La Dichiarazione di Londra: azioni decisive contro bracconaggio e traffico di fauna selvatica

[14 febbraio 2014]

Alla Conference on Illegal Wildlife Trade, conclusasi a Londra, capi di stato, ministri e rappresentanti di 46 Paesi  si sono impegnati ad intraprendere «azioni decisive e urgenti» per combattere il commercio illegale di fauna selvatica.  Stati chiave, tra cui Botswana, Ciad, Cina, Gabon, Etiopia, Indonesia, Tanzania e Vietnam, insieme ad Usa  e Russia, hanno firmato per intraprendere azioni che aiuteranno a «Sradicare la domanda di prodotti naturali, rafforzare l’applicazione della legge, e sostenere la sviluppo di mezzi di sussistenza sostenibili per le comunità colpite dalla criminalità della fauna selvatica».

Queste misure includono: il sostegno al proseguimento dell’attuale divieto internazionale in materia di commercio di avorio di elefante; la rinuncia all’uso dei prodotti di specie minacciate di estinzione; la modifica della legislazione per far diventare il bracconaggio e il traffico di fauna selvatica “reati gravi” ai sensi della Convention against Transnational Organized Crime dell’Onu; il rafforzamento della cooperazione transfrontaliera e del  coordinamento dei “regional wildlife law enforcement networks”; ulteriori analisi per comprendere meglio i legami tra la criminalità della fauna selvatica e le altre forme di criminalità organizzata e la corruzione e per esplorare i legami con il terrorismo.

Infatti al summit erano presenti anche organismi internazionali come Cites, Unep, Banca di Sviluppo Africana e la Banca Mondiale, Interpol, Unodoc ed Afdb a conferma del coinvolgimento delle organizzazioni criminali nellla rete internazionale del bracconaggio e del traffico di specie selvatiche. In Africa è in corso una vera e propria guerra  contro gli animali che miete anche vittime umane: negli ultimi 10 anni sono stati uccisi dai bracconieri 1.000 ranger dei parchi e il traffico di fauna selvatica finisce per innescare un ciclo di instabilità che aumenta la povertà e minaccia la sicurezza regionale e internazionale.

Il Wwf da un giudizio positivo dell’accordo che «esprime l’impegno che la comunità si è assunta per contrastare questi traffici e comprende dei punti cruciali per la lotta alla criminalità “di natura”, tra cui:  mettere in campo quelle azioni capaci di stroncare il mercato di prodotti illegali provenienti da specie protette, rafforzare l’applicazione delle leggi in materia e assicurare che vi sia un quadro legislativo comune certo e deterrenti efficaci contro l’illegalità, promuovere la gestione sostenibile delle risorse naturali affiancando con progetti concreti le comunità locali dei paesi dove vivono le specie più colpite, tra cui elefanti, rinoceronti, tigri».

D’altronde Traffic, il programma congiunto di Wwf ed Iucn per monitorare e contrastare il commercio legale e illegale di fauna selvatica,  ha collaborato con il governo britannico alla preparazione della conferenza londinese e sottolinea che «la “Dichiarazione di Londra” che riconosce la vasta portata del problema e le sue implicazioni economiche (il giro di affari mondiale del  traffico illegale di wildife vale 19 miliardi di dollari annui), sociali e ambientali inclusa l’escalation del bracconaggio che è in atto e sempre più il forte coinvolgimento della criminalità organizzata nei traffici illegali che minacciano il ruolo stesso della legge e dei legittimi governi e incoraggiano la corruzione».

E’ importante che tra i Paesi che hanno partecipato alla Conference on Illegal Wildlife Trade  ci fossero anche la Repubblica Democratica del Congo, il Gabon, il Kenya e la Tanzania  che, insieme a Repubblica Centrafricana, Sudan, Somalia, Etiopia, Ciad, Mali, (non presenti a Londra) sono tra i più coinvolti nel bracconaggio contro gli elefanti. Al summit anti-bracconaggio hanno partecipato anche Paesi come il Togo che fungono da aree di transito per l’avorio africano verso Cina, Malaysia, Filippine ed i protagonisti del commercio illegale di corni di rinoceronti come  Sudafrica, Mozambico, Vietnam, insieme agli Stati coinvolti nel traffico di parti di tigri come Indonesia, Myanmar, Russia e Cina.

I presidenti di Botswana, Chad, Gabon e Tanzania e il ministro degli esteri dell’Etiopia hanno presentato la proposta di una Elephant Protection Initiative che asscuri nuovi fondi privati e pubblici per implementare l’African Elephant Action Plan.

Secondo Isabella Pratesi, responsabile  conservazione Internazionale del Wwf Italia, «i governi hanno lanciato un messaggio forte attraverso la Dichiarazione di Londra. Il commercio illegale costituisce una minaccia globale serissima alla biodiversità, paragonabile ad una vera e propria “estinzione di massa”.  Il numero di rinoceronti uccisi illegalmente nel solo Sud Africa è salito a oltre 1.000 lo scorso anno dagli appena 13 esemplari uccisi dal bracconaggio 6 anni fa. Le ultime stime parlano oramai di solo 3.200 tigri rimaste in natura e per la tigre di Sumatra abbiamo solo pochi anni per non perderla come quella di Bali e di Giava, e, secondo stime recenti, sono oltre 25.000 gli elefanti africani (soprattutto di foresta) illegalmente uccisi nel solo 2012, con una media di 100 animali uccisi ogni giorno. Ci auguriamo che anche l’Italia, che è un grande consumatore di risorse naturali, il primo mercato di pelli di rettile dall’Asia e di legname dalle ultime foreste della tigre sappia e si decida a fare la sua parte».