La battaglia di Standing Rock. Negli Usa 302 manifestazioni contro l’oleodotto nelle terre sacre sioux (VIDEO)

Trump ha investimenti finanziari nella Energy Transfer Partners che costruisce l’oleodotto

[17 novembre 2016]

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La protesta contro la Dakota Access pipeline (Dapl) si è estesa dal North Dakota agli interi Stati Uniti d’America  e il 15 novembre almeno 1.500 persone, tra i quali molti nativi americani, hanno occupato il centro di Washington, DC per protestare contro la costruzione dell’oleodotto che dovrebbe attraversare le terre sacre dei Sioux e il fiume Missouri.

Quella nella capitale Washington è  stata solo una delle 302  manifestazioni della giornata nazionale di azione contro il Dapl ed era guidata da una delegazione di Standing Rock, dove gli attivisti prevalentemente indiani, stanno protestando contro la costruzione di un oleodotto da 3 miliardi di dollari della Energy Transfer Partners che è diventato il simbolo della battaglia contro la prepotenza delle Big Oil e per un economia senza combustibili fossili. Obama dice che il tracciato dell’oleodotto potrebbe essere spostato per evitare di passare dalle terre sacre Sioux, ma la questione ha assunto un aspetto molto più generale, di politica ambientale globale.

I  manifestanti che hanno marciato sulla sede dell’Army Corps of Engineers e fino alla Casa Bianca cantavano « Water is life, Mni wiconi». Eryn Wise, dell’Indigenous youth council, ha detto: «Se camminate su questa strada, se vi siete svegliati stamattina e avete preso una tazza di caffè, se avete fatto una doccia, se vi siete lavati i denti, questa è la vostra lotta. Noi siamo qui per proteggere la vostra acqua. Siamo protettori dell’acqua, non manifestanti».

Di fronte all’Army Corps i manifestanti, tra i quali esponenti politici e religiosi e leader ambientalisti, si sono riuniti in un cerchio di preghiera prima di fare un sit-in che ha  bloccato l’entrata. Ladonna Allard, del Sacred Stone camp, ha detto a Laurel Raymond di Think Progress: «Tutti dobbiamo levarci in piedi per l’acqua, devono mettere l’acqua prima di tutto».  La Allard è stata la prima a sapere che l’oleodotto sarebbe passato vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, dato che è la proprietaria dei terreni confinanti con la concessione e quindi ha fatto parte del movimento contro il Dapl  fin dall’inizio, una battaglia iniziata 7 mesi e mezzo fa, e i primi accampamenti di protesta sono stati fatti sulla sua terra. Ma anche lei sottolinea che la protesta non riguarda più solo l’oleodotto: «Chiediamo un diritto umano fondamentale. Proteggere l’acqua, ovunque ci si trovi. Levarsi in piedi per l’acqua, perché l’acqua è vita. E noi abbiamo il diritto di vivere. Ed è questo che oggi chiediamo di fare all’ Army Corps … Proteggere gli Stati Uniti. Proteggere la popolazione. Per proteggere l’ambiente, chiediamo loro di stare levarsi in piedi contro la pipeline Dakota Access».

Il Dapl, se completato, attraverserà 4 Stati Usa, sarà lungo 1.170 miglia e trasporterà 470.000 barili di greggio, attraversando il fiume Missouri, unica fonte d’acqua della tribù, passando un miglio e mezzo a monte della Riserva degli Standing Rock Sioux. La tribù dice che uno sversamento sarebbe disastroso per l’intero bacino idrico che fornisce acqua a milioni di persone e che la sua costruzione ha già danneggiato la loro storia culturale e la terra sacra. «Ho visto piangere tutte le donne in piedi lungo la linea, perché stanno scavando i nostri parenti».

I Sioux dicono di non essere stati adeguatamente consultati dalla compagnia che costruisce l’oleodotto, che non avrebbe nemmeno notificato tempestivamente la presenza di reperti nativi scoperti durante la costruzione. Inoltre l’impatto ambientale non sarebbe stato determinato in maniera completa.  Per questo la tribù di Standing Rock ha citato in giudizio l’Army Corps, nel  tentativo di fermare la pipeline, che è già stata costruita per più della metà. Una battaglia legale complicata che ha visto il presidente Usa Barack Obama schierarsi con gli indiani e lo Stato, la magistratura e la polizia del North Dakota contro i Sioux. La svolta potrebbe essere arrivata qualche giorno fa quando, con una mossa a sorpresa, l’amministrazione Obama ha chiesto una pausa nella costruzione su terreni federali, bloccando l’autorizzazione a far passare il Dapl sotto il  Lake Oahe. Alla fine, il 14 dicembre, anche l’Army Corps of Engineers ha ammesso che non erano state rispettate le procedure che prevedono il coinvolgimento delle popolazioni locali  e ha sospeso il permesso di costruzione e le servitù di passaggio dell’oleodotto fino a che non  verranno riaperte e concluse le consultazioni con  la  tribù Standing Rock Sioux. «L’esercito invita la ‘Standing Rock Sioux Tribe a impegnarsi in colloqui  per quanto riguarda le potenziali condizioni di una servitù per l’attraversamento dell’oleodotto che ridurrebbero il rischio di uno sversamento o di rottura, per accelerare il rilevamento e la risposta ad ogni possibile fuoriuscita, o comunque migliorare la protezione del lago Oahe e il rifornimento di acqua della tribù», si legge in un comunicato dell’Army Corps.

Ma, a parte che viene confermato che i rischi ci sono davvero, il problema è che l’Army Corp  difficilmente riuscirà a far digerire agli indiani l’espropriazione di quelle che continuano giustamente a ritenere un territorio della  Grande Nazione Sioux, un’area che comprende il lago  Oahe  e che, come è stato ripetuto in tutte le manifestazioni, è  indiana in base a un trattato del 1800. La Allard  sottolinea: «Abbiamo una lunga storia con l’Army Corps of Engineers. Ho una lunga storia con l’Army Corps of Engineers. I progetti costruiti dal governo  federale hanno distrutto la nostra  economia locale e ci hanno costretti a spostarci. Poi ci hanno costruito una diga a monte e una a valle e siamo diventati i maledetti indiani. Non possiamo più coltivare giardini e cibo. Quindi abbiamo una lunga storia con l’Armi Corps. Non mi ricordo un periodo della mia vita in cui non ci siano state discussioni con  l’Army Corps. Ci prometto molte cose e poi dicono: “non ricordo”».

I manifestanti dicono che l’apertura di nuovi colloqui con i Sioux è un passo positivo, ma non abbastanza. «Non possiamo negoziare la sicurezza dell’acqua, e non vogliamo negoziarla –  ha detto la Allard – ci siamo levati in piedi e staremo dritti piedi fino a quando ogni tubazione sarà fuori dalle nostre terre.  Continueremo a farlo mentre  nostri leader si incontrano, devono capire che viene prima la voce del popolo»

Oltre alla battaglia legale contro la pipeline c’è l’altra battaglia sul territorio: gli attivisti sono accampati su terreni federali e protestano da mesi. Vigilantes privati della compagnia energetica, polizia e Guardia Nazionale hanno spesso attaccato le manifestazioni usando gas lacrimogeni, manganelli, spray al peperoncino e aizzando cani e anche il 15 novembre gli accampamenti di Standing Rock sono stati bersagliati con gas lacrimogeno. Alcuni tra le centinaia di manifestanti arrestati nelle ultime settimane dicono di essere stati maltrattati in cella e i poliziotti hanno cominciato a sparare con proiettili di gomma contro chi cerca di entrare nell’area dove l’oleodotto Dapl dovrebbe essere interrato per passare sotto il fiume Misuri.

Ma anche questa battaglia per l’energia e l’ambiente subisce e subirà l’effetto Trump:  i manifestanti temono che i ritardi dell’amministrazione Obama faranno slittare la decisione finale a gennaio e, quindi, a prenderla sarà Donald Trump. Kandi Mossett, dell’Indigenous environmental network sottolinea che «Il presidente eletto Trump non ha riguardo per l’ambiente e si preoccupa ancora meno di quelli che come noi stanno cercando di proteggerlo. Ora più che mai, l’amministrazione Obama deve fare un passo avanti e  rescindere i permessi … chiedendo una dichiarazione di impatto ambientale completa  o impedendo al progetto Dakota Access Pipeline di andare avanti».

Il problema è che è venuto fuori che Trump ha investimenti finanziari nella Energy Transfer Partners, la compagnia che costruisce l’oleodotto: «Investimenti che ammontano tra  500.000 e 1.000.000 di dollari»,  denuncia Think Progress, e secondo The Gardian ha anche investimenti nella Phillips 66, che ha una partecipazione in cantiere completato dei Dakota Accesss. Durante la sua campagna elettorale, Trump ha anche  espresso il suo sostegno al famigerato oleodotto Keystone XL.

Il 12 novembre, dopo l’elezione di Trump, l’amministratore delegato dell’Energy Transfer Partners, Kelcy Warren, ha detto di essere «Al 100% sicuro che la pipeline verrà approvata dall’amministrazione Trump», ma ha negato di aver mai incontrato il presidente eletto o di averlo mai contattato, anche se a giugno ha donato 103.000 dollari per  la campagna elettorale di Trump.

Ma i manifestanti hanno detto che attualmente il loro obiettivo principale è l’attuale amministrazione  Obama, che deve  fermare definitivamente l’oleodotto. Alla manifestazione di Washington, il reverendo Yearwood  ha detto: «Ci troviamo di fronte l’attuale amministrazione. Mi confronto con le persone che sono al potere in questo momento. Quindi io non sto parlando di Donald Trump. Sto parlando al presidente Barack Obama»,

Altri hanno sottolineato che per le popolazioni indigene cambia poco l’elezione Trump segna la continuazione di una lunga serie di governi oppressivi: «Questa non è la prima volta che un presidente si è levato  contro le popolazioni indigene. Questa non è la prima volta che soffriamo  per mano di uomini bianchi. E questa non sarà l’ultima volta. Tutti coloro che sono sorpresi per il nostro presidente eletto dovrebbero davvero aprire gli occhi e guardarsi intorno. Questa non è una sorpresa. L’America non è mai stata dalla parte delle popolazioni di colore».

La Allard conclude: «Gli Stati Uniti hanno sempre avuto presidenti che non sono stati nostri amici. Il che non è cambiato. Siamo ancora in piedi. Siamo ancora popoli indigeni. E quindi non importa chi mettono al potere, ci sarà ancora lottare».

Videogallery

  • National Day of Action at Army Corps of Engineers

  • Voices from Standing Rock - Mni Wiconi