La crisi delle culle: dal 2008 l’Italia ha perso 100mila bambini

Solo l’1,8% delle donne senza figli ha dichiarato che non averne rientra nel proprio progetto di vita: nel 98,2% dei casi vincono le difficoltà nel metter su famiglia

[28 novembre 2017]

Nell’Italia del 2016 sono nati 12mila bambini in meno rispetto al 2015, un crollo che dal 2008 – ovvero dall’inizio della crisi – ha lasciato oltre 100mila culle vuote. A certificarlo è oggi l’Istat, che nel suo ultimo rapporto Natalità e fecondità della popolazione residente ricorda come «il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere nel nostro Paese senza soluzione di continuità. Si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni Venti (subito dopo la Grande Guerra), ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello stimato di 1,44 figli per le donne della generazione del 1976». Dove sta dunque la novità?

Il problema è che anno dopo anno i problemi vanno sommandosi, producendo oggi un effetto valanga sulla struttura demografica del Paese. Dopo anni di declino, nel primo decennio del XXI secolo in Italia si assistette a una tiepida ripresa nei tassi di fecondità, poi di nuovo schiacciati non solo dalla crisi economica ma dal fatto di poter contare sul sempre più basso numero di donne in età riproduttiva; in altre parole, la presenza di un minor numero di (potenziali) madri riduce e sua volta quello dei figli e delle figlie, in un vortice al ribasso al quale siamo sempre più vincolati.

Come spiega l’Istat infatti, l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile «è responsabile per quasi i tre quarti della differenza di nascite osservata tra il 2008 e il 2016. La restante quota dipende invece dalla diminuzione della propensione ad avere figli». Un declino che riguarda tutti: nel 2016 le donne italiane hanno in media 1,26 figli (1,34 nel 2010), le cittadine straniere residenti 1,97 (2,43 nel 2010), entrambe le categorie al di sotto del livello di sostituzione di circa 2 figli per donna.

«Analogamente – continua l’Istituto nazionale di statistica – si osserva uno spiccato aumento della quota di donne senza figli: nella generazione del 1950 tale quota è stata dell’11,1%, nella generazione del 1960 del 13% e in quella del 1976 si stima che raggiungerà (a fine del ciclo di vita riproduttiva) il 21,8%». Eppure, a non calare sembra essere proprio il desiderio di genitorialità. La fase di calo della natalità avviatasi con la crisi è caratterizzata da una diminuzione soprattutto dei primi figli, passati da 283.922 del 2008 a 227.412 del 2016 (-20%). Perché? Questo declino è dovuto a difficoltà nel realizzare i progetti familiari o all’adozione di un modello di vita diverso che non prevede di diventare genitori?

Per rispondere alla domanda l’Istat ha condotto un’indagine sulle famiglie nel 2016. Delle donne senza figli tra i 18 e i 49 anni (circa 5,5 milioni, quasi la metà delle donne di questa fascia d’età), solo 1,8% ha risposto che “l’avere figli non rientra nel proprio progetto di vita”, una percentuale che rimane bassissima anche per le donne di 18-24 anni (2,3%).

«Questi risultati – commenta l’Istat – documentano che il fenomeno delle donne (e delle coppie) senza figli per scelta è molto contenuto nel nostro Paese e che, per converso, a determinare l’aumento della quota di donne senza figli siano più gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti familiari; non va trascurato l’effetto del rinvio che si può trasformare in rinuncia con l’approssimarsi delle età più avanzate della vita riproduttiva delle donne».

Se ne deduce che per provare a far tornare in equilibrio la dinamica demografica italiana siano piuttosto inutili le mance come i bonus bebè: servirebbe semmai garantire alle giovani coppie possibilità di autonomia. «Noi invece abbiamo disinvestito sia sulla quantità che sulla qualità delle nuove generazioni, con la conseguenza di un processo di “degiovanimento” non solo demografico ma anche sociale ed economico», avvertiva già nel 2013 su queste pagine il demografo Alessandro Rosina, ricordando poi – l’anno scorso – che i giovani 15-34enni abbiano perso circa 2 milioni di occupati tra il 2008 e il 2015 (-28,1%). I giovani italiani sono sempre più poveri, come sottolinea proprio l’Istat, e la loro fetta di ricchezza è sempre più sottile rispetto a quella di padri e nonni; non è un caso che l’ultimo rapporto Caritas sia dedicato proprio a loro. C’è forse da stupirsi se i giovani – pur volendolo – non fanno figli?

L. A.