L’italiano medio ha perso 2.400 euro di reddito in 5 anni

Retromarcia Ocse, la crescita economica non basta più per uscire dalla crisi

Oggi la ricetta suggerita cambia (almeno sulla carta) ma di autocritica neanche l’ombra

[18 marzo 2014]

È con un tempismo drammaticamente perfetto che lo studio Ocse Uno sguardo sulla società 2014 arriva a spezzare in parte quel timido refolo di ottimismo che spira in Italia dopo gli annunciati mille euro in busta paga in più all’anno, promessi dal premier Renzi. Dal 2007, ricorda preciso l’Ocse, il reddito medio in Italia ha subito una diminuzione di circa 2.400 euro, arrivando ad un livello di 16.200 euro nel 2012». Si tratta di dati «per capita», come sottolinea l’organizzazione parigina, e non “per famiglia” come in molti hanno erroneamente riportato. E c’è una bella differenza.

I promessi mille euro di Renzi non basterebbero nemmeno a riportare la perdita di reddito degli italiani al livello di quella subita negli altri paesi europei. In media, infatti, i redditi dell’eurozona sono caduti di 1.100 euro procapite dal 2007; sempre parlando di numeri e non di persone, anche con l’intervento del premier resteremmo sotto di 300 euro. Certo di questo non possiamo addossare la colpa a un governo costituitosi da poche settimane, ma rimane un dato di fatto sul quale misurare l’efficacia delle proposte messe in campo dall’esecutivo.

Il vero problema riguarda le strategie per riemergere da questa serie apparentemente senza fine di record al ribasso. Il mantra della crescita finora recitato viene ora bollato come insufficiente dai suoi più accesi cantori: «La ripresa economica – scrive l’Ocse – seppur necessaria per far ripartine l’economia italiana e la creazione di posti di lavoro, non sarà probabilmente sufficiente per porre fine alla profonda crisi sociale e del mercato del lavoro che colpisce attualmente il Paese. Agli sforzi per una crescita economica solida a duratura occorre affiancare investimenti per un sistema di protezione sociale più efficace che permetta di evitare che le difficoltà economiche diventino sempre più radicate nella società».

Non è un caso se l’intervento dell’Ocse titola la necessità di «interventi urgenti per affrontare la crescente disuguaglianza e le divisioni sociali», in Italia come negli altri Paesi osservati. All’interno dell’Ocse sembra inconsciamente maturare una diversa consapevolezza della crisi (che però non si traduce ancora in logiche e conseguenti re-azioni). Non un incidente di percorso all’interno di un ottimo modello di sviluppo, ma uno spartiacque di proporzioni ciclopiche. Anni di crisi economica hanno portato ad acuirsi enormemente le disuguaglianze tra cittadini, e erodendo alla base le possibilità di futuro per i paesi industrializzati: «I tassi di fertilità sono scesi ulteriormente dopo la crisi – ricorda l’Ocse – approfondendo le sfide demografiche e fiscali di invecchiamento».

Le dimensioni del problema sono purtroppo più chiare in Italia che altrove. Tra il 2007 e il 2013 la disoccupazione è aumentata al ritmo di 5.100 lavoratori per settimana, e più del 20% di disoccupati nell’eurozona sono italiani. La fascia di popolazione più colpita è quella dei giovani, che non riescono a guadagnare la loro indipendenza dalle famiglie. In Italia, il tasso di fertilità rimane a 1,4 figli per donna, notevolmente al di sotto del tasso di rimpiazzo della popolazione (pari a 2,1). Si tratta di un aggravante su un quadro della situazione già preoccupante: l’Italia ha meno di tre persone in età lavorativa per ogni adulto di 65 anni o più, e il fenomeno dell’emigrazione (che riguarda soprattutto le persone in età lavorativa) è aumentato del 50%. Se per il mondo continua a porsi il problema dell’aumento della popolazione – che pure si dirige verso una stabilizzazione – l’Italia sta letteralmente invecchiando e morendo sotto i colpi della crisi e di coloro che non l’hanno saputa gestire.

A onor del vero, in questa lunga lista andrebbero inserite anche istituzioni come la stessa Ocse. «L’Italia – scrivono oggi da Parigi – è entrata nella crisi finanziaria globale del 2008-09 con un sistema di previdenza sociale scarsamente preparato ad affrontare un forte aumento della disoccupazione, soprattutto di lungo periodo, e della povertà». Di più. Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría, forse già intravede nuove nubi all’orizzonte quando avvisa: «I governi devono mettere in atto politiche sociali più efficaci per aiutare i loro cittadini ad affrontare le crisi future».

Ma sono state proprio le grandi organizzazioni economiche internazionali, e tra queste l’Ocse, ad aver finora spinto perché le spese pubbliche venissero tagliate in nome del rigore, dopo che i debiti pubblici dell’Occidente sono saliti alle stelle in seguito ai colossali salvataggi bancari di inizio crisi. La vittima sacrificale non avrebbe potuto che essere il welfare, e così è stato. Oggi la ricetta suggerita cambia – almeno sulla carta – ma di autocritica neanche l’ombra. Come ha commentato un anno fa con una stilettata al veleno il premio Nobel Paul Krugman, «certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano all’Ocse».

Da parte sua, per l’Italia oggi l’Ocse sentenzia che «le recenti proposte di riforma del mercato del lavoro e l’estensione del sistema di previdenza sociale – attraverso sussidi di disoccupazione universali i e proposte per un più unificato sistema di supporto per i lavoratori con reddito minimo – rappresentano degli importanti passi nella buona direzione. A cui si affianca la proposta riduzione della pressione fiscale per i redditi medio bassi». Staremo a vedere. Visto i pregressi ci scuseranno lo scetticismo.