Progetto Security del Parco dell’Appennino lucano, Legambiente: intervenga il ministero dell’ambiente

«Il Parco nazionale ritiri il bando e mantenga fede alla propria mission». Economia libera dal petrolio

[24 febbraio 2016]

Parco Appennino Lucano i

«Il bando va ritirato». Legambiente Basilicata ribadisce la sua posizione rispetto al bando di gara del progetto Security, dl quale greenreport.it è stata tra i primi a dare notizia, attraverso il quale l’Ente Parco nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese spenderebbe 3,5 milioni di euro «per la prevenzione di eventuali danni al territorio attraverso la ricognizione visiva delle condotte che collegano i pozzi petroliferi e che attraversano il territorio del Parco».

Secondo il Cigno Verde lucano, «Anche qualora – come dichiarato dall’Ente – il bando prevedesse le tecnologie e le professionalità più avanzate, non spetterebbe al Parco occuparsi della sicurezza delle tubazioni. Da un Ente Parco istituzionalmente predisposto alla tutela e alla salvaguardia del territorio e della biodiversità, i cittadini si aspettano posizioni e azioni diverse in grado di vedere oltre il petrolio, dando gambe e testa ad una Val d’Agri in difficoltà di fronte ad interessi nazionali così sovrastanti. L’Ente Parco nazionale dell’Appenino lucano Val d’Agri Lagonegrese, invece, subisce passivamente le azioni dell’Eni, venendo meno agli impegni presi nei confronti della comunità lucana. Impegno, ribadiamo, di tutela e salvaguardia».

Per gli ambientalisti «Non serve dunque impiegare 3,5 milioni di euro, spalmati o meno su sei anni, per garantire la sicurezza e il monitoraggio tecnico dell’infrastruttura presente che, se pur importante, spetta alla compagnia petrolifera ed agli organi istituzionalmente preposti alla vigilanza ed al controllo del territorio».

Lo stesso vale per la questione delle nuove richieste di ricerca: secondo Legambiente Basilicata «E’ inaccettabile che l’Ente Parco dichiari di rispondere quando avrà le carte sul tavolo. La sua posizione dovrebbe essere forte e chiara. Il Parco deve trovare ogni modo per frenare, limitare e, se possibile, impedire ogni attività industriale impattante, come l’industria petrolifera, nel suo territorio. L’Ente Parco sia l’istituzione preposta al cambiamento, il soggetto trainante verso una rivoluzione del paradigma petrolio che, con le promesse fallite di un’occupazione inesistente, vede tutt’ora la Basilicata schiava delle grandi compagnie petrolifere».

Inoltre l’associazione ambientalista si chiede «che garanzie di terzietà e trasparenza può assicurare un soggetto che deve autorizzare attività di un suo finanziatore venendo meno alla propria mission anche in termini etici e facendo sorgere dubbi sulla esatta interpretazione della funzione degli Enti Parco: soggetti destinati a servire i territori e a favorire un’evoluzione culturale in termini di sostenibilità ambientale delle comunità locali».

La conclusione è che «In questo il Parco sembra mancare del tutto di sensibilità e della percezione del suo ruolo, ragionando ormai come parte dell’indotto ENI invece di essere garante e promotore della compensazione ambientale e immagine di un territorio che sulla tutela e la valorizzazione delle risorse naturali possa finalmente iniziare a ragionare su un piano di conversione dell’attività estrattiva».

Alla luce di quanto sta accadendo, Legambiente annuncia che «chiederà formalmente al ministero dell’ambiente di intervenire al fine di verificare la situazione ed esercitare le sue prerogative di vigilanza e controllo sugli enti parco».