Singolare intervista agli Instabili Vaganti che hanno portato in scena in Iran la vicenda Ilva

Radiodrammi a Tehran

Quarta puntata della straordinaria avvenura narrata in prima persona dal protagonista

[14 giugno 2013]

La nostra presenza al 16° International Iranian Festival of University Theatre (a Tehran) è stata da subito vista dai media, dalle istituzioni partner del festival e dagli studenti dell’Università come un evento straordinario. La curiosità e la voglia di relazionarsi con una compagnia di teatro sperimentale conosciuta a livello internazionale, giunta per la prima volta in Iran, ha creato per noi giornate intense, ricche di inviti, incontri, spettacoli e soprattutto interviste. Fra queste, una in particolare ci ha colpito per l’estrema attenzione e interesse dedicati al nostro lavoro, per la precisione nel formulare domande in grado di sviscerare i nuclei poetici e le metodologie pratiche della nostra ricerca, e soprattutto per la capacità di renderli fruibili al pubblico dei radio ascoltatori, molti dei quali presenti fisicamente nella sala di registrazione.

Questa radio infatti, oltre a condurre il programma culturale nell’ambito del quale ha trovato ampio spazio la nostra intervista, realizza abitualmente una serie di radiodrammi, un genere molto popolare in Iran. Il pubblico non solo segue da casa il dramma dalla propria radio ma può assistere dal vivo al programma recandosi nel teatro in sede di registrazione. In questo modo gli attori non hanno abbandonato tutta quella parte che riguarda l’azione fisica, la gestualità, la mimica nel decantare il proprio testo di fronte al microfono e la registrazione del prodotto non ha perso il suo carattere di spettacolo dal vivo. Così è stato anche per la nostra intervista, un lungo dialogo dal vivo in lingua italiana tradotta in Farsi.

Siamo partiti parlando del workshop condotto per gli studenti iraniani, elemento che più incuriosiva i nostri interlocutori per parlare poi del nostro lavoro nella sua interezza, del nostro metodo, dei paesi in cui abbiamo lavorato e di ciò che faremo al nostro ritorno.

Abbiamo  spiegato loro che per l’approccio molto fisico e attento all’uso del corpo che caratterizza il nostro lavoro teatrale abbiamo sempre incontrato, collaborato e coinvolto nei nostri progetti attori e performer di altre nazionalità, senza incontrare limiti per via della lingua o delle differenti tradizioni. Al contrario, questo approccio ci ha permesso sempre di instaurare un dialogo interculturale e di sperimentare linguaggi teatrali differenti arricchendo moltissimo il nostro bagaglio di conoscenze. Ne è nato un particolare metodo di lavoro in cui elementi quali il ritmo, il movimento, la vocalità e il suono, la musicalità di un corpo in azione, la tensione energetica e la relazioni tra gli individui hanno un’estrema importanza.  Questo metodo ci permette oggi di presentare i nostri spettacoli, laboratori e workshop in tutto il mondo e di lavorare con attori internazionali.

Nel nostro percorso infatti ci era già capitato di lavorare con attori iraniani. Nel 2009, quando in Polonia abbiamo insegnato in uno dei più importanti centri di ricerca teatrali, il Grotowski Institute di Wroclaw, tra i nostri allievi, selezionati in tutto il mondo, c’era anche un attore iraniano. Dopo quell’incontro avevamo cercato di continuare a lavorare con lui attraverso il nostro progetto internazionale Stracci della Memoria, in cui elementi provenienti da differenti culture e tradizioni sceniche vengono attualizzati attraverso i nuovi media. Il metodo che avevamo usato era quello di lavorare a distanza, lui ci inviava canti e testi dall’Iran e noi cercavamo di elaborare il materiale per la creazione di una performance. Ci è  molto dispiaciuto quando non siamo riusciti ad averlo nella II° sessione di lavoro internazionale del nostro progetto per problemi con il suo visto. La sessione è un momento in cui noi condividiamo il lavoro di ricerca con altri performer e in quell’occasione abbiamo potuto confrontarci con partecipanti provenienti da Armenia, Corea, Brasile, USA, Spagna, Colombia ma purtroppo non con attori iraniani. Nel loro caso infatti è molto più difficile partecipare ai nostri percorsi di formazione in Italia, poiché non è facile per loro lasciare il proprio paese, a volte anche su regolare invito da parte di un istituzione estera.

Ricordo infatti l’amarezza degli studenti che hanno preso parte al workshop a Theran, quando ho parlato loro del nostro laboratorio internazionale in Italia, l’International Laboratory Instabili Vaganti, un percorso di alta formazione che abbiamo realizzato quest’anno a Bologna con attori provenienti da Norvegia, Svezia e Corea del sud, e al quale avrebbero voluto partecipare anche loro il prossimo anno. Mi hanno molto emozionato quando mi hanno confessato che stavano stilando una lista di nomi di chi avrebbe voluto continuare il laboratorio, per capire se potevano fare una vera e propria “colletta” per invitarmi nuovamente a Tehran. Il nostro teatro è visto ed è stato vissuto durante il workshop come un sogno, un’utopia lontana, anche perché in Iran sono pochissime e recenti le esperienze di teatro sperimentale, fisico, alternativo rispetto al circuito classico. Pertanto, raramente un attore si trova nella posizione di creare senza le indicazioni di un regista o le didascalie di un copione. Questa differenza ha colpito anche i nostri interlocutori quando abbiamo specificato che sono gli attori con le loro suggestioni, i loro ricordi, le loro diversità a creare i materiali scenici durante un nostro workshop.

Al nostro ritorno cercheremo di custodire l’esperienza di Tehran, una città che per quanto ti rapisce mostrandosi il suo lato underground, non puoi conoscere in poco tempo e dove bramiamo di tornare presto.

La sensazione finale che sempre ci accompagna dopo una di queste esperienze è una sorta di Assenza, un vuoto che alla fine di un percorso è necessario e normale e che cercheremo di colmare attraverso il lavoro artistico. Così cominciamo a lavorare alla nuova performance che dovrà trattenere questi ricordi, queste persone che non sono più reali ma virtuali, questo affollamento di immagini, odori, suoni, che si accavallano nel work in progress “Ausencia – sola nella moltitudine”, dove stiamo sperimentando l’interazione tra Live media painting e azione fisica e vocale. Un contenitore fatto di ricordi, emozioni che svaniscono in fretta e che ci fanno apparire le nostre fugaci esperienze evanescenti, come segni in continuo mutamento su uno schermo bianco che è quello della nostra memoria.

Su i nostri futuri progetti si conclude una lunga e bella chiacchierata e percepiamo da tutti i presenti in sala, una sorta di soddisfazione nel constatare il nostro interesse e apprezzamento per gli studenti con i quali abbiamo lavorato, per la gente che abbiamo incontrato, per Tehran e i suoi abitanti, l’Iran e la sua cultura.

Nicola Pianzola, attore