A greenreport Fabrizio Lillo, fisico e matematico finanziario della Scuola Normale di Pisa

Instabilità finanziaria, colpa dell’uomo o delle macchine? Parola all’esperto

«Dubito in una capacità auto-regolatoria della finanza in direzione di investimenti più sostenibili»

[4 settembre 2013]

Recenti e gravi problemi che hanno afflitto le infrastrutture tecnologiche della finanza Usa hanno creato scompiglio nelle borse di tutto il mondo. Quanto incide ormai il ruolo della tecnologia nell’attività quotidiana di Wall Street?

«La tecnologia ha oramai un ruolo determinante in finanza, così come nella maggior parte degli altri ambiti di attività umana. Sul lato hardware, software e connettività si fanno enormi investimenti per migliorare di frazioni di secondo l’identificazione di possibilità di profitto o la trasmissione di ordini di trading. Per fare due esempi, nuovi cavi transoceanici e sistemi di trasmissione radio, più rapidi di quelli che utilizzano le fibre ottiche, vengono impiantati con il solo scopo di trattare più rapidamente nei mercati azionari. Da molti anni ormai, la maggior parte dei mercati è completamente automatizzata, molte strategie di investimento sono sviluppate, eseguite e controllate da algoritmi. La tendenza verso una maggiore automazione sembra inarrestabile e nel futuro coinvolgerà probabilmente mercati e titoli finanziari che al momento sono scambiati con metodologie più tradizionali».

Come incide l’high frequency trading, ossia il ruolo sempre più determinante delle macchine nel compiere le stesse transazioni finanziarie, nel rischio di instabilità sistemica della finanza internazionale?

«Ad essere precisi, l’high frequency trading si riferisce all’uso di sofisticate tecnologie hardware e software per sfruttare più spesso possibile piccole anomalie di prezzo per fare profitto. L’uso di macchine e algoritmi per compiere transazioni finanziarie è invece molto più diffuso e coinvolge oramai investitori più “tradizionali” e di lungo periodo, sia istituzionali che individuali. Tornando all’high frequency trading, il loro potenziale ruolo destabilizzante è molto dibattuto, sia nel mondo della ricerca che dei regolatori. In molti paesi questi ultimi hanno prodotto documenti di ricerca o finanziato ricerche accademiche miranti a una migliore comprensione del fenomeno dell’high frequency trading e dei suoi possibili effetti sistemici. Il Flash Crash del 6 Maggio del 2010, durante il quale i maggiori indici azionari hanno perso più del 10% in pochi minuti con un contagio velocissimo tra mercati diversi, ha indicato un possibile ruolo degli high frequency traders di amplificare fluttuazioni di prezzo e far propagare instabilità. Alcuni meccanismi sono chiari, ma la loro rilevanza è ancora oggetto di discussione ed indagine».

L’intervento massiccio delle macchine, per definizione razionali, non sembra riuscire a mitigare l’instabilità del sistema, spesso – anzi – accentuandola. Con il progetto Crisis, di cui lei fa parte, l’Europa cerca di affrontare il problema: con quale approccio, e quali risultati?

«Premetto che non penso che le macchine siano necessariamente il problema, quanto invece le strategie che vengono implementate nelle macchine. Non dimentichiamo che le crisi finanziarie sono sempre esistite sin dai tempi della bolla dei tulipani nell’Olanda del Seicento. Le macchine e gli algoritmi possono rendere più veloci dinamiche destabilizzanti esistenti nei mercati e quindi lasciare meno tempo ad azioni contenitive; sono i comportamenti irresponsabili che vengono permessi e non controllati che andrebbero regolati meglio, con o senza le macchine.

Il progetto Europeo CRISIS ha come scopo principale una migliore comprensione, attraverso una complessa simulazione al calcolatore, dei meccanismi di instabilità sistemica dell’economia e della finanza. Ha altresì l’ambizione di proporre l’uso di simulazioni al computer per generare scenari e testare in silico politiche macroeconomiche e finanziarie. La Teoria dei Sistemi Complessi ha infatti mostrato che, da solo, l’approccio riduzionistico e analitico mostra talvolta i suoi limiti, non essendo in grado di rivelare la presenza di proprietà “emergenti” e “auto-organizzanti”, come, appunto, le crisi finanziarie. Un team interdisciplinare di 11 gruppi di ricerca europei (inclusa la Scuola Normale di Pisa, di cui faccio parte) cerca di capire i meccanismi destabilizzanti nell’economia e studiare la loro complessa interazione grazie all’ausilio di un modello computazionale in cui vengono simulati il comportamento e l’interazione tra agenti economici.

Per contrappasso, potrà mai essere proprio l’eccessiva instabilità a favorire infine nel mondo finanziario investimenti diretti al lungo periodo, che parla di cambiamenti climatici e demografici in corso, necessitanti di un utilizzo più sostenibile delle risorse naturali?

«Questa è una domanda interessante, ma di difficile risposta. L’investimento finanziario dovrebbe risultare da un bilanciamento tra rischio e rendimento, e diversi investitori possono scegliere il livello di rischio che sono disposti a correre per sperare in un certo rendimento atteso. Questo può poi avvenire in uno spettro ampio di orizzonti temporali, dai pochi secondi degli high frequency traders ai molti anni dei fondi pensione.

Quindi, fintantoché l’instabilità è associata a opportunità di profitto, credo ci saranno investitori disposti a giocare la scommessa. Dubito quindi in una capacità auto-regolatoria della finanza in direzione di investimenti più sostenibili. Esiste ed è in crescita una branca dell’investimento finanziario, chiamata Socially Responsible Investing, che incoraggia l’investimento in titoli di società che si distinguono per pratiche eticamente responsabili in varie dimensioni, inclusa quella della sostenibilità ambientale. È però, credo, una scelta che ciascuno di noi è chiamato a fare, possibilmente con l’aiuto dei policy makers e dei regolatori».