Il Qatar arma le milizie islamiche in Libia? Se Doha conta più di Roma

Le bande islamiste controllano anche il traffico di carne umana

[16 settembre 2014]

Mentre i migranti cercano di abbandonare con ogni mezzo la Libia in fiamme e annegano – o vengono fatti annegare a centinaia dai trafficanti di carne che li sfruttano con il beneplacito delle bande armate –  il primo ministro libico Abdallah al-Thinni ha accusato un fedele amico dell’Occidente, il Qatar che si prepara a ospitare i campionati mondiali di calcio, di fornire grosse quantità di armi agli islamisti. A quanto scrive il giornale russo  Kommersant, che riprende fonti libiche, secondo le autorità locali gli islamisti libici avrebbero recentemente ricevuto da Doha tre aerei carichi di armi.

La cosa non piacerà affatto ad Arabia Saudita e Egitto, che invece osteggiano (e probabilmente bombardano con aerei privi di contrassegni) le milizie islamiche salafite troppo vicine agli odiati Fratelli Musulmani.

Il Qatar, che pure ha aderito alla coalizione contro lo Stato Islamico voluta da Barack finanziamenti ed armi a quelli che ora vengono definiti “terroristi pericolosi”.

Ora quei terroristi hanno instaurato il regno del terrore in Siria e in Iraq e spadroneggiano in Libia, rappresentando un pericolo per la Tunisia e la Libia ma anche per le stesse monarchie assolute del Golfo.

Il premier libico al-Thinni ha detto: «Mettiamo in guardia il Qatar contro ogni ingerenza negli affari interni del nostro Paese», ma la minaccia si ferma alla possibilità di rompere e relazioni diplomatiche con Doha che non ha certo paura dello Stato fantasma che è diventato la Libia dopo lo sciagurato intervento della Nato e delle monarchie sunnite che ha provocato la caduta della dittatura di Gheddafi e scatenato il caos tribale e confessionale.

Secondo il premier libico, «l’obiettivo finale dei terroristi è dare il controllo totale del Paese ai Fratelli Musulmani, con il sostegno di  Doha».

Mentre scriviamo la dinastia reale del Qatar non ha ancora reagito alle accuse libiche che hanno l’evidente intento di coinvolgere ancora di più egiziani e sauditi nella guerra civile libica, ma è chiaro che i rapporti di Doha con Riyadh e le altre monarchie del Golfo sono sempre più tesi. Già a marzo Arabia Sa udita, Emirati arabi uniti e Bahrein avevano richiamato i loro ambasciatori in Qatar annunciando un boicottaggio perché Doha aveva sostenuto organizzazioni islamiste come i Fratelli Muslmani e lo Stato Islamico, o Daesh, come lo chiamano gli arabi e gli iraniani.

Riyadh, che pure ha generosamente armato e finanziato le milizie islamiche siriane anti-Assad ed anti-Gheddafi vicine ad Al Qaeda, ha fino ad agosto  teorizzato  l’isolamento del Qatar, ma a fine agosto, mentre i tagliagole del Daesh conquistavano mezzo Iraq,  tre principi sauditi si sono recati in “visita fraterna” a Doha  e subito dopo  si è tenuta una riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo che ha definitivamente scartato la proposta di escludere il Qatar. Ora, mentre gli ambasciatori si preparavano a tornare a Doha, arrivano le accuse dalla Libia.

L’Arabia Saudita e gli occidentali non vogliono certo sacrificare sull’altare di un Paese ormai disintegrato il rapporto con una ricca potenza  petrolifera che è anche una potenza mediatica (con Al Jazeera) e finanziaria e che può servire a far pressione sugli islamisti che finanzia. Inoltre Washington e i Paesi europei hanno bisogno almeno di un’unità di facciata delle monarchie del Golfo per combattere lo Stato Islamico e soprattutto hanno bisogno che le rotte del petrolio e del gas non subiscano altri scossoni mentre si stanno chiudendo i rubinetti in Libia, Russia e nel nord dell’Iraq, una fiammata dei prezzi sarebbe letale per la debole ripresa economica Usa e sprofonderebbe ancora di più nella crisi diversi Paesi europei, Italia compresa.

Il Qatar sembra aver abbandonato i suoi vecchi amici del Daesh e il 14 settembre aveva annunciato l’espulsione dei leader dei Fratelli Musulmani in esilio in Qatar dopo il colpo di Stato in Egitto. Ma le notizie che arrivano da Tripoli potrebbero irritare i sauditi che stanno investendo miliardi di dollari per combattere gli islamisti libici e del Daesh che avevano contribuito ad armare. Ora l’Arabia Saudita ha messo a disposizione il suo territorio per addestrare le milizie della “opposizione siriana moderata”, che ormai comprende tutto quello che è fuori dalle n bande dello Stato Islamico e che combatte contro l’esercito siriano.

È più che un’ipotesi, nell’ambito internazionale, che ci siano Ryadh e Il Cairo dietro gli attacchi aerei di agosto contro gli islamisti libici, e in questa situazione sarà difficile che Qatar e Arabia Saudita trovino un compromesso anche per la Libia. Doha non rinuncerà del tutto a finanziare le bande islamiche e tutto sommato all’Occidente che è alle prese con la minaccia dello Stato Islamico non dispiace tenere sulla corda le monarchie sunnite del golfo che hanno giocato a fare le superpotenze regionali, approfittando della pasticciata geopolitica euro-atlantica in Iraq, Siria e Libia.

Intanto il premier libico al-Theni ha escluso qualsiasi negoziato proprio con uno dei gruppi islamisti armati che d sarebbero finanziati dal Qatar, Fajr Libya (“Alba della Libia”) ed ha annunciato che il suo governo (ce n’è anche un altro proclamato dagli islamisti) ’ lancerà nuove offensive per eradicare Fajr Libya. In un’intervista a Sky News Arabia, al-Theni ha detto: «Non negoziamo con i terroristi. Dobbiamo difendere la scelata del popolo libico», cioè quella delle ultime elezioni che hanno visto una scarsissima partecipazione e che non sono state tenute in diverse aree in mano alle mnilizie tribali e/o islamiche. Al-Theni, ha accusato gli islamisti, che sembrano gestire anche parte del traffico dei migranti, di «Crimini contro l’umanità».

Fajr Libya controlla una gran parte di Tripoli e sta avanzando su Wershfana, dove però sta incontrando una forte resistenza. Gli islamisti sembrano in grado di vincere militarmente sul campo ma al-Teheni ha affermato, contro tutte le evidenze, che dispone di «Un piano per eliminare tutte le formazioni armate da Tripoli entro due settimane».

In tutto questo non si capisce quale sia la politica del nostro Paese verso la nostra ex colonia, visto che dopo l’intervento militare della Nato – al quale abbiamo partecipato – siamo quelli che stanno pagando di più quell’avventura: dalla Libia arrivano meno petrolio e gas, ma in compenso giungono decine di migliaia di profughi in fuga da quel Medio Oriente che abbiamo incendiato con le guerre dei “volenterosi”, per esportare una democrazia mai arrivata. Mentre davanti alle nostre coste, come una maledizione, dalle ceneri del nostro ex caro amico Gheddafi, sta nascendo un nuovo Califfato islamico, dove il Qatar conta più di Roma.