Vivere sotto un cielo nero: la guerra tossica infinita in Iraq

Un disastro ambientale e umanitario che porta la firma anche dell’Italia

[6 febbraio 2018]

Quella che racconta il rapporto  “Living Under a Black Sky: Conflict Pollution and Environmental Health Concerns in Iraq” è una storia di incessante dolore, della tragedia dell’Iraq devastato da 30 anni di guerra e di ecocidio, è una storia anche italiana visto che il nostro Paese non ha mai mancato di dare il suo contributo armato a un conflitto infinito che ha fatto innumerevoli vittime – compresi molti nostri soldati – creato ondate di profughi interni e di richiedenti asilo in Europa e distrutto e alterato forse irreparabilmente alcuni ecosistemi.

Una situazione che negli ultimi anni è ulteriormente peggiorata con l’arrivo dello Stato Islamico/Daesh e alla ulteriore guerra – che è stata anche petrolifera – tra i jihadisti neri, l’esercito irakeno, la Coalizione internazionale a guida Usa (con l’Italia dentro), le milizie sciite e quelle kurde. Wim Zwijnenburg, un ricercatore dell’ONG olandese Pax che ha curato il rapporto, ha detto all’IPS che »Dove c’è stato il Daesh si è avuta un’enorme distruzione ambientale, che comporta minacce sanitarie potenzialmente importanti per la gente».

Per realizzare il suo rapporto de censire i danni ambientali, Pax ha utilizzato immagini satellitari, informazioni sul campo provenienti dai social network e ricerche sul campo.  L’indagine si concentra soprattutto sulla distruzione delle raffinerie petrolifere da parte del Daesh, una strategia utilizzata dalle milizie nere jihadiste in ritirata per fare terra bruciata di tutto quel che poteva essere utilizzato dai suoi nemici, ma che sono state utilizzate anche come arma “ambientale” quando lo Stato Islamico era all’offensiva. .

Nel 2014 il Daesh attaccò il giacimento petrolifero di Qayyarah  e la raffineria di Baiji, la più grande dell’Iraq e che produce più di un terzo del petrolio irakeno. Quando la coalizione anti-Stato Islamico riuscì a riconquistare Qayyarah i miliziani fascio-islamisti avevano incendiato i pozzi e la raffineria.

Zwijnenburg, che è stato nella regione di Qayyarah nel 2017, ha detto: «Tuttavia, quando eravamo lì, c’era petrolio che bruciava nei pozzi. Volevo andare a vedere di più, però ho dovuto indossare una maschera antigas perché si poteva già sentire l’effetto del fumo sui polmoni. Abbiamo visto laghi pieni di greggio solidificato che ra fuoriuscito dai pozzi e c’erano pecore bianche ricoperte di fuliggine nera. E’ sta surreale e apocalittico».

OPgnono degli attacchi e contrattacchi di questa infinita guerra petrolifera si è trasformato in una minaccia per la salute pubblica: «Gli incendi ardono per mesi – sottolinea Zwijnenburg – liberando enormi quantità di residui tossici nell’aria che inala la popolazione dell’area. Alcune persone non sono fuggite, altre non possono andarsene, altre stanno tornando».

Secondo il ministero del petrolio irakeno, a Qayyarah gli incendi dei pozzi e della raffineria hanno emesso almeno 200.000 m3 di gas contaminanti, ma non è in corso nessuna attività di bonifica. Nell’aprile 2017, il team di PAX e l’United Nation environmental programme (Unep) hanno avviato una ricerca su una ventina di donne delle comunità locali colpite riguardo alla loro preoccupazione per l’inquinamento petrolifero a Qayyarah, ma solo una delle partecipanti ha manifestato preoccupazione per le conseguenze sulla salute anche per le generazioni future: «La popolazione locale ha subito ustioni, deformità e innumerevoli casi di disabilità. Anche i geni umani sono colpiti dall’utilizzo di armi chimiche dagli incendi dei pozzi petroliferi e da i rifiuti militari. Le mutazioni genetiche producono molti difetti congeniti».

A parte la contaminazione derivata dal petrolio, il rapporto di Pax  evidenzia anche i rischi per la salute umana derivanti dai “danni urbani”, cioè «la  pericolosa quantità di sostanze chimiche tossiche che si disperdono dai siti industriali distrutti e dai depositi abbandonati di armi». Allo stesso tempo, il rapporto ha registrato «un’ampia contaminazione da zolfo, traccia dell’attacco perpetrato dallo Stato Islamico contro un deposito di 50.000 tonnellate della tossina. L’attentato esplosivo ha emesso nell’atmosfera 6 milioni di tonnellate della sostanza, facendo 20 morti e centinaia di ospedalizzati».

Ma la guerra petrolifera del Daesh non sorprende, visto che già prima dell’arrivo dello Stato Islamico l’Iraq era considerato il Paese più inquinato del mondo e che continua a sperimentare alti livelli di radiazioni e di sostanze tossiche dovuti alle precedenti guerre petrolifere del Golfo “made in West” alle quali ha volonterosamente partecipato (e bombardato) anche l’Italia.

La domanda è: come bonificare un enorme territorio da 30 anni di guerre del petrolio e durante le quali sono state utilizzate armi tossiche e radioattive?  Zaid Noori, l’ambasciaore iracheno a Nairobi, sede dell’Unep, ha detto all’IPS che «L’Iraq è un disastro ambientale. Il governo nazionale ha bisogno di aiuto per ripulire le aree colpite. Il governo sta facendo tutto quel che può per porre rimedio alla situazione, però, a causa della vastità dei danni e della contaminazione, l’Iraq cerca l’appoggio e l’assistenza della comunità internazionale de delle agenzie dell’Onu, pder garantire un ambiente pulito e abitabile ai civili che risiedono nelle aree liberate».

E mentre dalle aree liberate di Mosul  arrivano notizie e immagini orribili sulle violenze e le fosse comuni del Daesh e dei “liberatori”, il rapporto Pax dice che «Probabilmente l’Iraq non potrà bonificare la contaminazione e gestire le conseguenze da solo». Per Zwijnenburg, «Ci deve essere davvero uno sforzo internazionale. Gli Stati dovrebbero impegnarsi e fornire finanziamenti e perizie alle agenzie dell’Onu interessate, come Unep, UnHabitat e United Nations development programme, che lavorano tutte con il governo irakeno».

Attualmente l’Unep concentra buona parte dei suoi sforzi nelle regione di Mosul. dedicandosi a bonificare i “danni urbani”, ma non esiste nessuno reale sforzo internazionale da parte dei Paesi che hanno scatenato le guerre petrolifere per bonificare la contaminazione di un’intero Paese e di un’intera regione. Il capo dell’Unep, Erik Solheim, ha detto all’IPS che , «E’ deplorevole che non si stiano prendendo più seriamente i compiti di bonifica ambientale e gli sforzi per la  ricostruzione. Per i donatori, questo è il momento per fare questi investimenti».

Zwijnenburg conclude: «Disastro ambientali come questo non sono sempre la principale priorità in materia di ripristino. Le persone che vivono qui lo sanno e sono preoccupate  che, quando gli incendi saranno spenti, con il passare del tempo, la loro causa verrà dimenticata».

Quello che sembriamo esserci dimenticati, anche nell’Italia degli “aiutiamoli a casa loro” e della caccia al migrante, è come e chi ha iniziato questa tragedia che ha sconvolto il Medio Oriente e il Mondo. E’ sempre scomodo assumersi le colpe di un disastro geopolitico, ambientale e umanitario, anche quando sono chiare e portano anche la nostra firma.