Mont-Saint-Michel inquinata dalla plastica degli allevamenti di ostriche e cozze

E’ polemica tra mitilicoltori e ambientalisti. Ma la plastica viene anche da altre fonti

[11 Febbraio 2019]

Mont-Saint-Michel è uno dei luoghi più famosi del mondo, ma la sua magnifica baia si trova di fronte a un nuovo pericolo: la plastica prodotta dagli allevamenti di coxzze e ostriche.  Gli ambientalisti chiedono pronti interventi per difendere ambiente e immagine di  Mont-Saint-Michel, ma gli allevatori di bivalvi dicono che per ora non esiste una soluzione.

Intervistato da Bertrand Fizel su Le Parisien, Pierre Lebas, presidente degli Amis du rivage de la baie du Mont-Saint-Michel, non nasconde la sua collera per quanto sta succedendo: «E’ inammissibile che in un sito così favoloso come Mont-Saint-Michel, classificato Patrimonio mondiale dell’Unesco, gli escursionisti possano ritrovarsi faccia a faccia con dei veri pezzi di rifiuti di plastica. Immaginate se, dopo la loro visita sulla Torre Eiffel, i turisti stranieri scoprissero un inquinamento così sul Champ-de-Mars. Non lo tollererebbero per un secondo»

Lebas ce l’ha soprattutto con i maricoltori che hanno i loro impianti nei dintorni della Merveille. 120 imprese che danno lavoro a circa 600 persone e che producono ostriche considerate tra le più buine della Francia e le sole cozze a denominazione di origine controllata. Il problema è che, per proteggere la loro produzione di qualità, gli acquacoltori utilizzano diversi materiali e tra questi ci sono reti e coni di plastica per impedire ai granchi e agli uccelli marini di attaccare le conchiglie. Durante le maree o le tempeste molto pesanti che si abbattono sulla costa della Bretagna, il mare strappa via questi elementi e li scarica in massa sul litorale.

Sylvain Cornée, vice-presidente del Comité régional de la conchyliculture de Bretagne-Nord, non nega che il problema esista, ma assicira che «Gli imprenditori mettono in opera per limitarlo al massimo. Sarebbe suicida trascurare l’ambiente dal quale siamo interamente tributari. Ma il mare e le tempeste sono perfino più forti dei materiali che utilizziamo. E’ vero, c’è una parte di perdita di questi rifiuti che non possiamo evitare».

Cornée  sottolinea: «Ci rivolgiamo quindi a un’associazione di reinserimento che, tre giorni al mese, dopo ogni grande marea, raccoglie i rifiuti lungo il litorale, Inoltre, abbiamo numerato alcuni materiali per vedere quali sono le loro imprese di origine e responsabilizzare ciascun produttore. E questo funziona. Abbiamo già ridotto molto sensibilmente i rifiuti in mare- Ma scontiamo un limite tecnico. Bisognerebbe che I ricercatori ci trovassero subito degli strumenti biodegradabili efficaci. In attesa, si fa quel che si può».

Impegni e disponibilità che non convincono tutti:  François Lamotte d’Argy, una guida della baia, ha detto a Le Parisien  che «La situazione si è piuttosto aggravata. Si vedono veramente molti rifiuti spiaggiati sulla sabbia e in particolare questi coni di plastica che utilizzano i mitilicoltori. Sicuramente, Certo, questo non sfugge ai nostri escursionisti che sono spesso sorpresi da queste quantità di rifiuti professionali. Detto questo, conchiglicoltori locali non sono certo i soli a essere responsabili: molti rifiuti provengono anche dal mare, gettati in mare da pescatori o da diportisti che peggiorano significativamente questa situazione».

Insomma, a Mont-Saint-Michel industria turistica e mitilicoltura rischiano di diventare inconciliabili, ma i rischi sono simili in tutto il mondo e le soluzioni anche: innovazione, nuovi materiali e un utilizzo “prudente” della plastica là dove non può essere sostituita.