Più attenzione alle emissioni del bestiame per combattere davvero il cambiamento climatico

[30 dicembre 2013]

Un folto team internazionale di ricercatori provenienti da Austria, Australia, Gran Bretagna ed Usa è convinto che, i negoziati per ridurre le emissioni di CO2 hanno prestato scarsa attenzione ad altri gas serra associati all’allevamento del bestiame e che il taglio delle emissioni di metano e protossido di azoto, due gas serra molto più potenti della CO2, dovrebbe essere considerato importante come la sfida per ‘uso di combustibili fossili.

Lo studio, “Ruminants, Climate Change, and Climate Policy”, è stato pubblicato nei giorni scorsi su Nature Climate Change, e il principale autore, William Ripple, College of Forestry at Oregon State University, sottolinea che il suo team è giunto a queste conclusioni «Sulla base di una sintesi delle conoscenze scientifiche sui gas serra, i cambiamenti climatici e il cibo e le questioni ambientali», tratte da diverse fonti come la Fao, la United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) e da recenti pubblicazioni peer-reviewed. «Dato che il clima della Terra può essere vicino ad un punto di svolta importante per il cambiamento climatico, sono necessari approcci diversi per la mitigazione – ha detto Ripple – Abbiamo chiaramente bisogno di ridurre la combustione di combustibili fossili per tagliare le emissioni di CO2. Ma questo risolve solo parte del problema. Abbiamo anche bisogno di ridurre i gas serra non CO2 per diminuire la probabilità che attraversiamo questa soglia climatica».

Il metano è il secondo gas serra più abbondante, e un recente rapporto, del quale greenreport.it ha già scritto, stima che le emissioni di metano provenienti dalle diverse fonti (compreso il fracking) potrebbe essere molto più alte di quanto si pensasse. Tra le maggiori fonti umane legate al metano ci sono ruminanti (bovini, ovini, caprini e bufalini) e l’estrazione e la combustione di combustibili fossili.

I ricercatori scrivono che «Uno dei modi più efficaci per ridurre il metano è quello di ridurre le popolazioni globali di ruminanti, in particolare i bovini. Si pensa che i ruminanti nel loro insieme siano la più grande singola fonte di metano legata all’uomo».

Analizzando le ultime stime delle emissioni di gas serra sulla base di un ciclo di vita o dalla “fattoria alla tavola”, i ricercatori hanno visto che le emissioni di gas serra provenienti da bovini e dalla produzione ovina sono 19 – 48 volte superiore (sulla base di Kg di cibo prodotto) di quelle per produrre alimenti vegetali ricchi di proteine come fagioli, cereali o soia. Lo studio evidenzia anche che, «A differenza degli animali non ruminanti come i maiali e il pollame, i ruminanti producono abbondanti quantità di metano nei loro sistemi digestivi. Sebbene la CO2 sia il gas serra più abbondante, la comunità internazionale potrebbe ottenere una più rapida riduzione delle cause del global warming riducendo le emissioni di metano attraverso una riduzione del numero dei ruminanti, che tagliando la sola CO2».

Gli autori inoltre sottolineano che, a livello globale, la produzione di ruminanti sta avendo un crescente impatto sull’ambiente: Negli ultimi 50 anni nel mondo il numero dei ruminanti è aumentato del 50% ed ora ci sono circa 3,6 miliardi di ruminanti nel pianeta; Circa un quarto della superficie della Terra è dedicata al pascolo, soprattutto per bovini, ovini e caprini; Un terzo di tutte le terre coltivabili è utilizzato per coltivare mangimi per il bestiame.

«Oltre a ridurre le emissioni di metano direttamente da ruminanti, tagliare il numero di ruminanti potrebbe dare una significativa riduzione delle emissioni di gas serra legate alla produzione di colture per mangimi per il bestiame», dicono i ricercatori e Helmut Haberl dell’Istituto di Ecologia Sociale dell’Austria aggiunge: «Ridurre la domanda dei prodotti per i ruminanti potrebbe contribuire nel breve termine a ottenere riduzioni sostanziali dei gas serra, ma la realizzazione di cambiamenti della domanda rappresenta una sfida politica considerevole».

La riduzione di domanda di carne di ruminanti ridurrebbe potenzialmente i gas serra più di quanto non farebbero altre iniziative come l’aumento dell’efficienza dell’alimentazione del bestiame o della resa delle colture per ettaro. «Tuttavia – si legge nello studio – le politiche per raggiungere entrambi questi tipi di riduzioni hanno migliori possibilità di fornire benefici climatici rapidi e duraturi».

Un altro degli autori, Pete Smith dell’università di Aberdeen, spiega che «Tali misure potrebbero avere anche altri vantaggi. Tagliare il numero dei ruminanti potrebbe avere benefici aggiuntivi per la sicurezza alimentare, la salute umana e la salvaguardia ambientale che coinvolge la qualità delle acque, degli habitat della fauna selvatica e della biodiversità».

I ricercatori agricoli stanno anche studiando la riduzione delle emissioni di metano attraverso il miglioramento genetico e i metodi per inibire la produzione del gas durante la digestione dei ruminanti da allevamento. La conclusione è comunque che «I negoziati internazionali sul clima dell’Unfccc non hanno dato un’adeguata attenzione alla riduzione dei gas serra provenienti da ruminanti. Il Protocollo di Kyoto, per esempio, non ha un obiettivo per le emissioni di ruminanti provenienti dai Paesi in via di sviluppo, che sono tra i produttori ruminanti in più rapida crescita».