in poliestere, acrilico e poliestere-cotone a 30° C e a 40° C con varie combinazioni di detersivo e ammorbidente. Poi l fibre sono state estratte dai reflui ed esaminate con un microscopio elettronico per determinarne sia la dimensione media che eventuali differenze di massa e abbondanza tra i trattamenti. E’n così che è stato scoperto che un carico medio di lavatrice da 6 kg potrebbe rilasciare centinaia di migliaia di microfibre artificiali  che è venuto fuori che, indipendentemente dai diversi  trattamenti, i capi in poliestere-cotone diffondono meno fibre di quelli in poliestere e di acrilico, ma anche che «l’aggiunta di bio-detergenti o condizionatori tendeva a rilasciare più fibre».

Thompson, che guida l’International marine litter research unit dell’università di Plymouth  ha recentemente partecipato all’audizione sull’inchiesta sulle microplastiche avviata dall’Environmental audit committee della Camera dei Comuni britannica, che ha presentato delle raccomandazioni per chiedere il divieto dell’utilizzo delle microfere di plastica nei prodotti cosmetici. :

Thompson precisa: «Chiaramente, non stiamo sostenendo che questa ricerca dovrebbe far scattare qualcosa di simile al divieto recentemente annunciato per le microsfere. In questo caso, una delle considerazioni che hanno portato all’intervento politico è stata la mancanza di chiari vantaggi per la società derivanti dall’introduzione di particelle microplastiche nei cosmetici, insieme alle preoccupazioni per l’impatto ambientale. I benefici per la società di prodotti tessili sono indubbi e quindi bisogna fare in modo che qualsiasi intervento volontario o politico venga indirizzato verso la riduzione delle emissioni, sia attraverso i cambiamenti nel design tessile o la filtrazione degli effluenti, o di entrambi».

Thompson è comunque consapevole che anche le microplastiche trattenute dagli impianti di depurazione sono un bel problema: ora i fanghi dei depuratori sono pieni di piccole particelle di plastica, troppa per metterli in una discarica e troppa per utilizzarli come fertilizzanti, quindi, nella maggior parte dei casi, le microplastiche trattenute dai depuratori prima o poi finiranno nell’ambiente.

Il ricercatore britannico è convinto che dobbiamo affrontare il problema alla fonte. «Stiamo sostenendo che i produttori tengano conto non solo dell’aspetto del capo di vestiario, ma anche della longevità del capo.  Dopo tutto, una camicia che perde fibre tre volte più velocemente si usura tre volte più rapidamente. Se siamo in grado di passare a prodotti che siano di lunga durata per il consumatore e se alla fine del suo ciclo di vita  il capo potesse essere riciclato, sarebbe la cosa migliore per tutti»