Lavoro, il governo vara il piano. Realacci a greenreport: «Non basta. Serve azione politica per la green economy»

[26 giugno 2013]

Mentre parliamo con Ermete Realacci, storico ambientalista e presidente alla Camera della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici, il Consiglio dei ministri ha all’esame un decreto legge sulle Misure urgenti per il rilancio dell’occupazione e in materia di IVA. Licenziato il testo, si scopre che l’aumento dell’Iva è slittato al 1 ottobre, e le misure a disposizione per il lavoro (in larghissima parte derivanti da rimodulazione di fondi europei) sono pari a 1,5 miliardi. Il ministro del Lavoro Enrico Giovannini ha precisato che «100mila saranno le persone che potranno beneficiare degli sgravi contributivi, mentre altre 100mila sono coinvolte nelle altre misure di “inclusione”». «Puntiamo a dare un colpo duro alla piaga della disoccupazione giovanile», ha quindi esultato il presidente Letta. Uno slancio di ottimismo che non sembra però giustificato, per una misura che – dopo una lunga gestazione da parte dell’esecutivo – rimane limitata già nell’impostazione di fondo che l’ha vista nascere.

Realacci, l’approccio seguito dal piano Giovannini per il lavoro è principalmente quello delle agevolazioni fiscali per l’assunzione. Cosa ne pensa?

«È un approccio che può essere utile ma non è sufficiente: bisogna capire anche quali sono i settori dove si può creare più occupazione, e da questo punto di vista credo che il governo debba dare dei segnali più netti».

Ad esempio?

«Voglio fare un esempio concreto, che è in discussione in questi giorni in Parlamento. Il settore che ha avuto in questi anni di crisi la maggiore perdita di posti di lavoro (500mila, compreso l’indotto), è l’edilizia: non si può ripartire se non si cambiano le politiche, e c’è uno spazio enorme per una nuova edilizia. Un’edilizia che, invece di puntare su nuove case e consumo di territorio, recuperi l’esistente, lo metta in sicurezza e favorisca il risparmio energetico.

L’ecobonus, per capirci, ruota attorno a questo. Si tratta della misura anticiclica di gran lunga più importante per il settore, negli ultimi anni: ricordo che il 55% prima, ora divenuto 65%, è stato usato da 1 milione e 400mila famiglie italiane, producendo 50mila posti di lavoro all’anno e investimenti per 18 miliardi di euro. Se questa è la direzione, però, è sbagliato da parte del governo limitarsi ad una proroga a 6 mesi dell’ecobonus, portando avanti una snervante trattativa che produce mini-rinvii, invece di promuovere misure stabili, che diano prospettive e respiro al settore».

Legare la crescita dell’occupazione alle esigenze dettate dal territorio significa anche investire in prevenzione antisismica: il terremoto in Toscana di pochi giorni fa ricorda a tutta Italia quanto sia importante. L’estensione dell’ecobonus al consolidamento antisismico degli edifici è un impegno del Parlamento?

«Questa è una battaglia che io faccio da tempo immemorabile, un impegno morale che dovremmo avere nel futuro del nostro Paese e che può produrre tanta buona occupazione in un’edilizia che si rinnova. Il primo atto della Commissione che presiedo alla Camera è stata una risoluzione votata all’unanimità che chiedeva esattamente questo. È sbagliatissimo non introdurre negli incentivi del 65% il consolidamento antisismico degli edifici. Ogni volta che c’è un terremoto diciamo che dobbiamo puntare sulla prevenzione e poi non si fa nulla, col risultato che poi – quando arrivano scosse in zone non attrezzate dal punto di vista dell’edilizia – muore gente che si sarebbe potuto salvare.

La stabilizzazione dell’ecobonus e l’estensione al consolidamento antisismico (e che io francamente estenderei anche all’eliminazione dell’amianto presente negli edifici), insieme al liberare gli enti locali che hanno risorse dal Patto di stabilità per misure che hanno a che vedere con la tutela del territorio e la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico degli edifici pubblici – almeno dei più importanti, come le scuole – sono interventi prioritari. Il Parlamento chiede di spingere in questa direzione, e il governo deve assecondare questa spinta e di trovare le risorse. Senza dimenticare che queste misure sono tali che, in buona parte, si ripagano da sole».

Il governo sembra concentrarsi però su altro. In tema di edilizia, ad esempio, sull’Imu.

«La maggioranza degli italiani paga sulla prima casa meno di 500 euro all’anno. Tra una casa costruita bene e una costruita male, invece, in bolletta energetica c’è una differenza di 1.500 euro all’anno: quale sarebbe più importante come terreno da affrontare per far risparmiare le famiglie?».

Un’estensione di quanto detto finora è la proposta in linea con quella di un’Agenzia per l’occupazione per il lavoro minimo garantito, attenta alla cura del territorio e delle bellezze italiane, sul modello offerto dal sociologo Luciano Gallino (cui a suo tempo si interessò anche l’attuale viceministro dell’economia, Stefano Fassina). Pensa che possa mai fare parte del programma d’azione di questo governo?

«Questo non lo so,  ma posso dire che in generale io sono favorevole. La direzione è condivisa, bisogna capire se ci sono le risorse. Bisognerebbe ricontrattare con l’Unione europea una parte delle risorse ancora non utilizzate dall’Italia per questo scopo (in effetti, da soli i fondi europei per l’Italia non ancora spesi sembrerebbero più che sufficienti per la copertura finanziaria, ndr). Non è un mistero che, per produrre lavoro, le piccole opere legate alla manutenzione del territorio e la riqualificazione del patrimonio pubblico esistente è maggiore dell’azione che possono produrre le grandi opere. Si facciano le grandi opere quando davvero servono, e per il resto si vada a fare quella grande opera di manutenzione del territorio che dà lavoro e sicurezza».

Un altro elemento importante per creare occupazione e difendere il territorio potrebbe infatti essere il piano per il dissesto idrogeologico, già annunciato dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.

«Sì, ma non è poi stato fatto niente. Perfino la Protezione civile, l’abbiamo visto in questi giorni in relazione agli eventi sismici che hanno colpito la Garfagnana e la Lunigiana, non ha le risorse adeguate per intervenire. Si tratta di un problema molto serio di priorità per il Paese. Sappiamo tutti che è molto più intelligente lavorare di prevenzione piuttosto che riparare i danni, però si fa poco. Servono delle politiche di lungo periodo e interventi sulla qualità, non spot: l’Italia, quando fa l’Italia, è un Paese molto forte».

Da questo punto di vista come valuta l’azione politica del governo Letta per offrire più spazio alla green economy e una politica industriale incentrata sull’utilizzo efficiente delle risorse?

«Al momento quest’azione non c’è, e i segnali dati sono contraddittori. Si è provato a tassare anche le piccole fonti rinnovabili, l’annunciato taglio del Cip6 si è ridotto molto – e favorendo gli inceneritori nella rimodulazione anziché optare per una diversa allocazione delle risorse, magari in favore dell’industria del riciclo – e, non dimentichiamolo, le prime dichiarazioni del ministro Zanonato sul nucleare sono state imbarazzanti, in favore di una prospettiva fallimentare anche dal punto di vista economico. Spero cambi punti di vista, e in parte li ha già cambiati, ma anche questo fa parte di segnali grossolani».

Un’ultima domanda. Da ambientalista e politico, cosa ne pensa dell’iniziativa politica Eco Green per l’Italia, il cui primo appuntamento si terrà il 28 giugno all’Auditorium del Maxxi a Roma?

«Credo sia un’iniziativa che ha molte ragioni. Il Partito democratico fa fatica ad avere in un’idea ambiziosa dell’Italia il cuore delle propria iniziativa politica: non c’è una visione del futuro che sia mobilitante e che parli alla società e all’economia di oggi. Non credo neanche che i Verdi italiani siano recuperabili come prospettiva, ma vorrei ricordare che la più grande e importante regione industriale d’Europa (la seconda è la Lombardia), ossia il tedesco Baden-Württemberg, è guidata da un verde. Vuol dire che lì il consenso è stato preso non solo tra settori avanzati culturalmente, o giovani, ma dal cuore industriale della Germania, che sa che è quella è la prospettiva del futuro.

Se io stessi in Germania voterei per i Verdi, non per l’Spd, e il Partito democratico che avevo in mente era un partito che avesse questo come ispirazione. Se non ce la fa è legittimo tentare anche di fare altro. Non so però se c’è lo spazio elettorale: il passaggio da idee anche giuste ai voti è un passaggio obbligato, e in questo momento faccio fatica a capire se questo spazio esiste. Però a Eco Green per l’Italia sul piano delle politiche e della cultura c’è tutto».