Sorpresa, il buco nell’ozono non si sta rimarginando come si pensava

Senza il Protocollo di Montreal sarebbe enormemente cresciuto del 40%, ma il processo di miglioramento è frenato da un nemico inaspettato: il diclorometano

[29 giugno 2017]

Il 1987 rappresenta un anno che segna una svolta nelle battaglie ambientaliste: esattamente 30 anni fa venne siglato il Protocollo di Montreal – oggi sottoscritto da tutti i 197 Paesi del mondo, Italia compresa –  per proteggere l’ozono atmosferico, il cui famoso “buco” ha rappresentato la prima minaccia ambientale realmente percepita come globale. Il Protocollo si è mostrato come un successo dalla grande portata: se non fosse stato siglato, ha stimato una recente ricerca, il buco nell’ozono presente al di sopra dell’Antartide sarebbe cresciuto ancora del 40%, e ulteriori danni sarebbero stati prodotti sopra i cieli dell’Artide e del nord Europa. Tutto questo non è successo e, anzi, grazie al Protocollo il buco nell’ozono si è rimarginato per oltre 4 milioni di chilometri quadrati a partire dal 2000. Difficile poter vantare traguardi simili se pensiamo ad altre battaglie globali, come quella contro il cambiamento climatico, e l’obiettivo di risanare il buco dell’ozono entro il 2050 appare alla portata.

Eppure, qualcosa non sta più andando nel verso giusto. Come spiega il ministero dell’Ambiente, i firmatari del Protocollo di Montreal si sono impegnati a contenere i livelli di produzione e di consumo delle sostanze dannose per la fascia d’ozono stratosferico, ovvero: halon, tetracloruro di carbonio, clorofluorocarburi, idroclofluorocarburi, tricloroetano, metilcloroformio, bromuro di metile, bromoclorometano.

Nella lista non era stato incluso il diclorometano, gas simile al metano e ritenuto all’epoca non così aggressivo da meritare provvedimenti d’urgenza. La brutta notizia, pubblicata su Nature communication da un team di ricerca britannico, è che le cose non stanno purtroppo così e «il recente aumento dei livelli atmosferici di diclorometano – sintetizzano su Le Scienze – potrebbe ritardare di 5-30 anni il recupero dell’ozono stratosferico al di sopra della regione antartica registrato negli ultimi anni».

Meno aggressivo dei CFC nei confronti dell’ozono e ampiamente usato dall’industria «a vari scopi, da solvente per la rimozione di vernici alla produzione di estratto di luppolo fino alla preparazione dei poliuretani espansi (polimeri con un vasto ambito di applicazione)», il diclorometano rischia così di rallentare non poco uno dei maggiori successi nella salvaguardia ambientale mai raggiunti: «Le nuove proiezioni mostrano che se l’incremento del diclorometano in atmosfera proseguisse con i ritmi medi osservati dal 2004 al 2014, il recupero dell’ozono sull’Antartide sarebbe ritardato di 30 anni rispetto alle stime precedenti. Se le concentrazioni restassero ai livelli attuali, il ritardo sarebbe invece contenuto in soli cinque anni».