Slow Food contro il mare di plastica e la minaccia invisibile delle microplastiche nel cibo

Slow Fish: « L’Italia si doti presto di una legge per l’abolizione del monouso»

[25 settembre 2018]

A Terra Madre Salone del Gusto, nell’area #foodforchange  dedicata a Slow Fish, si è parlato di mari e di plastiche e la discussione ha avuto un incipit provocatorio: «Non preoccupiamoci per i mari. Esistevano da prima di noi e continueranno a farlo anche senza di noi. Quello di cui dovremmo davvero preoccuparci, semmai, è se come esseri umani saremo ancora in grado di trarre dalle acque tutto quello che attualmente ci danno: più della metà dell’ossigeno che respiriamo e buona parte del cibo che portiamo in tavola, innanzitutto.

Roland Geyer, Jenna Jambeck e Kara Lavender Law, autori dello studio “Production, use, and fate of all plastics ever made” pubblicato su Science Advances nel 2017, hanno calcolato che dagli anni ‘50 a oggi la produzione totale di plastica ammonti a 8,3 miliardi di tonnellate. L’equivalente di 158.670 Titanic di plastica.
Di questi, 6,3 miliardi di tonnellate sono diventati spazzatura. Solo il 9% della plastica giunta al termine del suo utilizzo è stata riciclata, il 12% incenerita e il 79% accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, con grave danno per gli ecosistemi.  Dai 2 milioni di tonnellate del 1950 la produzione di plastica è arrivata nel 2015 a più di 400 milioni di tonnellate. I dati del rapporto Fao “Microplastics in fisheries and acquaculture” prevedono che la domanda cresca a ritmo ancora più sostenuto nei prossimi anni, toccando le 600 milioni di tonnellate entro il 2025 e il miliardo di tonnellate nel 2050. «Sempre più plastica, insomma – dicono a Slow Food –  ma soprattutto sempre più usa e getta.

E il fondatore di Slow Food Carlo Petrini ha ricordato che «La plastica era nata per essere uno strumento di realizzazione dei prodotti di lunga durata: anno per anno, tuttavia, è passata dalla durabilità al consumo immediato, al punto tale che oggi la componente usa e getta arriva intorno al 70%».

Paola Del Negro, direttrice della Sezione di ricerca oceanografica dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste, ha avvertito che «Non si tratta di demonizzare un materiale che ci ha permesso nell’ultimo mezzo secolo un grande salto culturale. Ricordiamoci che i primi negozi monomarca sono stati quelli della Moplen ed erano visti come qualcosa di molto innovativo. Oggi abbiamo tutti cognizione del fatto che le plastiche siano anche un problema: basti dire che in quattro sogliole su cento tra quelle pescate nell’Adriatico troviamo residui di materiali plastici. Il libro di Silvio Greco e Raffaella Bullo ha il merito di restituirci questa prospettiva storica, l’evoluzione del pensiero industriale nell’uso della plastica».

La Del Negro si riferisce a “Un’onda di plastica” (Manifestolibri) scritto da Silvio Greco, presidente del comitato scientifico di Slow Fish e Raffaella Bullo.

Slow Food evidenzia che «Alcune ricerche hanno stimato il peso dell’inquinamento plastico globale: comprende il75% di macroplastica, l’11% di mesoplastica e il 14% di microplastiche e Grieco aggiunge: «Non parliamo allora di plastica, ma piuttosto di plastiche: non c’è una plastica sola. Noi a oggi ricicliamo bene solo il polietilene e nei casi in cui le molecole sono mischiate spesso non sappiamo come fare: questo è un problema dentro il problema».

Alla deriva nei mari del nostro pianeta ci sarebbero minimo di 233.400 tonnellate di oggetti di plastica più grandi  rispetto a 35.540 tonnellate di microplastiche. «Negli ultimi decenni – ricordano a Slow Food –  si è osservata una diminuzione delle dimensioni medie dei rifiuti di plastica, così come una distribuzione globale delle microplastiche in costante aumento. E’ questa insomma la minaccia invisibile che percorre i nostri mari, arrivando a noi attraverso la carne dei pesci e dei molluschi. Ma anche nell’acqua delle bottigliette, nel sale marino, perfino nella birra e nel miele.  In più di 220 specie della fauna selvatica gli scienziati di tutto il mondo hanno ritrovato i detriti microplastici sparsi in natura. Escludendo uccelli, tartarughe e mammiferi, il 55% di queste sono invertebrati da pesca di importanza commerciale: cozze, ostriche, vongole, gamberetti comuni, scampi, acciughe, sardine, aringhe atlantiche, merluzzi bianchi e carpe comuni figurano nell’elenco».

Per quanto riguarda il nostro Paese, «In Italia ogni anno vengono individuate tra 40 e 50mila le tonnellate di rifiuti plastici marini» e secondo l’indagine Plastic free sea promossa dalla Goletta Verde di Legambiente, «il 95% dei rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è composto da plastica, per il 41% buste e frammenti». Stando alle stime del Cnr, «Nel Mediterraneo,  galleggiano 1,25 milioni di tonnellate di microplastiche e soltanto nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica ne è stata rilevata la presenza in quantità di 10 kg per km2».

A Slow Food fanno notare che «La buona notizia è che il nostro Paese è uno dei più avanzati per quanto riguarda la lotta all’usa e getta e il recupero delle plastiche. Mentre negli Usa si ricicla appena il 10% delle plastiche e nell’Unione Europea il 30%, l’Italia fa decisamente meglio della media continentale arrivando al 45% di riciclo.  Dal 1 gennaio 2019, inoltre, entrerà in vigore la legge che consente di commercializzare soltanto bastoncini per le orecchie biodegradabili, oggetti che oggi costituiscono il 7,8% della spazzatura nei mari. A partire dal 2020, invece, sarà vietata la vendita di cosmetici da risciacquo e detergenti contenenti microplastiche».
L’Italia è all’avanguardia anche sul piano normativo: siamo stati il primo Stato europeo a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e, grazie a una proposta di legge di Ermete Realacci, le microplastiche nei cosmetici.

il presidente di Slow Fish  Gaetano Pascale aggiunge: «L’Unione Europea ha iniziato un lavoro per arrivare all’eliminazione del monouso, ma c’è una possibile difficoltà: l’Ue infatti si limita alle raccomandazioni, che i singoli Stati dovrebbero recepire elaborando appositi progetti di legge. Una dichiarazione molto forte in questo senso è venuta dall’attuale ministro dell’Ambiente, il generale Sergio Costa, il quale ha assicurato che l’Italia si doterà a brevissimo di una legge di questo tipo: come Slow Food ci associamo a questo intento e vigileremo perché trovi seguito».

Grieco conclude: «Abbiamo di fronte uno scenario duro e battaglie feroci, perché l’industria dei componenti plastici e quella petrolifera si confondono: la DowDuPont, l’ExxonMobil, la Shell, la Chevron, la BP e in Italia l’Eni sono mostri intoccabili.  Intoccabile sembra essere anche il business: il mercato della plastica globale per il 2020 è valutato in circa 654,38 miliardi di dollari e, nel 2050, la quota di idrocarburi dedicata alla plastica toccherà il 14%, contro il 6% del 2014. Sono numeri impressionanti. Ma nel mondo si stanno formando consapevolezze inaspettate anche lì dove l’impatto è maggiormente critico».