Legambiente, a due anni dal terremoto in Centro Italia oltre la metà delle macerie è sempre lì

La soluzione sta nell’economia circolare: tecnicamente questi inerti sono quasi tutti recuperabili, ma la risposta delle istituzioni «è stata molto timida»

[24 agosto 2018]

«C’è il terremoto, il terremoto non è prevedibile, ci sono queste scosse, gli esperti dicono che è aumentata la probabilità che ci possa essere una scossa ancora più forte, regoliamoci di conseguenza. Questo è il messaggio che deve passare». Il capo della Protezione civile nazionale, Angelo Borrelli, era ieri al Centro operativo comunale di Montecilfone (Campobasso) per fare il punto sulle scosse che nell’area stanno facendo tremare da giorni i cuori come la terra: solo dal 14 al 20 agosto l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ne ha documentate quasi 200, la più forte di magnitudo 5.2.

L’inquietudine è ovviamente tanta. Anche perché l’Italia ha dimostrato più volte nel corso degli anni la fragilità del proprio territorio, e soprattutto la cronica inadeguatezza delle misure di prevenzione messe in campo per contrastare il rischio sismico. Le tragedie si susseguono con regolarità, e ogni volta i costi economici del danno (per non parlare di quelli umani) superano di molto quegli per gli investimenti che avrebbero potuto evitare il peggio.

Un leitmotiv che purtroppo è stato confermato anche con l’ultima grande sequenza sismica, che ha colpito l’Italia nel 2016. A due anni esatti dal terremoto di Amatrice-Visso-Norcia del 24 agosto 2016 scopriamo che non va meglio anche sul fronte della ricostruzione: il rapporto di Legambiente Lo stato di avanzamento dei lavori nelle aree post sisma mostra che su tutti i fronti aperti – come recupero delle macerie, riqualificazione o costruzione di edifici scolastici, soluzioni abitative d’emergenza, messa in sicurezza dei beni culturali – si procede molto a rilento.

A testimoniare vera e propria emergenza sullo stato del patrimonio culturale recuperato ci sono ad esempio le Marche, dove sui 13.211 beni mobili complessivamente recuperati solo 1.563 si trovano oggi in 2 depositi gestiti dal ministero dei Beni culturali. Non va meglio sul fronte delle scuole: nonostante con le tre ordinanze emesse (la 14 e la 33 del 2017, e la 56 del 2018) siano stati previsti interventi di riqualificazione o nuove edificazioni per ben 235 edifici scolastici, sembrano tuttavia ancora lontani i tempi di realizzazione visto che la maggior parte dei cantieri sono ancora in fase di progettazione o di attuazione. Basti pensare che delle 21 scuole individuate con la prima ordinanza (n.14) e da realizzare entro l’anno scolastico 2017-2018, ne sono state ricostruite solo tre. Per quanto riguarda invece le Sae (Soluzioni abitative per l’emergenza), stando agli ultimi dati riportati sul sito della Protezione civile sono ancora 231 quelle che devono essere consegnate ai sindaci di 10 Comuni (e in pratica potrebbero essere molto di più, dato che la consegna al sindaco non comporta necessariamente che le case siano state già consegnate alle famiglie).

È ormai sempre più evidente che la ricostruzione nel centro Italia continui a incontrare problemi, procedendo a rilento e a fatica rispetto a interventi fondamentali che riguardano edifici pubblici e privati. In questi due anni dal sisma – commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – si è continuato a intervenire con provvedimenti tampone, decreti e emendamenti alle norme vigenti».

Niente fotografa meglio il risultato di questo modus operandi come i dati sulle macerie ancora da gestire sul territorio, a due anni dal sisma. Guardando solo alle macerie pubbliche (ossia quelle prodotte a seguito di crolli, o demolizioni effettuate su ordinanze sindacali) sono solo 1.077.037 le tonnellate rimosse nelle quattro regioni colpite (Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria) su un totale stimato di 2.667.000 tonnellate: appena il 40% del totale. Come ricorda Legambiente ha pesato la mancanza di pianificazione preventiva, visto che ci sono voluti mesi per individuare e autorizzare siti temporanei idonei a conferire le macerie: come sempre per gestire i rifiuti occorrono siti e impianti dedicati, e come sempre non ce n’è abbastanza. Allo stesso tempo risulta drammaticamente lacunosa la gestione legata al recupero degli inerti. Secondo i dati forniti dal Cigno verde non meno del 98% delle macerie è costituito da inerti, praticamente quasi tutti recuperabili, e le tecnologie di riciclo consentono oramai di ottenere aggregati con caratteristiche prestazionali paragonabili a quelle dei tradizionali inerti naturali, a costi ridotti. Eppure la risposta delle istituzioni «è stata molto timida», e non è certo una novità per il settore. Ad esempio, in «Umbria solo il 20% delle 70 mila tonnellate di inerti finora è stato utilizzato dai comuni. Nelle Marche le imprese a cui vengono conferiti gli inerti sono a rischio saturazione. Stesso discorso per il Lazio e varrà per l’Abruzzo».

«Al Governo chiediamo di fare chiarezza – conclude Zanchini – rispetto a come intende attrezzarsi per gestire i rischi del territorio italiano dopo che in questi anni sono stati tolti poteri e compiti della protezione civile e che nelle scorse settimane sono state chiuse le strutture di missione su scuole e dissesto, oltre che Casa Italia. Una sfida fondamentale riguarda sicuramente la gestione delle macerie, e il nostro auspicio è che il ministro dell’Ambiente Costa, che ha appena ricevuto la delega sull’economia circolare, possa svolgere in questo campo un forte ruolo di indirizzo e coordinamento nei confronti delle Regioni».