L’acciaio italiano tra arresti eccellenti e opportunità di rilancio sostenibile

[17 marzo 2015]

Se all’acciaio italiano dovessimo dare un volto e un nome, questi sarebbero di Antonio Gozzi, amministratore delegato della Duferco nonché presidente di Federacciai, oggi arrestato in Belgio «nell’ambito dell’affare Kubla per supposti fatti di corruzione nella Repubblica democratica del Congo», come riporta la stessa Duferco non nascondendo lo «stupore» per l’evento.

Un altro arresto eccellente che si abbatte sulla cronaca italiana dopo quello, avvenuto ieri,  dell’ex dirigente del ministero dei Lavori pubblici, Ercole Incalza. Fatto salvo in entrambi i casi la preseunzione d’innocenza fino al termine del percorso giudiziario, ciò non toglie che si tratti dell’ennesimo, duro colpo all’immagine dell’Italia e alla sua élite dirigenziale e produttiva. Un impatto che si annuncia particolarmente gravoso per il settore siderurgico, a dir poco già traballante.

Basti pensare che lo stesso Gozzi era atteso tra 10 giorni a Piombino, per un incontro congiunto con Issad Rebrab di Cevital e il viceministro De Vincenti, per discutere del futuro dell’acciaieria toscana. Se la siderurgia nazionale vuole davvero porre basi solide sulle quale ergersi nel presente e prossimo futuro, è necessario ora ripensare le condizioni che hanno portato al suo declino. Oltre alla non trascurabile dimensione del malaffare, queste sono identificabili nell’eccesso di offerta dell’acciaio a livello mondiale, negli alti costi energetici e nelle oscillazioni di prezzo riferibili alle materie prime coinvolte nel processo produttivo.

Come si evidenzia in una recente analisi del settore da parte della società italiana di servizi energetici Avvenia, in particolare i costi energetici dell’industria siderurgica rappresentano per il settore mediamente un 40% del totale dei costi operativi totali. Tornare carsicamente a parlare di nuove centrali a carbone per ovviare al problema, come da ultimo è avvenuto proprio in Toscana, non sembra aprire a promettenti orizzonti.

Puntando sulla produzione di acciaio da rottami anziché da minerale vergine, ad esempio, già l’input energetico si riduce del 75% in media. Ma gli esempi di diversificazione possibile, fortunatamente, sono molti – alcuni dei quali già portati avanti su suolo italiano. Come in provincia di Lecco, dove uno stabilimento produttivo di semilavorati dell’acciaio e derivati ha recentemente ottenuto un risparmio del 50% in termini di energia primaria attivando un cogeneratore a gas naturale a tecnologia italiana, ottenendo così anche una riduzione dell’impatto ambientale grazie all’abbattimento delle emissioni di CO2.

«L’energia elettrica autoprodotta viene interamente consumata nello stabilimento – spiegano in una nota da Intergen, che installato l’impianto –  e il calore recuperato dalla camice dei cilindri, per 770 kWt, viene utilizzato per riscaldare a 90 gradi un circuito d’acqua calda che viene utilizzato per mantenere in temperatura le vasche dove vengono effettuati trattamenti sui semilavorati d’acciaio. Dai fumi viene invece recuperata energia per 800 kWt che alimenta una caldaia ad alta efficienza che genera vapore a 120 gradi alla pressione di un bar. Il vapore viene utilizzato per i trattamenti termici dei semilavorati».

Tecnologia (italiana) verde per una boccata d’ossigeno nella siderurgia italiana: nei momenti di crisi anche i segnali più piccoli possono dare speranza e forza per rialzare la testa.