L’European research council alla Città della Scienza, che risorge dalle ceneri dell'attentato

L’avvenire dell’Europa passa dalla ricerca (e si ritrova in Italia)

Ma la metà dei fondi va a Germania, Francia e UK. E le donne sono tagliate fuori

[29 ottobre 2013]

Con i saluti di Vittorio Silvestrini, Presidente della Fondazione IDIS, si è aperta questa mattina alla Città della Scienza di Napoli, la giornata informativa dell’European Research Council (ERC) che ha per titolo L’avvenire della ricerca di eccellenza.

L’apertura dei lavori è avvenuta a opera di Helga Nowotny, la Presidente dell’European Research Council. Una forma di tangibile vicinanza tra l’agenzia europea indipendente che finanzia la ricerca scientifica sulla base di un unico principio, il merito, e una centro avanzato di diffusione del sapere scientifico, la Città della Scienza, che è stato fatto oggetto, nei mesi scorsi, di un vile attentato che ha mandato in fumo uno degli science centre più belli e innovativi d’Europa.

La giornata informativa torna utile per fare il punto sull’European Research Council in prossimità di due scadenze davvero importanti: il rinnovo della dirigenza e l’aumento del budget.

Il Consiglio Europeo della Ricerca è una vera e propria agenzia che ha il compito di finanziare la ricerca di eccellenza dell’Unione Europea. Per fare questo gode di totale indipendenza – la politica non entra in alcun modo nel merito delle decisioni dell’ERC – e di un budget che, tra il 2007 e il 2013, nei sette anni del FP7 (il Settimo programma quadro) – è stato complessivamente di 7,5 miliardi di euro. In pratica, l’ERC ha potuto finanziare ricerca per oltre un miliardo di euro l’anno.

L’ERC ha finanziato la ricerca di eccellenza di giovani e adulti con grants molto ricchi – alcuni sono arrivati anche a 3,5 milioni di euro – sulla base di un solo criterio: il merito, appunto. Apposite commissioni hanno giudicato e finanziato i progetti migliori a prescindere da ogni altra considerazione: nazione di provenienza, sesso, prestigio del centro di provenienza.

Questa politica è valutata molto bene nella comunità scientifica, ed è questa la maniera di promuovere la ricerca di eccellenza in Europa. Con questo modo l’Europa può conservare il valore assoluto della sua ricerca scientifica.

Il prossimo presidente – si fa il nome di Jean-Pierre Bourguignon, un matematico francese di grande valore, attuale direttore dell’Istituto di Studi Avanzati di Parigi – avrà il compito di preservare questo patrimonio di indipendenza e di efficienza. E, anzi, dovrà potenziarlo. Perché la ricerca europea soffre di frammentazione. Quasi il 95% degli investimenti pubblici dell’Unione – oltre 100 miliardi l’anno – avvengono a opera dei 28 governi nazionali. L’Unione coordina investimenti in ricerca per non più di 7 miliardi l’anno. E l’ERC finanzia progetti, come abbiamo detto, per un miliardo: meno dell’1% della spesa pubblica europea in ricerca e sviluppo.

L’Europa, diceva Antonio Ruberti, deve creare un’Area Comune della Ricerca, se vuole competere con giganti (Usa, Cina, Giappone) che hanno molti fondi e un solo cervello. Non toccherà certo al nuovo presidente dell’ERC realizzare il programma di Ruberti, che è squisitamente politico. Ma il nuovo presidente dovrà mostrare che quella dell’ERC è la strada migliore e, dunque, da battere.

Avrà a disposizione un budget superiore: il prossimo programma quadro, che parte il prossimo anno per concludersi nel 2020 e chiamato Horizon 2020 – prevede un incremento del budget per l’ERC: da 7,5 miliardi nei sette anni a 12,0 miliardi. In pratica l’European Research Council nei prossimi sette anni finanzierà progetti di ricerca per poco meno di 2 miliardi l’anno.

Il nuovo presidente dovrà affrontare due problemi, che non sono banali. Ma la cui soluzione non dipenderà da lui. Il primo ha un carattere geografico e geopolitico. La metà dei fondi assegnati dall’ERC, infatti, va a ricercatori di soli tre paesi: Germania, Francia e Regno Unito. I ricercatori italiani si difendono bene, ma poi spendono il loro grant in strutture all’estero. Solo il 2% dei fondi viene assegnato ai paesi dell’ex blocco sovietico.

Il motivo è chiaro: Germania, Francia e Regno Unito hanno buone strutture di ricerca dove si allena l’eccellenza. Gli altri paesi, Italia inclusa, non hanno quelle strutture. Questa asimmetria tra pochi paesi membri eccellenti e la gran parte in affanno non può e non deve durare. Ma non può essere risolta abbassando la qualità della selezione da parte dell’ERC. Sta all’Unione nel suo complesso e ai singoli governi favorire lo sviluppo di ricerca di eccellenza nei paesi europei in affanno. Il nuovo presidente deve dunque tenere duro sul principio assoluto del merito. E, magari, sottolineare la necessità di una politica che porti all’eccellenza anche quei paesi che oggi hanno difficoltà.

Analogo il discorso per la questione di genere. Solo il 25% dei fondi assegnati dall’ERC va a ricercatori di sesso femminile. Troppo poco. C’è un’asimmetria anche nella selezione: solo l’8% delle donne che presentano un progetto sono premiate, contro l’11% dei maschi. Ma, ancora una volta, la soluzione del problema di genere non consiste nel creare “quota rosa”, ma nel rimuovere gli ostacoli che impediscono all’eccellenza femminile di emergere.

Iniziative come quella tenuta oggi a Napoli, che hanno come scopo l’informazione sulla ricerca di eccellenza e la solidarietà con chi è in difficoltà, vanno nella direzione giuste. Puntano a far conoscere l’ERC e la sua funzione. Che devono essere preservate. Ma dimostrano anche che chi finanzia la ricerca di eccellenza in Europa non si dimentica degli ostacoli che questa ricerca incontra. D’altra parte se anche i paesi che non ce la fanno imparano a fare ricerca d’avanguardia e se viene rimosso quel “tetto di cristallo” che impedisce alle donne di affermarsi, l’ERC avrà un universo più vasto e più ricco dove  selezionare “ricercatori eccellenti”. E l’intera Europa ne avrà un beneficio enorme.