Libia: il Parlamento di Tobruk respinge il piano Onu. No ad un governo di unità nazionale

Nel Paese è il caos. Le milizie: «Una pace ingannevole è più nociva di una guerra aperta».

[20 ottobre 2015]

Libia salafiti

Oggi a Skhirat, in Marocco, i due Parlamenti che si contendono la  Libia, la Camera dei rappresentanti (CDR) de Tobruk (riconosciuta dalla Comunità internazionale)  e il Congresso generale nazionale (CGN) di Tripoli, avrebbero dovuto firmare un accordo di pace e per un governo unitario, ma il  CDR di Tobruk ha respinto il piano di pace proposto dall’Onu, che ora minaccia di interrompere i negoziati.

Il primo ministro di Tobruk, Ali al-Tekbali, ha confermato che la maggioranza dei deputati ieri hanno detto che non avrebbero respinto la proposta Onu, che quindi non è stata nemmeno messa in votazione.

Secondo quanto hanno detto dei parlamentari all’agenzia di stampa libica Lana, «La Camera dei rappresentanti ha deciso all’unanimità di respingere la proposta dell’ONU perché è incompatibile con il quarto progetto di accordo che era stato firmato inizialmente».

Un brutto colpo per Bernardino Leon, il capo della missione Onu in Libia, che l’8 ottobre aveva annunciato che le parti belligeranti, dopo un anno di  confronto politico,. avevano finalmente concordato di formare un governo di unità nazionale. Ci hanno creduto in molti, comprese l’Italia e l’Unione europea, pronte ad intervenire in Libia per pacificarla e immemori che proprio un intervento occidentale per “portare la democrazia” ha ridotto la Libia nel sanguinoso caos che sta vivendo.

In Libia due governi e di Parlamenti si disputano la legittimità mentre lo stato non esiste più, frantumato in emirati dei signori della guerra, in “nazioni” tribali, in califfati islamisti, tutti impegnati a mettere le mani sugli impianti petroliferi e gasieri e sul traffico di esseri umani.

E’ dal settembre 2014 che l’ONU sta cercando faticosamente di condurre alla ragione le diverse fazioni che si contendono quel che fu la Libia, ma i conflitti continuano malgrado sia stata firmata una tregua tra le fazioni belligeranti ed infilarsi in Libia per una missione di pace sarebbe un suicidio per chiunque, soprattutto se quel chiunque è l’ex potenza coloniale che ha partecipato alla “liberazione” da Gheddafi che ha portato a questo disastro economico, umanitario e geopolitico.

Il no di Tobruk arriva mentre il Parlamento di Tripoli sembrava aver cambiato opinione ed essere diventato favorevole all’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale. Ma il sì all’accordo aveva già diviso le milizie di Fajr Libya ( Alba della Libia) al potere a Tripoli.

Secondo Salah Bakouch, consigliere della delegazione di Tripoli a Skhirat, «Se noi firmiamo subito. Sappiamo con chi governeremo. Dopo il 20 ottobre Haftar [Khalifa Haftar, capo delle forze armate alleate del governo di Tobruk] potrebbe fare un colpo di Stato, o la Cirenaica fare secessione».

Ma il testo dell’accordo non piace a molti: prevede che i 145 membri del Consiglio di Stato ( più o meno il nostro Senato) provengano tutti dal CGN, e non i tre quarti come previsto inizialmente. Inoltre, la CDR sarebbe l’assemblea principale. Ma dopo la battaglia di Tripoli, che ha provocato la costituzione di due governi nemici ed aperto la porta all’arrivo delle milizie nere dello Stato Islamico, la Libia non sembra riuscire a trovare una soluzione politica, anche perché l’intesa è osteggiata dalle milizie libiche che occupano Misurata, la terza città della Libia, sempre più forti grazie al controllo dei traffici portuali e delle attività economiche. E’ Misurata che ha imposto a Tripoli il governo di  Fajr Libya.

Attualmente la principale preoccupazione delle milizie dell’est sembra quella dell’eradicazione definitiva degli ultimi gheddafisti”, compresi Haftar, i gruppi armati di Zintan o della tribù di Wershefana diventati sostenitori di Tobruk.

Ma anche le milizie di Misurata stanno cambiando opinione dopo che lo Stato Islamico si è installato a Sirte, a 250 Km ad est di Misurata, da dove ha organizzato diversi attacchi al porto, costringendo al ritiro di diversi battaglioni stanziati ad occidente per proteggere Misurata dallo Stato Islamico. Una strategia che funziona solo s c’è un accordo politico con i nemici del governo di Tobruk.

L’altro problema è il golpista ed ex-gheddafiano  Haftar, tanto che Abdelkader Ouali, dalla  CGN, dice che in un accordo di pacificazione «Deve esserci scritto nero su bianco che Haftar non può esercitare delle funzioni ufficiali. Proponendo delle personalità come Jadallah el-Talhi [ex primo ministro di Gheddafi] come capo del governo, la Camera dei rappresentanti dà l’impressione di essere composta da gheddafisti e non da rivoluzionari».

Il problema è che dalla “rivoluzione contro Gheddafi non è emersa una classe dirigente, ma una serie di signori della guerra o di politici islamisti al servizio di Arabia Sauduita e Qatar o dele regime militare giziano, oppure egli occidentali che hanno aperto la strada ai ribelli con i bombardamenti Nato.

In realtà gli stessi che dicono di volere un accordo lo smontano sul territorio. A cominciare dal signore della guerra  politico Salah Badi, che ha fondato il Fronte della fermezza, una milizia vicina ad d’Ansar al-Charia che continua a combattere nell’ovest della Libia contro gli Zintanis e i Wershefana.

Per queste milizie, nate da un groviglio di odi tribali e di radicalismo religioso, l’unità della Libia non conta nulla e in molti dei loro militanti e simpatizzanti, richiamati dall’ala dura del Congresso generale nazionale, si riuniscono ogni venerdi nella piazza dei Martiri a Tripoli innalzando caricature di Bernardino León e sotto lo slogan «Una pace ingannevole è più nociva di una guerra aperta».