L’homo non sapiens e il paradosso del Vesuvio lungo 170 anni

[2 luglio 2013]

La rivista scientifica Nature ha proposto, qualche tempo fa, la classifica dei progetti di ricerca più longevi al mondo. Quelli che durano da più tempo, impegnando a volte diverse generazioni di ricercatori. In testa alla classifica figurano – forse non a caso – due ricerche che hanno un forte interesse ambientale.

Prima in classifica è una particolare indagine astronomica: quella sulle macchie solari. Il cui ciclo, 11 anni, ha una notevole influenza sul clima del pianeta Terra. Iniziata da Galileo Galilei nel 1610, lo studio delle macchie solari dura ancora oggi, portata avanti da centinaia di ricercatori sparsi in tutto il mondo. La ricerca dura senza interruzioni da 403 anni. La registrazione dei dati è diventata sistematica, tuttavia, solo dal 1848 grazie agli standard proposti dall’astronomo svizzero Rudolf Wolf. Possiamo dire, dunque, che la ricerca sistematica sulle macchie solari vanta 165 anni.

In questo caso, la ricerca che Nature pone al secondo posto balza al primo, anche se di pochi anni. Ed è quella realizzata sul Vesuvio dai ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano: il più antico osservatorio vulcanologico del mondo. L’istituzione fu creata per volontà di Ferdinando II di Borbone, il re delle due Sicilie, nel 1841. Ma fu pensata e diretta per primo da Macedonio Melloni. L’Osservatorio, realizzato dall’architetto Gaetano Fazzini, si trova lungo le pendici del Vesuvio a un’altezza di 608 metri sul livello del mare. Abbastanza lontano dalla vetta, per essere relativamente sicuri che i ricercatori non siano colpiti da detriti in caso di improvvisa eruzione. E posto su una sorta di promontorio, la Collina del Salvatore, che lo pone al sicuro da un’eventuale colata di lava. Lì è iniziata, 172 anni fa, una ricerca sistematica sul vulcano che dura, senza interruzioni, ancora oggi. Grazie all’Osservatorio il Vesuvio è diventato il vulcano più studiato al mondo.

I successi scientifici di questa ricerca di lunga data non sono davvero pochi. Nature ricorda come lo stesso Macedonio Melloni, il primo direttore, abbia inaugurato lo studio delle proprietà magnetiche della roccia lavica. Studio che si è rivelato cruciale per lo sviluppo del paleomagnetismo e la ricostruzione della stessa storia del pianeta. Il secondo direttore dell’Osservatorio, Luigi Palmieri, ha inventato il sismografo elettromagnetico. Un altro direttore, Giuseppe Mercalli, ha inventato una scala con cui ancora oggi viene classificata l’attività vulcanica. Mercalli ha anche messo a punto una scala per la misura degli effetti dei terremoti – la “scala Mercalli”, appunto – universalmente accettata, anche se oggi vive una fase di declino, superata dalla possibilità di misure più oggettive (come quelle della magnitudo, suggerita da Charles Francis Richter.

La ricerca svolta presso l’Osservatorio Vesuviano ha avuto, dunque, un ruolo fondamentale nello sviluppo della vulcanologia scientifica. Dura, come abbiamo detto, ancora oggi. E, anzi, si è estesa allo studio di altri vulcani: i Campi Flegrei, Ischia, Stromboli. Anche se il Vesuvio resta il vulcano più studiato.

Va detto però che oggi la ricerca non ha più bisogno di una vicinanza fisica dell’uomo all’oggetto di studio. Il Vesuvio è farcito di sensori che trasferiscono le informazioni al laboratorio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) che ha la sua sede nella città di Napoli. La sede antica e molto elegante dell’Osservatorio Vesuviano, lì sulla collina del salvatore, è, tuttavia, ancora attiva. Ha un museo, una biblioteca e ospita ancora qualche attività di ricerca.

Sebbene il centro, per così dire, di elaborazione dei dati sia localizzato altrove, la ricerca sul Vesuvio continua senza interruzione da oltre 170 anni. Continuando a produrre risultati scientifici molto significativi. Oggi su questo vulcano sappiamo molto. Sappiamo, in particolare, che è capace sia di eruzioni di relativa intensità – come l’ultima, del 1944 – si di eruzioni distruttive, come quella del 79 d. C. descritta da Plinio e detta, appunto, pliniana. È l’eruzione, per intenderci, che ha distrutto Pompei ed Ercolano.

Sappiamo, anche, che in tempi più remoti ci sono state eruzioni del Vesuvio che hanno interessato zone ancora più estese. Zone dove oggi sorge la stessa città di Napoli.

La ricerca che dura senza interruzione da 170 anni, dunque, ci ha detto molto a livello scientifico. Ha portato a una valutazione sofisticata, anche se non deterministica, del rischio. Sulla base dei risultati ottenuti sono stati predisposti precisi piani di evacuazione in caso di risveglio del gigante.

Tuttavia tanta consapevolezza scientifica non si è trasformata in una matura percezione del rischio da parte della popolazione e, anche, delle autorità politiche. Ancora oggi almeno ottocentomila persone vivono in un’area che sarebbe a forte rischio in caso di eruzione pliniana. E non esiste un credibile piano per diminuire la densità demografica alle falde del vulcano.

Tutto ciò crea un paradosso su cui conviene riflettere. Il Vesuvio è nel medesimo tempo il vulcano più studiato e da più lungo tempo al mondo. Ma anche il vulcano a più alto rischio del pianeta.