Juncker nuovo presidente della Commissione Ue: «Rinnovabili sono la premessa per l’Europa del domani»

[15 luglio 2014]

Jean-Claude Juncker è stato eletto Presidente della Commissione europea. Dopo il tira e molla delle ultime settimane non c’era vittoria più scontata, ma nonostante tutto il nome dell’ex primo ministro del Lussemburgo è rimasto sulla graticola fino all’ultimo. Oggi le riserve si sono sciolte: al candidato del Ppe servivano almeno 376 voti a favore del Parlamento europeo, e dalla plenaria ne ha ottenuti ben 422. La Grosse koalition versione europea ha ufficialmente salpato gli ormeggi.

Juncker ha incassato il sostegno dell’Europarlamento con un documento programmatico dal titolo inequivocabile – Un nuovo inizio per l’Europa – la cui parte più succosa risiede nel passaggio in cui annuncia «di voler destinare, nei prossimi tre anni, fino a 300 miliardi di euro a ulteriori investimenti pubblici e privati nell’economia reale», impiegando «in maniera molto più proficua il bilancio dell’UE e la Banca europea per gli investimenti (Bei)».

Un’iniziativa che, se ben congeniata, garantirebbe un cambio di passo all’Unione, ma che appare in collisione con quanto finora professato dallo stesso Ppe, il partito di Juncker. La volontà del neo presidente di cambiare passo si misurerà con la realtà del piano dettagliato che ha promesso esser pronto in capo a tre mesi. Dopo l’italica e cocente delusione del Jobs Act renziano, la cautela è d’obbligo.

Questo è solo il momento delle intenzioni, ma c’è da dire che molte di quelle annunciate appaiono condivisibili.  Juncker appare consapevole che «dopo diversi anni dedicati alla gestione della crisi, l’Europa si ritrova spesso a non essere pronta ad affrontare le sfide globali future sul piano dell’era digitale, della concorrenza serrata nel settore dell’innovazione e in termini di competenze, della disponibilità limitata di risorse naturali, della sicurezza alimentare, del costo dell’energia, dell’impatto dei

cambiamenti climatici, dell’invecchiamento demografico nonché delle sofferenze e dell’indigenza ai margini delle sue frontiere esterne».

Per invertire questa tendenza Juncker propone «un programma per l’occupazione, la crescita, l’equità e il cambiamento democratico», incentrato su 10 punti strategici. Tra questi duole notare che ancora una volta manca un focus specifico a una sana gestione dei flussi di materia che attraversano la nostra economia, mentre immancabile (fortunatamente) è il richiamo a un altro aspetto fondamentale per  un’economia sostenibile, ovvero la gestione dell’energia – e la lotta ai cambiamenti climatici.

Secondo il premier italiano Matteo Renzi, come ha recentemente confidato al Corriere della Sera, per l’Italia «è impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale di petrolio e del gas in Italia a dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini».

Da par suo, invece, Juncker ha preferito sinteticamente ricordare alla plenaria di Strasburgo come «le energie rinnovabili sono la premessa per l’Europa del domani». Come dire, Matteo cambia verso.