Stelle marine e ofiure di profondità mangiano microplastiche da 40 anni

La microplastica più diffusa è il poliestere, che finisce in mare con gli scarichi delle lavatrici

[29 ottobre 2018]

«Le creature marine che vivono nelle parti più profonde dell’oceano si nutrono di particelle microplastiche per almeno quattro decenni» a rivelarlo è lo studio  “Consistent microplastic ingestion by deep-sea invertebrates over the last four decades (1976–2015), a study from the North East Atlantic» pubblicato su Environmental Pollution,  da un team di ricercatori della Scottish association for marine science (Sams) e dell’University of the West of Scotland fa seguito all’laltro studio “Microplastic pollution identified in deep-sea water and ingested by benthic invertebrates in the Rockall Trough, North Atlantic Ocean”, pubblicato nel 2017 sempre su Environmental Pollution da un team delle stesse istituzioni scientifiche scozzesi, che è stato il prima a quantificare i livelli di ingestione di microplastiche in creature marine che vivono a una profondità di 2.200 metri.

Per valutare l’entità dell’ingestione di microplastiche negli stomaci di stelle marine e ofiure. I ricercatori scozzesi hanno studiato campioni museali provenienti dal  Rockall Trough, un’area di acque profonde al largo della costa occidentale della Scozia e hanno trovato «Tracce di otto diverse materie plastiche, tra cui poliestere e nylon», nello stomaco di esemplari che vivevano a più di 2.000 metri di profondità tra il 1976 e il 2015, con livelli di ingestione simili durante quel periodo.

Analizzando i reperti secondo le diverse datazioni,  gli scienziati hanno scoperto che «Quasi la metà delle stelle marine e delle ofiure campionate avevano ingerito microplastiche, definite come piccoli pezzi di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Quando vengono ingerite dalle creature marine, le microplastiche possono essere trattenute nei loro corpi e rilasciate nella catena alimentare».

La principale autrice di entrambi gli studi, Winnie Courtene-Jones, dallo Scottish Marine Institute del Sams e dell’University of the Highlands and Islands, ha spiegato che «La produzione in serie di materie plastiche è iniziata solo negli anni ’40 e ’50, quindi sarebbe ragionevole aspettarsi meno plastica nei nostri campioni precedenti, con una successiva tendenza al rialzo ai livelli attuali, ma non l’abbiamo visto. In effetti, il livello di ingestione di microplastiche è notevolmente simile in tutte le serie temporali. Questi dati mostrano, per la prima volta, la prevalenza a lungo termine dell’inquinamento da microplastica nelle profondità marine e indicano che le microplastiche potrebbero essere state presenti sul fondo marino del Rockall Trough prima del 1976. Siamo stati in grado di raccogliere queste prove solo utilizzando le raccolte di campioni dell’archivio e incoraggerei coloro che hanno accesso a tali depositi a prenderne in considerazione l’utilizzo al fine di ampliare la nostra conoscenza dell’inquinamento plastico storico, il che ci aiuterà a risolvere il problema dei nostri giorni».

I ricercatori della Sams  hanno avuto accesso a reperti storici raccolti durante lsa crociera scientifica annuale Ellett Line, iniziata nel 1975 e che raccoglie campioni e osservazioni presso le stazioni di monitoraggio tra la Scozia e l’Islanda.

Uno degli autori di entrambi gli studi Bhavani Narayanaswamy, un esperto di ecologia delle acque profonde dallo Scottish Marine Institute del Sams, ha aggiunto: «Trovare più di 40 anni fa livelli così elevati di ingestione di microplastiche tra le creature marine di profondità, dimostra che l’inquinamento da plastica nei nostri oceani è non è un problema nuovo. Precedenti studi hanno evidenziato gli attuali livelli di inquinamento da plastica, o ci hanno dato un’istantanea nel tempo, ma abbiamo bisogno di più dati a lungo termine come questi se vogliamo scoprire la vera portata del problema».

La plastica più abbondante identificata, principalmente sotto forma di fibre microscopiche, è il poliestere, una sostanza è ampiamente utilizzata nell’abbigliamento e che arriva in mare attraverso le  acque di scarico delle lavatrici.

La Courtene-Jones ricorda che «Le microplastiche sono diffuse nell’ambiente naturale e presentano numerose minacce ecologiche, come la riduzione del successo riproduttivo, il blocco dei tratti digestivi e il trasferimento di inquinanti organici agli organismi che li mangiano. E’ stato documentato che più di 660 specie marine in tutto il mondo sono interessate dalla plastica. Ci sono molti dati sulle microplastiche attorno alle acque costiere, ma si sa poco sull’entità dell’inquinamento da plastica negli oceani più profondi. Il mare profondo è la parte più grande, ma anche la meno esplorata del pianeta e potrebbe essere il dissipatore finale per la plastica. È necessario più lavoro sul più ampio ambiente oceanico per comprendere il destino a lungo termine delle materie plastiche marine».

Narayanaswamy conclude: «Non è più “lontano dagli occhi, lontano dalla mente”, la ricerca sulle microplastiche sta rapidamente aumentando di importanza. Stiamo cercando di stabilire non solo quanto siano diffusi, ma anche come e dove si accumulano negli animali, e in definitiva l’impatto che possono avere sulla salute degli esseri umani».