Eppure tutta la Regione conta una popolazione che non arriva alla metà di quella di Milano

Il 52% delle discariche italiane oggetto di infrazione Ue è in Basilicata

Una messa in sicurezza che manca da 8 anni, e che solo nel 2017 è costata all’Italia «141 milioni di euro» di multa

[22 giugno 2017]

Il mese scorso da Bruxelles è arrivato perentorio l’ultimo avvertimento a Roma: «Le misure necessarie per la bonifica o la chiusura di 44 discariche non sono ancora state completate», nonostante l’Italia avesse dovuto ottemperare otto anni fa, nel 2009.  Nonostante i solleciti notificati nel corso del tempo, la Commissione europea si è così trovata a dover deferire il nostro Paese alla Corte Ue. Com’è stato possibile accumulare un così grande ritardo?

Tramite un’interrogazione parlamentare che ha avuto ieri risposta, a chiederlo direttamente al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è stato il parlamentare Cosimo Latronico, che ha concentrato la sua attenzione sul contesto lucano: «L’interrogazione pone un tema assai serio per una piccola regione, e cioè, secondo le informazioni fornite dalla Commissione europea, sono 44 i siti che rappresentano ancora una minaccia per la salute e l’ambiente; il 52 per cento di questi siti è collocato nel territorio della Basilicata. La domanda è quali iniziative il Governo è in condizioni di assicurare perché questo grave problema, che minaccia, ovviamente, l’ambiente, e non solo l’ambiente, in una regione che ha tante criticità, possa essere affrontato». Un dato, quello riferito alla Basilicata, che stona non poco con le proporzioni che la Regione occupa nel contesto nazionale: com’è possibile che, con una popolazione totale che non raggiunge la metà di quella della sola Milano, si concentri qui oltre il 50% di tutte le discariche contestate dall’Ue?

Da parte sua, il ministro si è limitato a ricordare che «con particolare riferimento alla situazione della regione Basilicata relativamente alla procedura di infrazione in questione, si fa presente che l’ultimo aggiornamento rispetto alle 26 discariche riportate nel parere motivato documenta tre certificazioni di conclusione dei lavori di chiusura, otto interventi conclusi ed in corso di certificazione, dieci interventi finanziati con risorse del Fondo di sviluppo e coesione 2014-2020 di cui al Patto per lo sviluppo della regione Basilicata, per un totale di 7 milioni 520 mila euro, e ancora due interventi finanziati con risorse di cui alla delibera Cipe, per un totale di sei milioni e mezzo di euro, e una discarica finanziata con fondi comunali, due discariche private finanziate dai gestori degli impianti con fondi propri. Possiamo, quindi, dire oggi che sono tutte finanziate e alcune già certificate».

Eppure, per quanto necessari gli stanziamenti da soli non bastano per garantire le operazioni di bonifica (o chiusura) delle discariche oggetto di infrazioni Ue, finora avanzate assai lentamente: negli ultimi due anni – e dunque sotto l’attuale governo – i siti messi nel mirino dall’Ue sono passati appena da 50 a, appunto, 44.

Facendo buon viso a cattivo gioco, Latronico ha replicato con assertività: «Ringrazio il signor Ministro per la risposta e anche per lo sforzo che sta compiendo per provare a portare fuori l’Italia da questa condizione di infrazione che è assai datata, perché l’Italia era tenuta entro il 16 luglio 2009 e, quindi, stiamo parlando di 8-9 anni trascorsi senza che questi interventi di messa in sicurezza del territorio – quindi della messa in sicurezza e della bonifica delle discariche, comprese quelle in Basilicata – si siano potuti compiere.

Io credo – ha concluso il parlamentare – che al Ministro non sfugga la necessità di valutare la ragione per cui debbano passare dieci anni per poter mettere in realtà progetti di bonifica e di sistemazione ambientale rispetto a matrici che ovviamente sono vulnerabilissime. Ora l’Italia ha già pagato e ha versato all’Unione europea ben 320 milioni di euro nel 2017, di cui 141 per la sentenza relativa alle discariche abusive. Quindi, c’è tutta la gravità non solo per il danno ambientale che si è determinato non tenendo questi elementi in condizioni di sicurezza per dieci anni nel contesto antropologico, umano e ambientale, ma c’è anche un riflesso economico sulle finanze dello Stato che non è da trascurare. Quindi, io prego veramente il Ministro e il Governo di valutare tutti gli strumenti per sostituirsi alle inadempienze».