Quanto vale la nuova geografia della cultura in Italia

[16 giugno 2014]

A dispetto di gufi e rosiconi di ogni risma (che oggi sembra vadano tanto di moda), e anche di qualche catastrofico annuncio, la cultura in Italia alimenta ancora buona economia. Grazie a un effetto moltiplicatore pari a 1,67, per ogni euro prodotto dal comparto se ne attivano 1,67 in altri settori economici. Partendo da questo semplice numero, la fondazione Symbola e Unioncamere – nel loro nuovo annuario Io sono cultura – sono arrivate a stimare in 214 miliardi di euro (ben il 15,4% del valore aggiunto nazionale) l’impatto economico della cultura in Italia, spalmato in 365 giorni (quelli del 2013).

I conti, infatti, sono presto fatti. Dalle 443.458 imprese del sistema produttivo culturale (il 7,3% del totale delle imprese nazionali), arriva «il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro. Che arrivano ad 80 circa, equivalenti al 5,7% dell’economia nazionale, se includiamo anche istituzioni pubbliche e realtà del non profit attive nel settore della cultura». Moltiplicati per 1,67, questi 80 miliardi riescono a stimolarne all’incirca altri 134: totale, appunto, 214 miliardi di euro.

Una ricchezza – sottolineano da Symbola –  che ha effetti positivi anche sul fronte occupazione: le sole imprese del sistema produttivo culturale danno lavoro a 1,4 milioni di persone (il 5,8% del totale degli occupati in Italia, che diventano 1,5 milioni (il 6,2% del totale) se includiamo anche le realtà del pubblico e del non profit.

Un’analisi che sembra correre su un binario parallelo a quello de La nuova geografia del lavoro, un recente studio dell’economista italiano (cervello in fuga all’università di Berkeley, California) che ha fatto scalpore negli Usa. Come riassume un altro economista italiano, Luciano Canova, Moretti «sostiene che la forza dell’economia americana attuale sta tutta nel settore legato all’innovazione, in cui contano il talento e la creatività: ingegneri di software, sviluppatori, ricercatori biomedici o i nuovi professionisti delle nanotecnologie. Un aspetto sottolineato da Moretti riguarda le forti esternalità positive dell’industria dell’innovazione:  per opera di un vero e proprio moltiplicatore locale, infatti, un posto da ingegnere di software, per esempio, a Google, è in grado di generarne altri 5 nell’indotto, in particolare creando opportunità per baristi, personal trainer, medici e tassisti».

Oggi Symbola ci ricorda che anche le esternalità della cultura sono forze trainanti dell’economia, e insieme a quelle dell’innovazione sono una chiave determinante per promuovere un nuovo e più sostenibile sviluppo. Uno sviluppo, attenzione, che a dispetto delle apparenze non è sinonimo di terziarizzazione, ma soprattutto di industria intelligente. Un terreno dove l’Italia ha molto da poter dare.

Si tratta dopotutto di allargare il campo d’osservazione oltre la consuetudine della definizione. Come cultura, ad esempio, Symbola ha studiato 4 diversi macro settori: «Industrie culturali propriamente dette (film, video, mass-media, videogiochi e software, musica, libri e stampa), industrie creative (architettura, comunicazione e branding, artigianato, design e produzione di stile), patrimonio storico-artistico architettonico (musei, biblioteche, archivi, siti archeologici e monumenti storici), e performing art e arti visive (rappresentazioni artistiche, divertimento, convegni e fiere)», affiancando poi anche «un’indagine su tutta la filiera delle industrie culturali italiane, ovvero quei settori che non svolgono di per sé attività culturali, ma che sono altresì attivati dalla cultura. Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche».

«La cultura è la lente attraverso cui l’Italia deve guardare al futuro e costituisce il nostro vantaggio competitivo – chiosa il presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci -. E’ grazie alla creatività e alla cultura, che nel nostro Paese si incrocia con la qualità, l’innovazione e le nuove tecnologie, se le imprese sono state capaci di incorporare bellezza e valore nel made in Italy. Così, mentre tutti dicevano che il nostro manifatturiero sarebbe morto sotto i colpi della concorrenza cinese, le imprese italiane sono riuscite a presidiare la fascia alta del mercato e aumentare il valore aggiunto dei prodotti. L’Italia non deve sciupare neanche l’occasione offerta dal semestre di presidenza del consiglio Europeo per tornare a esercitare un ruolo guida nell’unione e per integrare pienamente le politiche culturali all’interno di quelle industriali e della competitività, riconoscerne e accompagnarne il ruolo da protagonista nella manifattura e nell’innovazione competitiva e non più soltanto della fruizione turistica».