Su greenreport.it il racconto del summit visto dal Perù

Non solo governi e multinazionali: l’altra faccia della COP20, raccontata in diretta da Lima

Indigeni, giovani e sindacati fanno squadra contro il cambiamento climatico

[5 dicembre 2014]

COP20, Lima – Oggi le associazioni, il movimento sindacale e i gruppi della società civile internazionale chiedono giustizia, insieme e in solidarietà con le donne della comunità di Saweto (Perù) per i 4 attivisti uccisi per aver difeso la loro comunità contro la deforestazione illegale. I leader del popolo Ashéninka di Saweto ospiteranno un’azione all’interno della COP20 per chiedere al governo peruviano di perseguire la giustizia, e nel caso, di adottare misure per proteggere i difensori dei diritti ambientali e garantire il diritto alla terra per le comunità indigene, questione al cuore di questo conflitto.

La comunità Asheninka è formata da 30 famiglie, vive nella regione di Ucayali, terra che il governo peruviano ha dato in concessione, senza nessun  coinvolgimento del popolo indigeno. Gli ambientalisti hanno documentato un sistema in cui le concessioni formali sono vendute sul mercato nero per consentire alle compagnie di estrarre mogano e cedro dalla terra indigena e in altre aree. Questo permette ai taglialegna di dichiarare come legalmente tagliato il legname quando lo esportano verso i mercati negli Stati Uniti e in altri paesi. Il 1 settembre i 4 leader indigeni sono stati uccisi per aver lottato per difendere la loro terra dalla deforestazione illegale, i diritti e la dignità della propria comunità. Il governo, dopo aver permesso alle imprese private di distruggere le foreste, ha interrotto le indagini e non cerca i colpevoli.

Ieri la delegazione ITUC ha incontrato le donne della comunità di Saweto, venute alla COP20 per chiedere giustizia e rispetto come indigene. Ci hanno raccontato che vivono in modo tradizionale nella foresta, proteggendo i boschi e il fiume di cui sono le guardiane. Di come il governo peruviano e le compagnie non tengano in alcun modo in considerazione il benessere di chi è nato e vive nella foresta. Loro chiedono solo di vivere in pace e tranquillità e invece devono convivere con la presenza di narcotrafficanti, la loro vita è stravolta dopo la morte dei loro mariti e padri, hanno dovuto lasciare la comunità perché minacciate, stanno perdendo la foresta che è il loro mondo, il loro fiume e l’aria sono inquinati dalla benzina dei camion delle compagnie, non sanno più come garantire l’istruzione e la salute per i loro bambini.

Con le donne di Saweto c’erano due uomini della comunità indigena che vive nel terreno contiguo, ma su territorio brasiliano. Ci hanno trasmesso che nella cultura indigena non esiste il concetto di confine: siamo tutti abitanti dello stesso pianeta, i confini sono linee immaginarie e non esistono nemmeno per gli impatti climatici. Per loro è importante ribadire che quello che sta succedendo a Saweto non è una questione di un piccolo gruppo indigeno ma è una questione umanitaria. L’aggressione alla natura, che lì si sta consumando, ci riguarda tutti, così come dovrebbe essere patrimonio comune la determinazione che l’acqua, l’ossigeno e la vita non possono essere vendute alle compagnie e dovremmo tutti lottare per impedire che i nostri governi lo facciano. Mentre i governi nella COP20 continuano per ora la ripetizione stanca di vecchie contrapposizioni, i lavoratori, gli indigeni e le popolazioni di tutto il mondo sono uniti nella lotta contro la mercificazione dei beni comuni, per la difesa del pianeta e la piena occupazione.

Una grande distanza contrappone gran parte dei governi e le grandi multinazionali alle organizzazioni sociali e agricole, al movimento sindacale, ai popoli indigeni, ai giovani, alle donne. I primi tentano di nascondere che il riscaldamento globale è la conseguenza diretta del sistema predatorio e estrattivo, che rinviano a tempi indeterminati le decisioni sul clima e si arroccano dietro lunghi negoziati, al momento inconcludenti, quando invece c’è bisogno di agire subito; i secondi chiedono giustizia sociale e climatica ora e ritengono che per combattere il riscaldamento globale si deve cambiare il sistema. Per affermare la voce dei popoli, dall’8 all’11 dicembre nel Parque de Lima, in parallelo alla COP20, si svolgerà il summit dei popoli (Cumbre de los pueblos) sui cambiamenti climatici. Il Cumbre sarà uno spazio di dialogo aperto, democratico, partecipato e di azione orizzontale. I colloqui mirano a rafforzare un’agenda comune per  fare pressione sui decisori politici della COP20. Gli esiti del summit saranno riportati in una dichiarazione finale che verrà approvata nell’assemblea dei popoli l’11 dicembre per essere poi consegnata alla Presidenza della COP20 del Perù, affinché le richieste dei popoli siano incorporate nel testo dell’accordo della COP20 del prossimo anno a Parigi.

L’inaugurazione si terrà lunedì 8 alla presenza del sindaco di Lima, Susana Villarán. E’ previsto l’arrivo di 300 leader di Via Campesina, 300 del Movimento Senza Terra (MST) dal Brasile, 150 sindacalisti e centinaia di attivisti sociali e ambientali da tutto il mondo. Ed è sempre nell’ambito del summit dei popoli, il 10 dicembre – Giornata Internazionale dei Diritti Umani – che a Lima si terrà la Marcia Mondiale dei Popoli in Difesa della Madre Terra, con una partecipazione prevista di oltre 15.000 persone solo nella capitale peruviana. Ma non saranno sole. La marcia partirà anche in altre varie città del Perù, e nelle principali capitali del mondo.