Piombino, il Comune e la Regione aprono all’ipotesi di una nuova centrale a carbone

[3 settembre 2014]

«La Regione e il Comune di Piombino sono disposti a parlarne». È questa la risposta del governatore Enrico Rossi – raccolta in esclusiva da greenreport – in merito alla possibilità che la città toscana apra davvero le sue porte a una nuova centrale a carbone. Una decisione che, nelle intenzioni dell’amministrazione, dovrebbe rendere l’ex acciaieria Lucchini più appetibile di fronte agli indiani di Jindal, colosso della siderurgia e ad oggi l’unico interlocutore serio rimasto seduto al tavolo delle trattative.

Giungono dunque conferme sulle indiscrezioni pubblicate oggi dal Sole 24 Ore, e delle quali aveva già dato nota La Nazione, per le quali Rossi avrebbe offerto disponibilità «a realizzare una centrale elettrica a carbone, funzionale alla ripartenza dell’area a caldo» della Lucchini. Un’area critica per tutto l’impianto, dato che su quella si è finora basata gran parte della capacità occupazionale dell’acciaieria (mentre gli indiani sarebbero interessati alla sola, e più competitiva, area di lavorazione a freddo).

Per la prima volta, dunque, la Regione Toscana si espone di fronte alla possibilità che la centrale a carbone venga davvero costruita. Un’ipotesi ventilata già a metà luglio, ma con tutti gli aspetti della boutade. Sia per gli aspetti ambientali che comporta, ma anche per quelli economici e sociali.

Ricordiamo infatti che 27 anni fa, con un referendum rimasto nella storia di Piombino, la città già si espresse contro la realizzazione di una nuova centrale a carbone. Dopo quasi 30 anni l’ipotesi ritorna, con contorni più inquietanti. Sappiamo meglio di allora come il carbone sia la principale fonte energetica cui imputare la corsa verso l’alto delle emissioni di gas serra, nonostante la crisi economica. E se nel 1987 sapevamo che il carbone non fosse certo un toccasana della salute, non erano così diffusi i dati scientifici oggi disponibili, che ci ricordano con inquietante precisione che – nella sola Europa – le centrali a carbone possano essere ritenute responsabili di due morti ogni ora.

Ma la tentazione di cadere nel paradosso che contrappone lavoro e ambiente (e salute) per provare a salvaguardare l’occupazione non è cosa nuova, e sono già troppi i casi in cui ha già mostrato quanto sia una politica controproducente. Più di questa stupisce il contesto nella quale ci si dichiara disposti a valutarne l’applicazione pratica.

Nel Comune di Piombino è già presente una centrale termoelettrica, alimentata a olio combustibile ma che più volte si è proposto di convertire a carbone, e a oggi utilizzata solo raramente per soddisfare i picchi di domanda. È la domanda stessa di energia, infatti, a non esserci, e il contesto italiano come quello internazionale rafforzano questa posizione: causa crisi economica di energia se ne consuma sempre meno e molte centrali (così come le raffinerie) sono a rischio chiusura o hanno già chiuso, in quanto il loro utilizzo viene ritenuto non giustificato dalle richieste del mercato. La sovracapacità energetica è un problema con il quale ragionevolmente non ci si confronta costruendo nuove centrali, ma lavorando sull’infrastruttura e lo stoccaggio di energia, come sulle rinnovabili.

Il problema della Lucchini è che oggi la sua produzione, così com’è, non trova più spazio sul mercato globale e – come già scritto su queste pagine – sembra necessario far evolvere lo stabilimento «verso una industria sostenibile, diversificata, verticalizzata e di qualità, che punta sul valore aggiunto e non sulle produzioni di massa». Una nuova centrale a carbone non trova spazio in questa strategia e il nostro futuro sostenibile, come già sottolineato anche da Legambiente, sta da un’altra parte.

A meno che, certo, non si voglia dar credito a una tecnologia dagli altissimi costi e dalle bassissime garanzie come quella ottimisticamente battezzata “carbone pulito”. In questo caso, attenzione. La scelta è così assurda da ricadere nel perimetro della denuncia per pubblicità ingannevole.