Un viaggio in 7 Paesi passando dagli Usa e Cuba

Perché la logica del capitalismo è anti-ecologica

Karen Bell «Capitalismo e tutela ambientale sono in diretta contraddizione»

[24 novembre 2014]

Achieving Environmental Justice: a cross-national analysis è il nuovo libro sulla transizione verso una società sostenibile di Karen di Bell, una ex operaia diventata ricercatrice Centre for the Study of Poverty and Social Justice alla School for Policy Studies dell’università di Bristol.

Il libro, dopo la sentenza Eternit, è particolarmente interessante visto dall’osservatorio italiano, dato che presenta dei casi studio sullo stato attuale della giustizia ambientale e sulle preoccupazioni per l’ambiente in 7 Paesi molto diversi tra loro: Bolivia, Cina, Corea del sud, Cuba, Gran Bretagna, Svezia ed Usa, arrivando alla conclusione, come dice Martin Söderberg di Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade che «L’economia di mercato più liberista porta quasi inevitabilmente a conflitti ecologici più diffusi e ad maggiore ingiustizia ambientale».

Secondo la Bell  capitalismo e tutela ambientale  sono in diretta contraddizione: «Poiché il sistema richiede la crescita costante, vengono esaurite eccessive risorse naturali e vengono prodotti livelli insostenibili di rifiuti. Inoltre, la corsa al profitto favorisce la riduzione dei costi, mettendo pressione sulle corporations per scegliere il processo più economico, piuttosto che il più sostenibile».

Le disuguaglianze nella ricchezza create da questo sistema economico spesso determinano l’accesso alle risorse e l’ammontare dell’esposizione ai danni ambientali, ma secondo la Bell il  passaggio ad una crescita verde che sta avvenendo in alcuni Paesi ricchi non è una soluzione sufficiente: «L’intenzione è quella di utilizzare gli stessi strumenti di mercato, vale a dire, la tecnologia e la regolamentazione periferiche che hanno provocato gli attuali problemi ambientali, economici e sociali. Questa mancanza di radicalità suggerirebbe, come hanno sostenuto altri critici, che non porterà al cambiamento fondamentale che sembra essere necessario».

Insomma mettere a punto, “riformare” il capitalismo neoliberista, non sarebbe sufficiente, ma è necessaria una drastica revisione per arrivare ad un sistema nel quale  gli interessi economici non abbiano  la priorità sulle preoccupazioni sociali e ambientali. «La prova di questo  – dice Söderberg  – è il relativo fallimento delle attuali politiche ambientali, volte a minimizzare gli effetti economici negativi a breve termine, che si concentrano sulla limitazione dell’inquinamento invece di limitare l’uso delle risorse».

In effetti, la Bell scatta una preziosa fotografia sui problemi, locali e globali, della giustizia ambientale ed esplora le idee di “razza”, la discriminazione di classe, il potere dei cittadini, il processo di industrializzazione ed il ruolo del capitalismo nei 7 Paesi presi in esame.

Il libro della Bell ha il pregio di chiarire il concetto di giustizia ambientale, che con il tempo è diventato molto ampio,  al punto che ora include aspetti che molte persone non avrebbero classificato come “ambientali”.

Inizia con un elenco di criteri determinati per ottenere giustizia ambientale e analizza la misura in cui questi  7 paesi li soddisfano. L’elenco dei criteri va oltre la solita concezione della giustizia ambientale come giustizia distributiva (raggiungimento equa distribuzione dei “beni” e dei rischi ambientali per tutti i gruppi sociali), compresi anche gli aspetti della giustizia sostanziale (raggiungimento di un ambiente sano per tutti) e della giustizia procedurale (processo decisionale equo, partecipativo ed  inclusivo in materia ambientale).

L’ipotesi centrale è che il capitalismo sia il principale motore dell’ingiustizia ambientale. Partendo dallo Stato più liberista, gli Usa, e passando per Corea del sud, Gran Bretagna, Svezia, Cina e Bolivia per arrivare a quello più “socialista”, Cuba, il libro porta argomenti alla teoria che in una economia di mercato siano i profitti a dominare il processo decisionale a scapito delle preoccupazioni sociali o ambientali, il che porta  sia alle disuguaglianze sociali che al degrado ambientale. «Le pressioni del mercato costringono i governi a deregolamentare l’economia e ad adottare politiche incentrate sulla crescita economica – si legge nella presentazione del libro – Di fronte all’opposizione, le attività inquinanti possono essere semplicemente trasferite, spesso in luoghi dove le vittime hanno un basso potere economico o politico. Il sistema capitalista globalizzato crea anche pressioni sui Paesi più poveri perché adottino politiche per mantenere la competitività. Questo spiega la rapida industrializzazione della Corea del Sud e della Cina e la dipendenza della Bolivia dall’estrazione delle risorse. Anche i problemi ambientali delle economie socialiste come Cuba possono essere spiegati con l’eredità dei precedenti periodi capitalisti o con le riforme capitalistiche in corso».

Una visione un po’ edulcorata del “socialismo” cubano, ma secondo la Bell ruolo del capitalismo è facilitato da ciò che chiama «discorsi ambientali egemonici dannosi» ed una componente importante di questi discorsi è la convinzione che la crescita sia “buona”, in particolare nelle prime fasi di crescita economica, come è evidente nei casi della Corea del sud e della Cina, e che deve essere sostenuta dal consumismo, che è alimentato  dalla diffusione di informazioni sui modelli dei consumi nei Paesi più ricchi. «Una volta che il Paese è diventato abbastanza ricco, il discorso sulla crescita si trasforma in green growth” – dice la Bell – basata sulla speranza che i problemi ambientali saranno risolti dall’innovazione tecnologica o con l’adozione di stili di vita eco-compatibili (ma solo quelli che non minacciano i livelli di consumo correnti). Ad esempio, il diffuso riconoscimento dell’interesse del popolo svedese per la natura e per il riciclo oscura il fatto che l’economia del Paese si basa sulla produzione di automobili e prodotti abbigliamento, mobili e tecnologia usa e getta, mentre sta spostando le industrie nocive per l’ambiente nei Paesi più poveri».

La Bell ritorna indietro al XIX secolo, quando negli Usa, l’assimilazione culturale dei gruppi indigeni da parte dell’establishment politico e religioso ha appannato la convinzione dell’importanza delle relazioni reciproche tra gli esseri umani e la natura. Più recentemente, lo sviluppo della cultura del “Vivir Bien,  che promuove la sostenibilità sociale e ambientale in Bolivia ,ha incontrato diversi ostacoli politici ed economici. A Cuba, per molti decenni le autorità castriste hanno cercato di incoraggiare l’idea che le auto fossero una risorsa da condividere e non elementi di  consumo privato, ma alla fine anche i comunisti cubani hanno dovuto cedere e consentire un mercato per i veicoli privati, proprio mentre in occidente trionfava il car sharing e si vendevano sempre meno auto come status-symbol.

L’impressione che l’autrice si muova secondo una teoria netta e lei stessa chiarisce che l’elenco dei criteri che definiscono la giustizia ambientale è basato su un «Ideale marxista della giustizia», quindi i modelli di giustizia ambientale trovati per ciascun Paese sono naturalmente legati al sistema economico del Paese, manca forse il passo successivo: per esempio quanto incidono sulla giustizia ambientale i livelli di reddito o di democrazia politica.

I Paesi sono classificati in tre categorie: “generally achieves this”, “mixed” e “generally does not achieve this” e per ciascuno dei criteri che definiscono la giustizia ambientale. L’a Bell dice che questa classificazione «Si basa sui livelli di soddisfazione soggettivi delle persone», anche se non come le opinioni del gran numero di intervistati sono state tradotte nelle classifiche finali dei Paesi. Comunque il risultato finale  dell’indicatore complessivo della giustizia ambientale segue perfettamente il loro ordine da meno a più capitalista, con Cuba che ha di gran lunga il miglior punteggio, ma in questo non sembra esserci nessuna preferenza “marxista” visto che altre classifiche mondiali sulla sostenibilità e l’impronta ecologica mettono il paese di Fidel Castro in testa alla classifica di quelli più virtuosi e meno “pesanti” per il pianeta. Risulta invece abbastanza strano il buon punteggio della Cina, che del comunismo ha più o meno mantenuto la struttura del partito unico e le bandiere rosse che sventolano su un famelico capitalismo di mefcato/stato.

Depurato da qualche pregiudiziale cantonata ideologica, comunque Achieving Environmental Justice: a cross-national analysis è una fotografia rivelatrice delle attuali questioni di giustizia ambientale locale e globale in diversi Paesi, una spietata disamina della logia anti-ecologica del capitalismo  ed un valido contributo a quel che  Gordon Walker, l’autore di Environmental Justice Concepts, Evidence and Politics chiama «Un viaggio internazionale nelle trama della giustizia ambientale».