Paradise Papers: la rapina delle risorse dell’Africa. Glencore e gli altri

Come multinazionali e leader cleptomani dissanguano l’Africa nei paradisi fiscali

[13 novembre 2017]

I Paradise Papers sono la nuova fuga di notizie finanziarie che, in 13,4 milioni di file riservati, dimostrano quanto i potenti del mondo siano i responsabili dell’ingiustizia e della povertà  e quei documenti che avrebbero dovuto rimanere segreti rivelano come individui potenti e multinazionali utilizzano i paradisi offshore non solo per evitare di pagare le tasse, ma anche per nascondere la corruzione e le operazioni illegali. Non è un caso se le neodestre xenofobe non ne parlano: i Paradise Papers rivelano che dietro l’emigrazione economica c’è la rapina occidentale e di fronte a questo è difficile utilizzare gli slogan sull'”invasione” e dell’”aiutiamoli a casa loro” o “ci vogliono rubare il lavoro”.

Ad approfittare di questo saccheggio planetario sono anche i ricchi e potenti dell’Africa:  dal presidente del Senato della Nigeria, Bukola Saraki, a Ellen Johnson Sirleaf, ex presidente della Liberia, campionessa neoliberista del Fondo monetario internazionale e discussa Premio Nobel per la pace, che parcheggiano nei paradisi offshore i soldi munificamente dati loro dai governi e dalle multinazionali occidentali.  Sono i nostri uomini e donne in Africa – le elite  gfilo-occidentali che appoggiamo perché ci risolvano la crisi dei migranti e tengano a bada una gioventù esplosiva e disperata – che evitano con la consulenza della finanza mondiale di pagare le tasse mentre la maggior parte degli africani vive sotto la soglia di povertà. Peter Jones di Global Witness sottolinea che «Allo stesso tempo, è importante ricordare che i paradisi fiscali sono anche delle giurisdizioni segrete che possono facilmente nascondere attività criminali, dalla corruzione al riciclaggio di denaro.  Le aziende create in questi luoghi nascondono i loro veri proprietari. Non si possono scoprire molte informazioni su chi è dietro di loro, su ciò che l’impresa fa o quale capitale abbia».

Nei Paradise Paper viene insistentemente fuori il nome della Glencore che forse non dice molto ai più ma che è una multinazionale FTSE 100 e che è il più grande commodities trader  mondiale, Glencore e che è entrata in borsa solo nel 2011 in quella che resta la  più grande public offering della storia del London Stock Exchange. Mentre la maggior parte degli individui e delle compagnie citate nei Paradise Papers sono coinvolti solo in uno sporco affare, la Glencore è presente in almeno di quattro grandi operazioni: potrebbe dessersi ridotta fraudolentemente le tasse da pagare in uno dei Paesi più poveri del mondo, il Burkina Faso; ha nascosto la sua partecipazione in una controversa shipping company; ha evitato di pagare le tasse in Australia con un complesso traffico di valuta e soprattutto ha saccheggiato la Repubblica democratica del Congo (Rdc).

Infatti, come spiega Global Witness, che negli ultimi 5 anni  ha indagato sui sospetti affari minerari della multinazionale in Congo, le rivelazione più dannose per Glencore riguardano la collaborazione con con un noto mediatore della Rdc Negli ultimi cinque anni Global Witness de «I Paradise Papers aggiungono un ulteriore peso al nostro invito a Glencore ad affrontare un’inchiesta per corruzione, in particolare per quanto riguarda i suoi contratti in  Congo». Dal 2012 l’ONG che si occupa di finanza sporca ha rivelato le transazioni di Glencore Nella Rdc con Dan Gertler, un operatore minerario miliardario amicissimo del presidente congolese Joseph Kabila. In 10 anni di partnership Glencore ha pompato denaro, in prestiti e azioni per oltre mezzo miliardo di dollari nelle società offshore di proprietà di Gertler, il che gli ha permesso di realizzare almeno 67 milioni di dollari in profitti privi di rischi. «Molte di queste transazioni non avevano nessun senso per Glencore – dicono a  Global Witness – a meno che non fossero intese come un mezzo per “premiare” Gertler, l’amico del presidente».

Nel 2013 l’Africa Progress Panel dell’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha dimostrato che solo 5 operazioni minerari gestite da Gertler – 2 delle quali hanno coinvolto anche Glencore – hanno fatto perdere 1,4 miliardi di dollari alla Rdc, si tratta di quanto spende ogni amnno per la salute e l’istruzione il più grande Paese africano e sulla Terra non esiste altro Paese che abbia più bisogno del Congo di questi soldi, visto che si parla di uno Stato dove l’80% della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno e molte famiglie possono solo permettersi di nutrire i loro figli un giorno sì e uno no.

Eppure Glencore avrebbe dovuto capire fin da subito  che Gertler era a rischio di corruzione: è vicino a Kabila e al suo regime di cleptomani da 20 anni ed è coinvolto in affari  minerari in un Paese noto per il saccheggio delle materie prime e per le guerre e guerriglie che ha provocato. Ci vuole poco a capire che gente come Gertler potrebbe facilmente comprare i favori del presidente della Rdc e della sua cricca.

Nel 2016 le autorità Usa hanno multato l’ hedge fund Och-Ziff per oltre 400 milioni di dollari per  aver preso parte a una grossa operazione di corruzione nella Rdc e in altri quattro Paesi africani e nella Rdc tutti sanno che il partner di Och-Ziff è Gertler e infatti le prove statunitensi dimostrano che prooprio lui  ha pagato oltre 100 milioni di dollari in tangenti ai principali ministeri della Rdc per accaparrarsi licenze minerarie.

Di fronte alle denunce di  Global Witness , la strategia di Glenxcre è quella di difendere la correttezza delle sue  operazioni a livello mondiale e di negare ogni errore. Anche Gertler ha respinto tutte le accuse di corruzione. Ma i documenti dei Paradise Papers mostrano un’altra realtà.

Nel 2014 Global Witness aveva  scoperto che Glencore nel 2009 aveva prestato 45 milioni di dollari a una delle società di Gertler nelle isole Vergini britanniche per acquisire la Katanga Mining Limited, che possedeva una grande miniera di rame nella Rdc. Il prestito ha permesso a Gertler acquistare una significativa partecipazione nella Katanga Mining perchè il governo di Kinshasa ha provveduto a eliminarle quote di altri investitori. Un prestito rimasto segreto fino a che non è stato rivelato da Global Witness nel 2014 e ora dai Paradise Papers emerge che q equivaleva a un pacchetto “incentivazione” dato da Glencore a Gertler pder risolvere alcune controversie in atto con il governo congolese che sono miracolosamente scomparse non appena sono arrivati soldi freschi.

Dall’inchiesta statunitense contro Och-Zif è venuto fuori che l’intera operazione andava a beneficio di  Glencore-Gertler e che Gertler avrebbe pagato tangenti di milioni di dollari ai principali decision-makers i del settore minerario della Rdc.  Finora la partnership con Gertler si è rivelata devastante sia per Och-Ziff che per la compagnia mineraria kazala ENRC che è ancora sotto inchiesta per frode da parte del Serious fraud office britannico per i suoi con Gertler nella Rdc, mentre Glencore è sotto inchiesta in Canada per la attraverso la Katanga Mining,  e alcuni versamenti ad un’altra società offshore di Gertler.

Secondo Global Witness, «Per Glencore è’ arrivato il  tempo di affrontare un’indagine sulle sue trattative con Gertler. Può averlo assoldato per delle joint-venture in un contratto di febbraio per quasi un miliardo di dollari, ma la compagnia e i suoi dirigenti devono essere considerati responsabili per aver finanziato Gertler per un decennio di partnership e averlo  aiutato a diventare il capo del settore minerario congolese».

Un’altra brutta storia che emerge dai Panama Papers è quella del fondo sovrano dell’ Angola, creato con grande clamore nel 2012 per investire i grandi profitti petroliferi del Paese a beneficio della popolazione, ma chi gestisce i fondi –  i governanti del Movimento Popular de Libertação de Angola – Partido do Trabalho (Mpla-Pt ex marxista-lenista) convertitisi in una cleptocrazia statal-liberista . stanno utilizzando quei soldi per investire nelle loro attività.

Secondo The Guardian, Jean-Claude Bastos, un imprenditore svizzero-angolo, che gestisce la maggioranza 5 miliardi di dollari del fondo angolano attraverso la sua società Quantum Global ha investito i capitali in almeno quattro attività che controlla. L’imprenditore ha negato che di tratti di un conflitto di interessi.

Bastos, che era giù stato condannato Svizzera per essersi impossessato illegalmente dei fondi d’investimento, ha ottenuto senza nessuna gara dal governo di Luanda il contratto per gestire gran parte del fondo sovrano. La cosa interessante è che il presidente del fondo è José Filomeno dos Santos, figlio dell’ex presidente dell’Angola Jose Eduardo dos Santos e amico di Bastos.

In un Paese dove l’elite dell’Mpla controlla gran parte della ricchezza e delle risorse i Paradise Papers sono benzina sul fuoco. Raul Danda, leader parlamentare dell’opposizione dell’Unita, ha detto a Deutsche Welle che a qualcuno che sia stato condannato per aver violato la legge «Non dovrebbe essere affidato con il denaro del popolo angolano. Noto una grande mancanza di trasparenza in questo affare».

Un attivista anti-corruzione, Rafael Marques, ha definito Bastos «Un grande truffatore che insieme a Jose Filomeno si è rubato i soldi di un fondo che appartiene alla popolazione angolana».

Ma le promesse di giustizia sociale della lotta per l’indipendenza dell’Angola sembrano tramontate insieme al marxismo-leninismo dell’Mpla: Marques spiega che anche il nuovo presidente della Repubblica, João Manuel Gonçalves Lourenço, ha una partnership  con Bastos nelle miniere d’oro nella provincia Huila.

Anche se gli sporchi affari nella Rdc  e in Angola sono molto presenti nei Paradise Papers, non è che i leader de i altri Paesi africani si v comportino meglio. Per esempio, il ministro degli esteri dell’Uganda e l’ex presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Sam Kutesa, hanno creato un trust offshore nelle Seychelles, un paradiso per il segreto bancario, per gestire la loro ricchezza personale.

Si è già detto del presidente del Senato nigeriano Bukola Saraki che ha una società registrata alle Isole Cayman e secondo Premium Times non ha citato questa società sulla sua dichiarazione patrimoniale quando nel 2003 è diventato governatore dello Stato di Kwara. In Ghana, il fratello di John Dramani Mahama, presidente del Paese fino al gennaio 2017, voleva aprire società offshore nell’isola di Man.

Come dicono Pippo Civati ed Elly Schlein, segretario ed eurodeputata di Possibile, sono «Rivelazioni di portata potenzialmente maggiore rispetto ai Panama Papers che testimoniano quanto sosteniamo da tempo: la battaglia contro evasione ed elusione fiscale va condotta a livello globale, creando un organismo intergovernativo in seno all’Onu, per mettere al tavolo tutti gli Stati coinvolti, a partire da quelli più poveri che sono i più colpiti. Scandali come questo fanno emergere, in modo sempre più chiaro, la portata di un fenomeno che non esitiamo a definire devastante per i bilanci di molti Paesi, perché sottraggono al fisco entrate ingenti, che quasi sempre si traducono in tagli al welfare e ai servizi per i cittadini. Il Parlamento europeo voterà la settimana prossima la risoluzione finale della Commissione di inchiesta Panama papers definendo, con forti raccomandazioni, le misure che vanno adottate senza esitazioni per contrastare questi fenomeni, in grado di sottrarre fino a mille miliardi di euro all’anno nella sola area Ue. Cifra che vale tre volte il piano Juncker, e con la quale si potrebbero finanziare investimenti e servizi ai cittadini. Servono piena trasparenza, scambio automatico di informazioni e obblighi di rendicontazione per le multinazionali, a livello europeo e globale: la lotta alle diseguaglianze passa anche da qui».