Car pooling, come 3mila auto in condivisione potrebbero sostituire 13mila taxi a New York

Un algoritmo in grado di soddisfare il 98% degli spostamenti urbani con un tempo medio di attesa di soli 2,8 minuti

[5 gennaio 2017]

Nell’ultimo anno, le maggiori preoccupazioni sentite dagli italiani in riferimento alla zona in cui vivono hanno molto a che vedere con l’auto: al primo posto secondo i dati raccolti dall’Istat c’è infatti l’inquinamento, seguito dal traffico e dalla difficoltà di parcheggio. Che cosa succederebbe se al posto delle oltre 43 milioni tra auto e moto presenti in Italia alcuni cittadini decidessero di offrire dei passaggi ai loro vicini che percorrono una tratta compatibile?

Un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, inquadrando la realtà più specifica di New York, ha fatto una domanda ancora più precisa: quante auto in condivisione occorrerebbero per sostituire i ben 13mila taxi che scorrazzano per la grande mela? Nello studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences e sintetizzato dall’edizione italiana di Scientific american, Javier Alonso-Mora e colleghi sono riusciti a creare «un algoritmo di ottimizzazione della domanda e dell’offerta dei passaggi» che sarebbe in grado di «soddisfare il 98% della domanda con un tempo medio di attesa di soli 2,8 minuti». In altre parole, una «flotta di 3000 auto in carpooling sarebbe in grado di soddisfare il 98% degli spostamenti urbani attualmente realizzati con i 13.000 taxi di New York». Se la condivisione dei passaggi avvenisse tutta tramite mini van da 5-10 passeggeri anziché comuni berline, il numero delle auto necessarie calerebbe ancora, a 2mila unità.

Il modello elaborato dai ricercatori si basa su dati reali dei viaggi dei taxi di New York in una settimana standard ed «esamina tutte le richieste in arrivo e i veicoli disponibili e determina le assegnazioni dei posti per ogni auto e il percorso migliore. Per questo il sistema si candida naturalmente alla gestione anche delle auto a guida autonoma».

Un vantaggio per i cittadini stressati dal traffico come per l’ambiente: «Considerando solo le ore perse nel traffico e il combustibile in più mandato in fumo, negli Stati Uniti il costo della congestione del traffico è di circa 121 miliardi di dollari all’anno, pari all’1% del prodotto interno lordo. E questo senza contare i costi esterni, come le maggiori emissioni di gas serra e particolato e l’aumento degli incidenti».

Il potenziale individuato nel caso specifico di New York, come facilmente intuibile, offre importanti spazi d’approfondimento anche in Europa, dove un’auto in media resta parcheggiata e dunque inutilizzata il 92% del tempo, rappresentando di fatto uno spreco di risorse naturali (necessarie per realizzare l’auto) ed economiche non indifferente. A rimetterci nell’immediato sarebbero però sia le industrie automobilistiche con le loro centinaia di migliaia di occupati, l’indotto e – naturalmente – i tassisti. Disoccupati a causa di un algoritmo. Com’è possibile tutelare queste categorie? La necessità di formazione continua e riqualificazione, una costante nei dibattiti sulla disoccupazione tecnologica, rimangono validi. Al contempo, è del tutto irrealistico pensare che questa soluzione possa essere efficace e sufficiente per tutti i 13mila tassisti newyorkesi, per non parlare delle possibili ricadute a livello globale. Per quanti inevitabilmente rimarranno indietro nella corsa con le macchine è necessario pensare forme di tutela pubblica – che si tratti di lavoro minimo o di reddito minimo. In questo modo sarebbe la collettività, e in particolare le sue fasce più agiate, a restituire e redistribuire una parte dei vantaggi (ambientali, sociali, economici) guadagnati con l’avvento dell’algoritmo.