Il Bilancio demografico nazionale dell’Italia che cambia e invecchia

L’invasione non c’è e la metà degli immigrati non è extracomunitario. Continua l’emigrazione italiana

[13 giugno 2017]

L’Istituto nazionale di statistica (Istat) ha presentato il Bilancio demografico nazionale, secondo il quale «al 31 dicembre 2016 risiedono in Italia 60.589.445 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,3% dei residenti a livello nazionale (10,6% al Centro-nord, 4,0% nel Mezzogiorno)». Quindi non solo l’invasione straniera non c’è, ma è localizzata maggiormente nelle regioni più ricche (e che richiedono e attirano manodopera straniera poco specializzata e a basso costo), mentre a sud l’immigrazione (soprattutto povera e “agricola”) non riesce nemmeno a sopperire all’imponente flusso migratorio di giovani laureati e diplomati verso il nord e soprattutto all’estero.

Come certifica l’Istat «prosegue nel 2016 la diminuzione dei residenti già riscontrata l’anno precedente. Il saldo complessivo è negativo per 76.106 unità, determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (96.981 residenti in meno) mentre la popolazione straniera aumenta di 20.875 unità. Tuttavia, all’interno della popolazione straniera la componente femminile diminuisce per la prima volta dagli anni Novanta quando l’Italia è diventata Paese di immigrazione».

Ma senza immigrazione l’Italia sembra un Paese destinato a spopolarsi: «Il movimento naturale della popolazione ha registrato un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 142 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 63 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto ampio e pari a 204.675 unità».

L’Italia del sangue e del “vogliono rubarci case e lavoro” non fa più figli ed è sempre più vecchia e anche gli immigranti – che qualcuno dipinge come produttori di figli in serie – sembrano cominciare ad adeguarsi ai costumi riproduttivi italiani: «Continua il calo delle nascite in atto dal 2008. Per il secondo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione (473.438, -12 mila sul 2015), di cui più di 69 mila stranieri (14,7% del totale), anch’essi in diminuzione».

Nell’Italia ove si vive di più e si nasce di meno calano i morti: «I decessi sono stati oltre 615 mila, circa 32 mila in meno rispetto al 2015, anno record della mortalità», ma l’Istat avverte che il dato 2016 è «in linea con il trend di crescita degli anni precedenti, dovuto all’invecchiamento della popolazione».

Un Paese dove si teme l’invasione dei migranti è ancora un Paese di migranti. L’Istat ci ricorda che «il movimento migratorio con l’estero fa registrare un saldo positivo di circa 144 mila unità, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Aumentano leggermente le iscrizioni dall’estero: poco più di 300 mila di cui il 90% riferite a stranieri. Allo stesso modo le cancellazioni per l’estero superano le 114 mila unità per gli italiani, di nascita e naturalizzati, (+12 mila rispetto al 2015) mentre sono quasi 43 mila per gli stranieri».

Dati che confermano che il fenomeno migratorio è molto più complesso, intricato e trasversale di quanto vorrebbero farci credere i vari Salvini e Meloni, e che risponde a contingenze economiche e sociali anche temporanee, dalle quali non sono immuni i migranti italiani.

Quello che è certo è che il nostro è già un Paese multietnico e che questo in gran parte non dipende dai disperati che arrivano con i barconi e per i quali l’Italia è solo un Paese di transito; gran parte degli stranieri residenti sono il frutto della nostra adesione all’Unione europea, la stessa che permette ai nostri imprenditori di delocalizzare all’estero per sfruttare manodopera a bassissimo costo o ai nostri ragazzi di andare a studiare e lavorare in giro per l’Europa.

Come spiega l’Istat concludendo il suo Bilancio demografico nazionale: «Continuano a crescere le acquisizioni di cittadinanza, nel 2016 i nuovi italiani sono più di 200 mila. In Italia vi sono circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella rumena (23,2%) seguita da quella albanese (8,9%). Si conferma la maggiore attrattività delle regioni del Nord e del Centro verso le quali si indirizzano i flussi migratori provenienti sia dall’estero sia dall’interno».