Lo sprint velocissimo dei ghepardi, verso l’estinzione

Crollo globale del numero dei ghepardi in natura, cambio di paradigma nella conservazione per salvarli

[27 dicembre 2016]

Secondo uno studio appena pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), l’animale terrestre più veloce del mondo, il ghepardo, sta facendo il suo ultimo sprint verso l’estinzione e potrebbe scomparire presto in natura, se non verranno adottate misure urgenti di conservazione negli areali in cui ancora sopravvive.

Il team composto da ricercatori della Zoological Society of London (Zsl), della Wildlife conservation society (Wcs) e di Panthera chwe ha redatto lo studio stima che in tutto il mondo siano rimasti in natura solo  7.100 ghepardi che vivono in un territorio frammentato che si estende solo sul 9% del loro areale storico. Quelle più colpite sono le popolazioni di ghepardi asiatici, con meno di 50 individui sopravvissuti in una piccola enclave isolata in Iran. Secondo lo studio, più della metà ghepardi superstiti del mondo appartengono a popolazioni che vivono in 6 Paesi dell’Africa meridionale.

Proprio a causa di questo drammatico declino, gli autori dello studio chiedono che il ghepardo passi dalla categoria “vulnerabile” a quella “in pericolo” nella Lista Rossa delle specie minacciate dell’Iucn, «Come riconoscimento delle minacce che deve affrontare», dicono alla Zsl. Alla fauna selvatica inclusa in  questa categoria viene dato maggiore sostegno internazionale per la salvaguardia, proprio per cercare di evitare un’estinzione imminente.

La principale autrice dello studio, Sarah Durant, che lavora sia per la Zsl che per la Wcs ed è project leader del Rangewide conservation program for cheetah and african wild dog, sottolinea che «Questo studio ad oggi rappresenta l’analisi più completa dello status del ghepardo. Data la natura segreta di questo sfuggente felino, è stato molto difficile raccogliere informazioni sulla specie, che l’hanno portata alla sua condizione di essere trascurata. I nostri risultati dimostrano che i grandi spazi richiesti dal ghepardo, insieme alla complessa gamma di minacce per la specie in natura, significano che è probabile che sia molto più a rischio di estinzione di quanto si pensasse in precedenza. Abbiamo lavorato con i governi degli Stati dell’areale del ghepardo e le cheetah conservation community per attuare quadri di azione completi per salvare la specie, ma per attuarli sono necessari  fondi e risorse.  Le recenti decisioni prese a Johannesburg al meeting della Cop17 Cites rappresentano una significativa innovazione, soprattutto in termini di arginare il flusso illegale di felini vivi che vengono trafficati fuori dalla regione del Corno d’Africa. Tuttavia, è necessaria un’azione concertata per invertire i declini in corso, a fronte dell’accelerazione dei cambiamenti dell’uso del suolo in tutto il continente».

Se i ghepardi sfrecciano ad oltre 100 km all’ora nei documentari che guardiamo con ammirazione, ben poco si conosce della vera e propria persecuzione alla quale vengono sottoposti questi magnifici predatori: «Anche all’interno di parchi e riserve ben gestiti, i ghepardi raramente sfuggono alle minacce pervasive di conflitto uomo-fauna selvatica – spiegano i ricercatori –  alla perdita di prede a causa di caccia eccessiva da parte di persone, alla perdita di habitat, al traffico illegale di parti ghepardo e al commercio come animali esotici da compagnia».

Infatti, un’altra delle  grandi preoccupazioni di chi difende i ghepardi è il traffico illegale di cuccioli, alimentato  dalla domanda delle monarchie assolute petrolifere del Golfo. Al mercato nero un  cucciolo di ghepardo può valere fin a 10.000 dollari e, secondo il Cheetah Conservation Fund, è certo he negli ultimi 10 anni sono stati esportati clandestinamente dall’Africa 1.200 cuccioli di ghepardo, l’85% dei quali sono morti durante il viaggio. La Cop17 Cites ha approvato nuove misure per reprimere l’uso dei social media per pubblicizzare i ghepardi in vendita.

A peggiorare le cose c’è il fatto che il ghepardo è uno dei carnivori che ha bisogno di uno dei più grandi territori di caccia del mondo e che solo il  77% di quel che resta del suo areale storico è incluso in aree protette. I recinti che impediscono  i movimenti delle specie selvatiche rendono la  protezione dei ghepardi particolarmente impegnativa e aumentano notevolmente la loro vulnerabilità agli impatti antropici. I ghepardi faticano a trovare prede in un territorio sempre più occupato dalle attività agricole e a causa della caccia/bracconaggio degli animali selvatici di cui si cibano.

I ricercatori della Zsl fanno l’esempio dello Zimbabwe, dove  queste pressioni hanno fatto precipitare in soli 16 anni la popolazione di ghepardi del Paese da 1.200 esemplari a un massimo di 170 animali, un’eccezionale perdita dell’85%.

Gli scienziati chiedono un urgente cambio di paradigma nel modo di attuale la salvaguardia dei ghepardi, concentrando gli sforzi sulla conservazione del territorio, che va oltre i confini nazionali e che devono essere coordinati da strategie di conservazione regionali per tutte le specie esistenti. E’ quello che alla Zsl definiscono «Un approccio olistico alla conservazione, che incentiva la protezione dei ghepardi da parte delle comunità locali e dei governi trans-nazionali, accanto alla convivenza sostenibile uomo-fauna selvatica, che è fondamentale per la sopravvivenza della specie». Questo cambiamento  di paradigma richiede «approcci di incentivazione», che  in sostanza, significa pagare le comunità locali per proteggere una specie che molti vedono come un pericoloso predatore.

La metodologia utilizzata per questo studio sarà molto utile anche per altre specie, come i licaoni, che hanno bisogno di grandi aree di territorio per vivere e che quindi sono vulnerabili come i ghepardi alle crescenti minacce all’esterno delle aree protette istituite.

Kim Young-Overton, direttore del  Cheetah Programme di Panthera, conclude: «Abbiamo appena premuto il pulsante reset della nostra comprensione di quanto i  ghepardi siano vicini all’estinzione il ritorno di questo studio apicale è che assicurare le aree protette da solo non basta. Dobbiamo pensare in grande, conservando tutto il mosaico dei territori protetti e non protetti dove vivono questi felini con un grande territorio, se vogliamo evitare la altrimenti certa perdita del ghepardo per sempre».