Nel 2025 potrebbe diventare 17,5 milioni di tonnellate all'anno. La Cina il maggio responsabile

Quanta plastica finisce ogni anno negli oceani

I ricercatori: «Una sana e solida infrastruttura di gestione dei rifiuti è una priorità assoluta»

[13 febbraio 2015]

Uno studio (Plastic waste inputs from land into the ocean) presentato al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), in corso a San José in California, ha rivelato quanta plastica finisce in mare ogni anno a causa della cattiva gestione di questo variegato materiale: 8 milioni di tonnellate. Si tratta di ingenti quantità di materiali che ogni anno da terra trovano la strada per arrivare nei mari e negli oceani e, da possibile risorsa, trasformarsi in un pericolo per la biodiversità e in un inquinante di lunga durata.

Otto milioni di tonnellate di plastica, per rendere meglio l’idea, ricoprirebbero una superficie grande 34 volte quella dell’isola di Manhattan a New York, con uno spessore nel quale sprofondare fino alle caviglie. L’autrice principale dello studio, Jenna Jambeck dell’università della Georgia, propone un altro modo per comprendere l’entità del problema: «La quantità che entra nell’oceano è pari a circa cinque sacchetti di plastica per la spesa pieni per ogni piede di costa nel mondo», ha detto a BBC News.

Da tempo, ormai, si conoscono inoltre i grandi vortici di plastica oceanici (ma non mancano nemmeno nel Mediterraneo, come ben sanno i lettori di greenreport.it), ma la cosa inquietante che ribadisce questo nuovo studio è che una grande quantità di rifiuti plastici deve essere nascosta nei fondali degli oceani oppure degradata in minuscoli frammenti che vengono ingeriti dagli animali marini e penetrano nella catena alimentare, con conseguenze sconosciute: si tratta di una quantità  stimata tra le 20 e le 2000 volte superiore alla massa di plastica che si crede sia intrappolata nei vortici oceanici.

Il team statunitense e californiano ha messo insieme i dati internazionale sulla popolazione, la produzione di rifiuti e sulla loro (cattiva) gestione, e ha poi modellato gli scenari per le possibili quantità di plastiche che raggiungono l’ambiente marino. Per il 2010, si va da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate. Lo scenario medio è 8 milioni di tonnellate. Si tratta comunque di una piccola percentuale dei rifiuti in plastica prodotti globalmente in quell’anno, e circa 4,8 in meno delle tonnellate di tonni pescati  nel mondo. Kara Lavender, del Woods Hole Institute, riassume così la cosa: «In effetti, dal mare stiamo prendendo il tonno e dando la plastica».

Lo studio sottolinea: «Abbiamo calcolato che 275 milioni di tonnellate (MT) di rifiuti di plastica sono stati prodotti in 192 Paesi costieri nel 2010, con 4,8 – 12.700.000 MT entrate nell’oceano. La dimensione della popolazione e la qualità dei sistemi di gestione dei rifiuti determinano in gran parte come i Paesi contribuiscono alla grande massa di rifiuti non raccolti e che diventano rifiuti marini di plastica». Senza miglioramenti delle infrastrutture di gestione dei rifiuti, sottolinea lo studio, la quantità di plastica che finirà in mare è destinata ad aumentare ancora; e la colpa, è evidente, non è della plastica in sé, ma della cattiva gestione che se ne fa una volta utilizzata, non reimmentendola nei cicli produttivi.

Lo studio ha stilato anche una classifica degli Stati che contribuiscono di più all’immissione di plastica in mare: in testa c’è la Cina, con 1 milione di rifiuti di tonnellate. Un dato che è ancora più preoccupante perché non riguarda l’intera popolazione cinese, ma solo la parte (anche se maggioritaria) che vive lungo le coste.

I primi 20 Paesi nella classifica rappresentano il 83% di tutto il materiale plastico che, se gestito male, può finire in mare. Tra questi c’è anche l’atra grande potenza del pianeta, gli Stati Uniti d’America, che, nonostante abbia molto migliorato le pratiche di gestione dei rifiuti, ha grandi comunità costiere che hanno un forte impatto sull’ambiente marino, insieme a un’enorme volume di rifiuti pro-capite prodotti.

L’Unione europea, che viene considerata in blocco, è al 18esimo posto in classifica. Secondo il team di ricercatori, sono necessarie diverse soluzioni: i Paesi ricchi devono ridurre i consumi di prodotti monouso, di oggetti in plastica usa e getta, come le borse per la spesa; i Paesi in via di sviluppo devono migliorare le loro pratiche di gestione dei rifiuti (cosa che certo non farebbe male anche ai Paesi di più antica industrializzazione, come il nostro). Dalla classifica emerge in particolare che un numero relativamente piccolo di Paesi a medio reddito e di Paesi in rapido sviluppo stanno avendo gravi difficoltà.

La Jambeck sottolinea: «La crescita economica è accoppiata alla produzione di rifiuti. Ora, la crescita economica è una cosa positiva, ma quel che si vede spesso nei Paesi in via di sviluppo è che le infrastrutture di gestione dei rifiuti vengono trascurate. E, in una certa misura, giustamente, visto che stanno cercando di avere urgentemente un miglioramento per l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari. Ma, dal punto di vista dei rifiuti, non devono dimenticare il problema della gestione, perché se lo fanno, i problemi potranno solo peggiorare».

Infatti, se continua questo trend, nel 2025 potrebbero finire negli oceani 17,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti plastici non gestiti, cioè 155 milioni di tonnellate nei prossimi 10 anni. Se a questo si aggiunge che, secondo i calcoli della Banca Mondiale,  il “picco dei rifiuti” difficilmente sarà raggiunto prima del 2100, la situazione per l’ambiente e la biodiversità marina rischia di diventare davvero molto preoccupante.

«Non è possibile ripulire gli oceani da tutta la plastica – chiosa un altro degli autori dello studio, Roland Geyer dell’università della California – Santa Barbara – L’unica soluzione è chiudere il rubinetto. Come potremmo raccogliere la plastica dal fondo dell’oceano, dato che la profondità media è di 14.000 piedi? Per prima cosa, dobbiamo evitare che la plastica entri negli oceani. La mancanza di sistemi formali di gestione dei rifiuti provoca un alto input di rifiuti di plastica nell’oceano. Così, aiutare ogni paese a sviluppare una sana e solida infrastruttura di gestione dei rifiuti è una priorità assoluta».