Risarcimento BP da 20 miliardi di dollari per la marea nera della Deepwater Horizon

Petrolio offshore, i repubblicani contro Obama: le regole per la sicurezza danneggiano i petrolieri

Gli ambientalisti: le nuove regole non cambiano molto. E nel Golfo del Messico si trivella più di prima

[5 aprile 2016]

Depwater Horizon

Probabilmente i Repubblicani non potevano scegliere un periodo peggiore per lanciare la loro iniziativa a favore delle compagnie petrolifere “vessate” dalle nforme ambientali introdotte da Barack Obama dopo il disastro della Deepwater Horizon di quasi 6 anni fa. Infatti, un giudice federale ha approvato il risarcimento di 20 miliardi di dollari con il quale la Bp chiude anni di processi e denunce per la marea nera che nel 2010 provocò nel Golfo nel Messico il più grande disastro ambientale della storia Usa. Si tratta dell’accordo del quale greenreport.it aveva già dato notizia a luglio e la BP alla fine ha dovuto mettere sul piatto altri 1,3 miliardi di dollari rispetto ai 1,7 previsti.

Mentre la BP cercava di cancellare a suon di risarcimenti il ricordo di quell’immane disastro, quasi cinque anni dopo il naufragio della Deepwater Horizon che costò la vita a 11 persone e a innumerevoli animali, l’amministrazione Obama aveva annunciato una serie di nuove regole per la trivellazione offshore che sperava avrebbe impedito un altro enorme sversamento di petrolio e ora vorrebbe attuarle, ma ClimateProgress  rivela che i repubblicani Rob Bishop e Ken Calvert hanno inviato una lettera all’Office of Information and Regulatory Affairs (OIRA) nella quale esprimono le loro preoccupazioni perché le nuove regole potrebbero essere così gravose per l’industria petrolifera da «limitare severamente sia la sicurezza energetica attale che quella futura  e lo sviluppo sulla nostra piattaforma continentale nazionale». I due repubblicani sono preoccupati anche perché i loro amici petroli resterebbero privi di un percorso normativo chiaro per ricevere le concessioni e dicono che le oil companies così «non sarebbero in grado di portare avanti l’approvazione di investimenti multi-miliardari in dollari per sviluppare le risorse energetiche offshore della nostra nazione».

Sembra di sentir parlare i rappresentanti italiani dell’astensionismo alle tribune per il Referendum del 17 Aprile, ma  Bishop e Calvert scrivono sotto dettatura anche di multinazionali che hanno interessi nell’offshore italiano e che vorrebbero tornare ai tempi d’oro della deregulation e dei controlli “pilotati” emersi dalle inchieste dopo il disastri della Deepwater Horizont.

ClimateProgress spiega che i regolamenti proposti, adottati per primo un anno fa dal Department of the Interior and the Bureau of Safety and Environmental Enforcement (BSEE),  chiedono alle compagnie petrolifere e del gas di  eseguire prove e operazioni di manutenzione sui loro  blowout preventers, che servono a impedire che fuoriescano idrocarburi e le nuove regole prevederebbero controlli e revisioni annuali da parte di terzi e un controllo dettagliato aggiuntivo ogni 5 anni. E’ stato probabilmente proprio un guasto al blowout preventer della Deepwaer Horizon, presentata come una delle piattaforme più sicure del mondo, ad innescare quella che sarebbe diventata la più grande marea nera Usa, per la quale la BP sta ancora pagando i danni e della quale gli Stati Usa del Golfo stanno ancora subendo i danni economici per pesca e turismo e di cui non si conosce ancora la dimensione reale dei danni ambientali.

I due difensori dei poveri petrolieri non sono dei peones repubblicani: Bishop è presidente della Commissione risorse naturali della Camera Usa e Calvert presiede la sottocommissione interni, ambiente ed agenzia collegate, quindi è preoccupante che scrivano che i nuovi regolamenti «Fissano limiti arbitrari sulle trivellazioni che non nascono dalla scienza» e che potrebbe ostacolare la crescita economica nell’area del Golfo e la capacità degli Stati Uniti di produrre il proprio carburante. Che la BP ed altre multinazionali che operano nel Golfo non siano statunitensi è un dettaglio che non interessa molto i repubblicani Usa, come non interessa molto i difensori antireferendari delle piattaforme che la Total e molte compagnie che trivellano e estraggono in Italia non siano italiane.

Certo, i numeri sono ben diversi da quelli in ballo in Italia «La produzione di energia nel Golfo del Messico produce il 16 % el petrolio della nostra nazione e il 5% del nostro gas naturale – scrivono Bishop e Calvert –  ed è un fattore chiave per l’opportunità economica non solo negli Stati del Golfo, ma in tutta la nostra nazione. Dalla produzione, alla raffinazione, alle famiglie americane che ora stanno vedendo i prezzi più bassi alla pompa di benzina, tutti hanno beneficio dalla maggiore produzione di energia nelle nostre terre e  acque». Che il costo del carburante sia sceso a livello mondiale è un altro dettaglio che sembra non interessare i repubblicani Usa.

La cosa preoccupante è che l’industria petrolifera, con il passare del tempo dalla catastrofe della Deepwater Horizon e il calo dell’attenzione dell’opinione pubblica,  si sta opponendo con sempre maggiore forza a molti dei regolamenti proposti mesi fa, sostenendo che l’insieme di regole imporrà costi onerosi che saranno difficili da sopportare. Gli ambientalisti statunitensi non credono alle loro orecchie: infatti, quelle regole che i petrolieri e i repubblicani ritengono vessatorie sono molto simili alle best practices che l’industria petrolifera attuava già al tempo della Deepwater Horizont e probabilmente non rappresentano un significativo passo avanti per prevenire un’altra massiccia fuoriuscita di petrolio.

Jackie Savitz, vice presidente di Oceana Usa, è uno dei più scettici, quando vennero rese note le nuove regole, nell’aprile 2015, disse al Wall Street Journal: «Vogliamo davvero rafforzare la sicurezza o stiamo solo prendendo disposizioni ufficiali?».  Nonostante le critiche, al Dipartimento dell’Interno Usa sono convinti che i regolamenti verranno messi in atto al  presto, anche se in realtà ci vorranno tra i 3 e i 7 anni perché entrino pienamente in vigore, visto che alle compagnie petrolifere e del gas che si lamentano così tanto è stato dato un bel po’ di tempo per adeguarsi.

Dopo il disastro della Deepwater Horizon le compagnie petrlifere stanno molto più attente, ma sversamenti e incidenti non mancano e la Shell nel 2015 ha fatto una figuraccia quando ha annunciato la fine delle prospezioni nell’Artico, dopo che aveva speso miliardi di dollari in una campagna  per trivellare il Mare di Chukchi, 140 miglia al largo delle coste dell’Alaska.

Il problema vero è comunque il prezzo del petrolio: secondo Mother Jones , gli utili di due giganti come   ExxonMobil e  Chevron sono calati di oltre il 50% solo nell’ultimo anno (anche se guadagnano di più le loro aziende che producono prodotti raffinati) e per l’industria petrolifera, il costo dello sviluppo di nuovi progetti offshore dal 2000 ad oggi è aumentato del 120%,  mentre le forniture di greggio sono aumentate solo dell’11%.Nonostante il disastro della Deepwater Horizon e il basso prezzo del greggio, nel Golfo del Messico si estrae più di prima e secondo la U.S. Energy Information Administration la produzione nel Golfio del Messico Usa nel 2017 dovrebbe raggiungere livelli record e tra il 2015 e il 2017 dovrebbero diventare operativi 14 nuovi progetti. Strano che le Big Oil che paventano una catastrofe economica e lavorativa se entreranno in vigore le nuove regole di Obama investano così tanto ed estraggano a tutta forza…