Nuova protesta di Greenpeace, nel mirino la piattaforma offshore Sarago Mare A

Petrolio, nei fondali italiani ce n’è appena per 2 mesi di consumi nazionali

Legambiente si appella ai presidenti delle regioni adriatiche e ioniche, riuniti domani a Termoli

[23 luglio 2015]

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Secondo le stime del ministero per lo Sviluppo Economico, le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi di consumi nazionali (ai tassi attuali). Riempire i nostri mari di trivelle, dunque, non ridurrebbe la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero.

A fronte di questi quantitativi irrisori di greggio, in compenso, si stanno ipotecando circa 130mila kmq  di aree marine: le compagnie petrolifere sono infatti pronte a trivellare nuove aree marine in un’area grande quanto l’Inghilterra e compresa tra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia. Solo nel basso e medio Adriatico, nel mar Ionio e nel Canale di Sicilia (le aree maggiormente interessate dai giacimenti petroliferi) sono infatti attivi 15 permessi di ricerca rilasciati (5.424 kmq), 44 richieste avanzate dalle compagnie per la ricerca (26.060 kmq) e 8 per la prospezione (97.275 kmq), oltre le 5 richieste di concessione per l’estrazione di petrolio (558,7 kmq).

Una strategia che neanche porterebbe alcun vantaggio significativo per le entrate pubbliche: le attività di estrazione di idrocarburi offshore, infatti, generano gettiti fiscali modestissimi perché le compagnie si avvalgono di franchigie e royalties tra le più basse al mondo. Assai modeste anche le ricadute occupazionali, al più nell’ordine di poche migliaia di unità, mentre il rapporto tra investimenti e occupazione generata per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica sarebbe incomparabilmente superiore. Eppure, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato – soltanto fra il 3 e il 12 giugno scorsi – una decina di progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun.

Per questo oggi gli ambientalisti sono tornati a far sentire in modo forte la loro voce contro la strategia finora portata avanti dal governo Renzi. Da una parte Greenpeace, con gli attivisti che si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo petrolifero sotto la piattaforma offshore Sarago Mare A (in fotogallery), dall’altra Legambiente con l’appello lanciato dalla Goletta Verde in vista dell’assemblea dei presidenti delle regioni dell’area adriatica e ionica, in programma domani 24 luglio a Termoli per scongiurare il rischio di nuove trivellazioni per la ricerca di gas e petrolio a largo delle coste italiane.

«Chiediamo alle Regioni un segnale forte contro la deriva petrolifera di questo Governo – dichiara Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente -. Invitiamo i presidenti a mettere in campo tutti gli strumenti politici e amministrativi in loro possesso, compresa la proposta di un referendum abrogativo riguardo le diverse norme pro-trivelle che hanno riaperto la corsa all’oro nero nel mare italiano.

Ci sono inoltre alcune azioni che possono e devono essere attivate fin da subito, quali l’impugnazione di fronte al Tar degli atti autorizzativi emanati di recente o un intervento da parte delle Regioni sul ministero dell’ambiente per chiedere la moratoria dei decreti di Via sino a quando non verranno adottati i piani delle aree previsti dal comma 1-bis dell’art. 38 del decreto legge n. 133/2014 da sottoporre a Vas. Su tutto questo ci aspettiamo che le Regioni escano dall’incontro di domani con decisioni comuni su azioni concrete e immediate. Ai presidenti vogliamo ricordare inoltre che si esce dal petrolio non solo fermando le trivelle, ma proponendo e praticando un modello energetico e di sviluppo diverso, efficiente e rinnovabile, aprendo prospettive di nuovi settori produttivi e con importanti ricadute anche occupazionali, oltre che ambientali».

«Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari – rincara da parte sua Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace  –  Con la protesta di oggi vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela. Il governo Renzi cambi strategia. E le Regioni e i governi locali si oppongano con ogni mezzo a loro disposizione alla petrolizzazione dei mari italiani: ne va dei nostri ecosistemi, del turismo, della pesca, della salute delle comunità costiere e di noi tutti».