L'incertezza rimane, ma non è «una scusa per ritardare l'azione»

Ora anche il Pentagono ha paura del cambiamento climatico: è un pericolo per la Difesa

«I militari devono essere pronti ad affrontarlo subito, è un moltiplicatore di conflitti»

[15 ottobre 2014]

Il segretario alla difesa Usa, Chuck Hagel, in visita in Perù – il Paese che a dicembre ospiterà la Conferenza delle parti sul clima, la Unfccc – ha detto che «il cambiamento climatico è un moltiplicatore di minacce  e il dipartimento della Difesa sta prendendo provvedimenti per incorporare questo problema in tutta la pianificazione. Il cambiamento climatico ha il potenziale di esacerbare molte delle sfide che il mondo già  affronta:  dalla diffusione di malattie infettive allo stimolo di conflitti armati». Hagel, che ha preso la parola alla Conference of the Defense Ministers of the Americas, ha spiegato che «la perdita dei ghiacciai peserà sulle forniture di acqua in diverse aree del nostro emisfero. La distruzione e devastazione degli uragani possono seminare i semi dell’instabilità. Siccità e cattivi raccolti possono lasciare milioni di persone senza alcuna prospettiva di vita, e provocare ondate di migrazioni di massa. Questo succede già nella regione africana del Sahel, dove la desertificazione sta mettendo a rischio milioni di persone, senza dimenticare che gli eventi climatici estremi stanno preoccupando anche i leader dell’Australia. L’emisfero occidentale non è immune. Due delle peggiori siccità nelle Americhe si sono verificati negli ultimi 10 anni: siccità che normalmente accadono  una volta in un secolo. Nei prossimi 50 anni, nei Caraibi l’innalzamento del livello del mare potrebbe sommergere 1.200 miglia quadrate di territori costieri, e alcune isole potrebbero dover essere  evacuate completamente. Secondo alcune stime, l’aumento delle temperature potrebbe sciogliere interi ghiacciai nelle Ande, il che potrebbe avere conseguenze a cascata, sia economiche sia per la di sicurezza».

Hagel a Lima ha fatto in pratica un riassunto della Climate Change Adaptation Roadmap 2014, appena pubblicata dal Dipartimento della difesa Usa (Dod). L’avviso per i suoi colleghi è forte. «Queste tendenze climatiche avranno chiaramente implicazioni per le forze armate regionali, dato che condizioni climatiche più estreme causeranno più disastri naturali, e il personale militare sarà chiamato a fornire assistenza umanitaria e di soccorso. Le nostre strutture costiere potrebbero essere vulnerabili alle inondazioni in aumento e le condizioni meteorologiche estreme potrebbero compromettere i nostri ranges di addestramento, le catene di rifornimento e gli equipaggiamenti essenziali. Potrebbe essere un test per le capacità di risposta dei nostri militari, e potremmo andare sotto stress»

Annunciando la Climate Change Adaptation Roadmap 2014, Hagel ha detto che «si basa sulla scienza e descrive gli effetti del cambiamento climatico sulle missioni e le responsabilità del Dod. Abbiamo quasi completato un’indagine di base per valutare la vulnerabilità di più di 7.000  delle nostre basi, installazioni e altre strutture militari. Sulla base di queste valutazioni, integreremo le considerazioni sui cambiamenti climatici nella nostra pianificazione, nelle operazioni e nell’addestramento».

Ma visto che il cambiamento climatico colpisce tutti Hagel ha assicurato che il Dod lavorerà con i Paesi alleati degli Usa per affrontare la minaccia: «Condivideremo le nostre scoperte, i nostri strumenti per la valutazione e i nostri piani per la resilienza. Cercheremo anche di imparare dalle esperienze delle nazioni partner». Il capo del Pentagono ha chiesto ai Paesi dell’emisfero occidentale, compresi alcuni latinoamericani non certo simpatizzanti per gli Usa, di partecipare al  programma Defense Environmental International Cooperation program : «Riconosco che le nostre forze armate svolgono ruoli diversi e hanno diverse responsabilità in ciascuna delle nostre nazioni. Riconosco anche che i cambiamenti climatici avranno impatti diversi in diverse parti dell’emisfero. Ma ci sono molte opportunità per  lavorare insieme». Rivolgendosi al Perù, che ospiterà la Conferenza Unfccc, Hagel ha esplicitato che «i militari del mondo devono essere parte della discussione. Dobbiamo avere uno sguardo chiaro  sulle minacce alla sicurezza presentati dai cambiamenti climatici, e dobbiamo essere proattivi nell’affrontarle».

Presentando sul sito del Dod  la Climate Change Adaptation Roadmap 2014, il capo del Pentagono ha scritto che «la difesa è la sicurezza del nostro Paese. Ciò richiede di pensare in anticipo e pianificazione per una vasta gamma di contingenze. Tra le tendenze future che avranno un impatto nostra sicurezza nazionale c’è il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature globali, il cambiamento dei modelli delle precipitazioni, la risalita del  livello del mare ed eventi meteorologici più estremi intensificheranno le sfide dell’instabilità globale, la fame, la povertà e i conflitti. Porteranno probabilmente a scarsità di cibo e acqua, pandemie, dispute in materia di rifugiati e risorse e la distruzione provocata da calamità naturali nelle regioni di tutto il mondo. Nella nostra strategia di difesa, ci riferiamo ai cambiamenti climatici come un “moltiplicatore di minacce” perché hanno il potenziale di esacerbare molte delle sfide che stiamo affrontando oggi – dalle  malattie infettive al terrorismo. Stiamo già cominciando a vedere alcuni di questi impatti.

Il cambiamento climatico avrà un impatto reale sul nostro esercito e il modo in cui esegue le sue missioni (…). Mentre gli scienziati stanno convergendo verso un consenso sulle future proiezioni climatiche, l’incertezza rimane. Ma questo non può essere una scusa per ritardare l’azione. Ogni giorno, il nostro impegno militare  fa i conti con l’incertezza globale. I nostri pianificatori  sanno che, come ha scritto lo stratega militare Carl von Clausewitz, “ogni azione deve, in una certa misura, essere pianificata nella mera vaghezza”».

Certo Hagel  è involontariamente comico quando  dice che «la politica o  l’ideologia non devono entrare nel modo di pianificare le cose», ma è seriamente inquietante quando conclude: «Le nostre forze armate devono prepararsi ad  un futuro con un ampio spettro di possibili minacce, rischi e probabilità per assicurare di continuare a mantenere il nostro Paese al sicuro. Adottando un approccio proattivo flessibile nella  valutazione, analisi e adattamento, il Dipartimento della difesa non mancherà di tenere il passo con il cambiamento climatico, di ridurre al minimo il suo impatto sulle e missioni e continuare a proteggere la nostra sicurezza nazionale».

Il rapporto del Pentagono conferma insomma che i costi dell’inazione sarebbero probabilmente più alti di quelli per adattarsi al cambiamento climatico, anche per la macchina militare Usa, e qualcuno fa notare che bisognerebbe che i militari statunitensi lo facessero capire anche ai loro amici repubblicani in Parlamento, che  stanno ancora cercando di capire la differenza tra clima e meteo.

Il generale in pensione Gordon Sullivan ha detto: «Parlando da soldato, non abbiamo mai il 100% cento di certezza. Se si aspetta di avere il 100%, qualcosa di brutto accadrà sul campo di battaglia». E l’ammiraglio in pensione Frank “Skip” Bowman ha aggiunto: «La gestione del rischio è raramente una gestione di certezze assolute, ma, piuttosto, comporta un’attenta analisi della probabilità di un evento e le conseguenze che derivano da quel fatto avvenuto. Anche eventi a probabilità molto basse con conseguenze devastanti devono essere presi in considerazione e devono essere sviluppati e impiegati sistemi di mitigazione/adattamento. Gestiamo in questo modo la nostra flotta di sottomarini nucleari. Alcuni potrebbero obiettare che questo continuo processo si traduce in una sovra-progettazione e in una super-cautela. Forse è così, ma il nostro record di sicurezza dei sottomarini statunitensi testimonia la saggezza di questo approccio. Ecco perché dovremmo conoscere il  cambiamento climatico e le sue incognite».

Ma secondo il senatore repubblicano James Inhofe, un noto ecoscettico che fa parte della commissione difesa del Senato, il Pentagono farebbe bene ad occuparsi di altro: «L’Isis sta ancora guadagnando terreno e provocando il caos in Siria e in Iraq, con i combattenti stranieri provenienti da oltre 80 Paesi che vanno e vengono in guerra  e poi tornano al loro Paese d’origine. Il rapporto del Pentagono è deludente, ma non sorprende che il presidente e la sua amministrazione si concentrino sul cambiamento climatico quando nel mondo ci sono altre legittime minacce».

E’ invece sorprendente (ma mica tanto) che Inhofe non capisca che una delle cause del caos in Medio Oriente è proprio la lotta per le risorse naturali sempre più scarse, anche per la grave siccità che ha colpito la Siria e che ha contribuito allo scoppio della guerra civile di quel Paese. Se si vuole un esempio di come il cambiamento climatico possa funzionare da moltiplicatore di minacce bisognerebbe andare proprio nei territori dell’autoproclamato Califfato dello Stato Islamico, bombardati dagli aerei Usa.