La mobilità sostenibile monta in bicicletta: ecco i tre punti per un Piano nazionale

[15 luglio 2013]

La crescita del numero di biciclette e la difficoltà a realizzare opere complesse per la mobilità urbana richiede che si pensi finalmente alla bicicletta come terza componente effettiva della mobilità urbana e metropolitana, attraverso piani e progetti organici per realizzare efficaci strutture per muoversi in sicurezza, come le “ciclosuperstrade” (in corso di realizzazione in Germania, a Londra e in molti altre città e paesi) e le ciclostazioni[1].

Da anni nei Paesi Bassi e in Danimarca, ma anche in Stati americani come l’Oregon, si sono preparati e poi realizzati Piani nazionali per lo sviluppo della mobilità ciclistica.  Negli ultimi anni anche la Germania e la Francia hanno provveduto alla redazione di Piani, in Francia con il Plan national velo e in Germania con il Nationaler radverkehrsplan 2020.

In Italia si tratta di avviare una proposta di Piano, basata su tre assi di intervento:

–          una rete nazionale di grandi itinerari ciclabili, inserita nella rete europea (Eurovelo), riconosciuta come componente di TEN-T;

–          un sistema di punti per l’intermodalità tra bicicletta e altre modalità di trasporto, in particolare quello su ferro, imperniato su una rete di ciclostazioni, per aumentare l’efficienza e l’appetibilità della mobilità alternativa al mezzo privato a motore;

–          rendere le città e i principali centri urbani a misura di bicicletta, e quindi attrezzate e organizzate per la mobilità ciclistica, con reti di percorsi ciclabili estesi, sicuri e confortevoli, ciclosuperstrade per la mobilità quotidiana nelle aree metropolitane e delle aggregazioni urbane dense e con strutture per la sosta e di servizio ai ciclisti adeguate.

Di fronte alle difficoltà ad attuare la cosiddetta “cura del ferro”, messe in evidenza dal sottosegretario Erasmo D’Angelis, sostenitore da lungo tempo della mobilità ciclistica[2], nel realizzare, rispettando tempi, costi e ambiente, forse sarebbe necessaria una rivoluzione copernicana nell’approccio alla mobilità nelle città italiane, che metta al primo posto gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

D’altra parte in grandi città europee, all’avanguardia nell’organizzazione della qualità e della mobilità urbana, la bicicletta è già un mezzo di spostamento spesso più usato rispetto al trasporto pubblico (vedi grafico della ripartizione modale nelle città europee di oltre 150 mila abitanti, con quote di spostamenti in bicicletta superiori al 20%. Si tratta solo delle città oggetto dello studio EPOMM[3]).


[2] Ricordiamo che nel 2005 l’allora consigliere regionale D’Angelis propose una legge regionale per la mobilità ciclistica e poi nel 2009 organizzo gli “Stati generali della mobilità ciclistica” in Toscana.

[3] EPOMM is the European Platform on Mobility Management, a network of governments in European countries that are engaged in Mobility Management (MM). They are represented by the Ministries that are responsible for MM in their countries. EPOMM is organised as an international non profit organisation with seat in Brussels.

di Sergio Signanini, esperto di mobilità sostenibile per greenreport.it