Ieri le fiamme hanno avvolto lo stabilimento "Eredi Berte" di Mortara, nel pavese

In 3 anni 250 incendi negli impianti italiani (autorizzati a operare) nel ciclo integrato dei rifiuti

Urge chiarezza: finché gli impianti a norma di legge bruceranno, chi al contrario opera nell’illegalità potrebbe essere il primo a guadagnarci

[7 settembre 2017]

Quello divampato ieri nello stabilimento della “Eredi Berte” di Mortara, in Lombardia, è solo l’ultimo comparso nella lunga serie di incendi che da anni nel nostro Paese bruciano impianti industriali (autorizzati a operare) nel ciclo integrato dei rifiuti: impianti di selezione, riciclo, discariche, etc.

Per quanto riguarda il caso di Mortara in particolare, l’Ispra spiega che «dagli ultimi aggiornamenti sui dati relativi agli inquinanti convenzionali monitorati dalle stazioni della qualità dell’aria non si evidenziano anomalie riconducibili all’incendio», con tutti i valori assoluti «ben al di sotto dei rispettivi limiti di legge». La paura è stata tanta però, e non è ancora dissipata: per le diossine, ad esempio, i risultati delle analisi non sono ancora disponibili.

Nel mentre si moltiplicano i dubbi sulla natura dell’incendio, complice il fatto che proprio ieri era previsto nell’impianto «l’avvio della visita ispettiva ordinaria 2017 secondo la programmazione dei controlli fatta dalla Regione Lombardia», come ricorda ancora l’Ispra: la ditta Eredi Bertè è infatti «una nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale) ed è stata inserita nella programmazione dei controlli a far data dal 2016 (in precedenza il controllo era in carico alla Provincia)».

La cautela è però d’obbligo, e non potranno che essere gli organismi competenti a fare chiarezza sull’accaduto; quel che è certo è che l’area che ha subito il rogo è stata messa sotto sequestro dai Carabinieri, e a Pavia la Procura ha già aperto un fascicolo.

Più ancora che dal singolo caso, sarà interessante analizzare quanto emergerà dall’indagine che la Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti sta mettendo in piedi per individuare un eventuale filo conduttore che leghi questi roghi. Come ha spiegato ieri il presidente della Commissione, Alessandro Bratti, ad oggi «i nostri uffici hanno terminato di acquisire i dati relativi agli incendi che hanno interessato l’intervento delle Arpa, dal 2014 ad oggi. I numeri che devono essere ulteriormente verificati indicano circa 250 incendi in tre anni. Questi incendi interessano impianti di smaltimento e di trattamento di rifiuti e sono di diversa gravità dal punto di vista dell’impatto ambientale. Lombardia, Veneto, Toscana, Puglia e Campania sono numericamente quelle regioni che presentano più incendi ma questo dato estremamente parziale poco ci dice sulla pericolosità di questi fenomeni».

Sulle cause il mistero rimane fitto. Il Sole 24 Ore, che da tempo documenta l’evolversi della situazione, osserva che «c’è chi collega questi incendi a un piano unico, a una mente unica. In qualche caso, i depositi di rifiuti sono andati a fuoco per motivi chiaramente casuali; spesso sono stati accertati inneschi non volontari, per esempio corto circuiti in macchinari oppure reazioni chimiche incontrollate tra rifiuti industriali. Però in molti casi l’origine dolosa è stata comprovata fin dall’inizio, per esempio quando gli incendiari sono stati filmati dalle telecamere notturne di sicurezza che controllano i muri perimetrali degli stabilimenti».

C’è chi chiama in causa i proprietari stessi degli impianti, che si auto-appiccherebbero fuoco pur di cancellare sospette ipotesi di reato, o per sbarazzarsi inopinatamente dei propri rifiuti; un’ipotesi che appare francamente di difficile generalizzazione, dato che si parla di impianti dotati delle necessarie autorizzazioni ad operare. Un incendio, al contrario, oltre alle ire della popolazione locale (c’è anche chi, al contrario, ipotizza che gli incendiari abbiano a che fare con quanti, sul territorio, non gradiscono la presenza dell’impianto)  attira sul sito l’attenzione dei media come della Procura, come si vede, imponendo importanti blocchi operativi (e costi) all’azienda. I rifiuti che l’impianto non potrà più trattare andranno altrove: in un altro impianto autorizzato, oppure magari in discariche abusive?

È questa una delle domande più importanti cui occorre rispondere per osservare le reali conseguenze di questa sequela di roghi. Perché finché gli impianti per la gestione dei rifiuti a norma di legge bruceranno, chi al contrario opera nell’illegalità potrebbe essere il primo a guadagnarci: la nostra società continua a produrre rifiuti, e – come l’acqua – da qualche parte questi devono pur finire. Come, e dove, non è scontato.

L. A.