Ma ora si temono attacchi di turchi, siriani e iraniani

Kobane è libera, le donne e gli uomini kurdi hanno sconfitto i fascisti dell’Isis

Non potrebbe esserci modo migliore per ricordare la liberazione di Auschwitz

[27 gennaio 2015]

Non ci poteva essere modo migliore per celebrare il 70esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa e il giorno della memoria: Kobane, la nuova Stalingrado del Medio Oriente, dove un pugno di uomini e donne coraggiosi hanno combattuto e sono morti per fermare l’avanzata delle milizie fasciste dell’Isis – lo Stato Islamico/Daesh – e per difendere le loro idee socialiste di uguaglianza, giustizia ed autogestione della loro Patria, il Rojava, il Kurdistan Occidentale siriano,  è libera dopo 134 giorni di una crudele battaglia iniziata il 15 settembre.

Le forze curde del Ypg/Ypj hanno finalmente respinto fuori dalla città  i tagliagole del Daesh. «Mentre la battaglia è vinta, la lotta continua».  Lo Stato Islamico è stato costretto a ritirarsi davanti al suo peggiore incubo: uomini e donne liberi e uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, fratelli e sorelle di un nuovo internazionalismo, un miracolo fiorito ai confini del Medio Oriente devastato dall’integralismo, dalle dittature e dalla corruzione.

In un comunicato di vittoria emesso ieri sera della resistenza  guidata da Ypg e Ypj (Unità popolari di difesa e Unità femminili di difesa), si legge: «Oggi i resistenti kurdi e i loro compagni Kobani raggiunto l’inimmaginabile: sono riusciti a cacciare i combattenti dello Stato Islamico (Isis) dalla città». Insieme ai Kurdi del Rojava c’erano i combattenti del Pkk infiltratisi dalla Turchia, le  truppe peshmerga arrivate dal Kurdistan irakeno ed elementi del Free Syrian Army, la resistenza armata laica siriana.

Mentre il portavoce delle Ypg, Polat Can, annunciava la completa liberazione della città via Twitter, i social media si riempivano di  immagini dei  combattenti della resistenza, tank del Daesh bruciati e delle bandiere triangolari  rosso-giallo-verdi del Tevdem, il Movimento per una Società Democratica, che sventolano in cima alla collina strategica di Mishtenur, che domina Kobane, e la cui riconquista da parte di Ypg/Ypj ha segnato la svolta della battaglia e la rottura definitiva dell’assedio che ha costretto 260.000 persone a fuggire in Turchia in preda al terrore davanti ai jihadisti che si erano lasciati dietro una scia di sangue nella loro conquista del nord dell’Iraq e della Siria orientale, dove hanno proclamato lo Stato Islamico; quello che i Kurdi, gli iraniani e i sunniti democratici chiamano sprezzantemente Daesh.

Nella loro avanzata hanno lasciato poco ma carneficina e distruzione sulla loro scia. Ma diverse centinaia di combattenti della resistenza kurda sono rimasti a  proteggere la città. Con poco altro che i loro AK-47, ma armati di  una ferma determinazione, gli uomini e le donne del Ypg/Ypj sono riusciti a evitare che le milizie fasciste/islamiste del Daesh aggiungessero la capitale del Rojava libero alla loro lunga lista di vittorie militari degli ultimi mesi. Come ricorda Kurdish Question, «la resistenza dei combattenti curdi contro l’Isis è stata ostacolata dalle politiche della vicina Turchia, che ha mantenuto il suo confine con la città assediata ermeticamente sigillato, impedendo a qualsiasi aiuto di raggiungere la resistenza. Allo stesso tempo, molte fonti e osservatori hanno menzionato i suo presunto supporto militare, logistico e medico agli jihadisti».

Ma Kobane negli ultimi mesi è diventata il centro di un nuovo internazionalismo progressista e democratico, con i kurdi e i loro sostenitori provenienti da tutta la regione e da tutto il mondo che esprimevano concretamente il sostegno e la solidarietà alla resistenza. «La battaglia di Kobane ha evidenziato non solo l’efficacia delle milizie kurde, riconosciute come una delle poche forze armate nella regione in grado di combattere l’Isis ma, ancora più importante, ha portato di fronte all’attenzione globale la situazione del popolo di Rojava e la sua  rivoluzione sociale, che si basa sulla democrazia diretta, la parità di genere e la sostenibilità ambientale», dice Kurdish Question.

Kobane è certamente la più umiliante sconfitta che poteva essere inflitta allo Stato Islamico, una resistenza che ha costretto la Coalizione internazionale guidata dagli americani a bombardare le milizie del Daesh che erano state fatte arrivare impunemente fino al confine turco, ma i combattenti delle Ypg/Ypj  sottolineano che «la lotta è tutt’altro che finita. La maggior parte degli oltre 300 villaggi che fanno parte del cantone di Kobane rimangono sotto il controllo dell’Isis, e finché resta questa situazione, la grande maggioranza dei rifugiati in Turchia non sarà in grado di tornare alle loro case. Inoltre, la città liberata di Kobane ora giace in rovina. Il martellamento continuo dei bombardamenti, del fuoco di artiglieria pesante e gli attacchi con le autobombe dell’Isis in combinazione con i bombardamenti aerei da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti  hanno distrutto interi quartieri».

La resistenza kurda in Turchia chiede ora aiuto: «Oltre il 50% della città è stata distrutta dagli attacchi aerei, e durante gli scontri tra Ypg e Isis. Manca tutto: acqua, ospedali, cibo, medicine. Tornare a vivere a Kobane sarà molto difficile, e sarà impossibile senza un aiuto immediato da parte della comunità internazionale. E’ necessario un corridoio umanitario per rifornire la città e per aiutare coloro che cercheranno di ricostruirla nei prossimi mesi. Questo non è solo un compito dalla Turchia, ma di tutta la coalizione internazionale di cui la  Turchia fa parte. Se davvero vogliamo vedere prevalere l’umanità sul terrorismo dell’Isis, devono sostenere questa lotta fino alla fine e aiutare Kobane, ora».

Ma come dicono i kurdi, «la liberazione di Kobane è di importanza strategica militare, ma si tratta soprattutto di una vittoria simbolica della democrazia sull’autoritarismo; del pluralismo sul fascismo; della libertà sulla repressione e, soprattutto, una vittoria che ha mostrato al mondo il vero potere di coloro che lottano per una vera liberazione in contrasto con il fanatismo di coloro che lottano per piccole ma ingannevoli credenze».

Mente  Kobane era sotto assedio, i “comunisti” del Rojava portavano avanti la rivoluzione nei vicini cantoni  di Afrin e Cezire: istituivano i Consigli popolari, sviluppavano le cooperative di lavoro e le donne, caso unico in Medio Oriente, hanno iniziato attivamente a impegnarsi in processi decisionali «che gettano le basi per una nuova società in cui il potere sale dal basso verso l’alto, anziché dall’alto verso il basso – spiegano ancora quelli del Tevdem –  Il popolo di Kobane è atteso da una grande sfida, probabilmente un test cruciale per la forza della rivoluzione: non solo una città, ma un’intera società dovrà essere ricostruita quasi da zero. Il popolo di Kobane ha dimostrato la sua forza sul campo di battaglia, e la sua eroica resistenza contro ogni previsione è diventata un faro di speranza per tutti coloro che credono che la lotta contro le forze repressive del fascismo, in qualsiasi forma, può essere vinta. L’attenzione  internazionale che ha avuto  la battaglia di Kobane ora può ora essere utilizzata per dimostrare al mondo che il popolo del Rojava non solo sta aprendo la strada nel combattere l’estremismo dell’Isis, ma anche per la lotta contro le forze dell’imperialismo, il capitalismo e il patriarcato che hanno dato i natali a tanti mali che affliggono attualmente le società in tutto il mondo, e in Medio Oriente in particolare. Biji Berxwedane Kobani! Biji Berxwedane Ypg! Biji Berxwedane Ypj! Biji Berxwedane Rojava!».

Ma ora i kurdi del Rojava temono di essere attaccati su un altro fronte: a Haseke sono scoppiati nuovi combattimenti e la Eastern Kurdistan Units (Yrk) ha dichiarato che «le forze del regime iraniano hanno recentemente avviato creazione di un campo vicino alla città di Sine e dintorni». Poi i “volontari” iraniani che appoggiano il governo siriano di Bashir Al Assad, avrebbero  attaccato i kurdi sulle le montagne di Kandil, mentre l’esercito turco ha aumentato la sua attività militare al  confine, e mentre nella zona sono aumentate le ricognizioni di unmanned aerial vehicle (Uav) e droni Predator. La resistenza kurda teme che, dopo la battaglia di Kobane, Siria e Turchia si siano messe d’accordo per riportare il Rojava “sotto controllo” con l’aiuto dei “volontari” e delle milizie libanesi Hezbollah.  Che stanno intensamente volando sopra la regione.

E tutto questo accade in modo indipendente? Oppure, un nuovo concetto è stato lanciato? E questo nuovo concetto è stata lanciato nel tentativo di mantenere lo status quo?

Gli attacchi di Haseke potrebbero essere collegati ai negoziati sulla Siria in corso in Russia e Egitto, e i kurdi temono che possano far parte anche della vasta controffensiva sciita contro i sunniti che dalla Siria è arrivata fino allo Yemen, mentre le mosse parallele del governo islamista/sunnita della Turchia puntano a impedire che il contagio democratico e progressista del Rojava tracimi oltre confine, nel già turbolento Kurdistan turco. «L’Isis ha fallito nel Rojava, la Turchia è alla ricerca di nuovi modi!», dicono convinti quelli del Tevdem  che temono che Iran e Turchia si stiano avvicinando in funzione anti-kurda. I pasdaran iraniani e gli Hezbollah sciiti starebbero addestrando gli arabi sunniti in Iraq e in molti sono convinto che l’Iran abbia cellule armate in Iraq e nel Kurdistan meridionale – come i kurdi chiaman il Kurdistan Irakeno. Al Arabia e Al Jazeera hanno presentato i recenti scontri come una lotta “kurdo-araba”.

Secondo Cihan Ozgur, che scrive  su Firat News Agency, si sta creando un fronte anti-Rojava e anti-Pkk, per impedire che quella speranza socialista, democratica e trans-nazionale diventi un esempio anche per i kurdi turchi e iraniani, un’alleanza di cui farebbero parte anche il governo siriano (dominato dagli sciiti alauiti) e quello irakeno, a maggioranza sciita, che considerano l’autonomia kurda come separazione, proprio come la Turchia sunnita.

A Kobane è stato sconfitto anche il governo di Ankara e la sua politica anti-Rojava. Per Ozgur «i nuovi argomenti che porterà  Ankara saranno “un’unione territoriale” e la “protezione delle frontiere”. La Turchia si adopererà per unificare tutte le forze che condividono con la Turchia questa tesi, intorno a un fronte anti-Rojava. Tutti i conflitti vengono messi da parte quando si tratta di kurdi», e si chiede se lo scopo non sia una guerra arabo-curda gestita dietro le quinte dal presidente turco Erdogan, che si considera il leader mondiale dei sunniti, mentre l’Iran è il leader indiscusso del mondo sciita. «E’ quindi molto probabile che entrambe le forze, in questa guerra per l’egemonia, si sforzeranno di mettere kurdi e arabi gli uni contro gli altri», profetizza non senza ragione Firat.