Alla ricerca di microplastiche nell’Artico: i primi risultati della spedizione Polarquest

Cnr: «Anche a latitudini estreme- la quantità di plastica che infesta le spiagge più isolate e lontane del nostro pianeta è sbalorditiva»

[31 agosto 2018]

Polarquest 2018, il grande progetto scientifico promosso in occasione del novantesimo anniversario della storica spedizione al polo di Umberto Nobile e del quale il Cnr è partner scientifico, ha percorso 1.500 miglia  in 18 giorni di navigazione a bordo della barca a vela Nanuq, completando il 22 agosto la circumnavigazione dell’arcipelago delle Svalbard, ritornando al largo di Longyearbyen (Isfjord), dove la crociera alla ricerca di microplastiche era iniziata il 4 agosto.

A bordo della Nanuq c’era anche un rivelatore di raggi cosmici assemblato al Cern e i ricercatori dicono che «I suoi dati  permetteranno di studiare l’influenza dei raggi cosmici nei processi di formazione delle nubi, e di migliorare la comprensione dei cambiamenti climatici mettendo in correlazione le Supernovae con le fasi climatiche su un periodo di oltre 500 milioni di anni».  Alla spedizione hanno partecipato anche l’università Europea di Roma e la Società geografica che hanno avviato un e progetto di citizen science che, attraverso droni a basso costo e particolari sensori hanno eseguito la cartografia speditiva ad alta risoluzione in aree remote e scarsamente visitate del remoto arcipelago norvegese.

Al  Cnr sottolineano che tra gli scopi scientifici della spedizione c’era anche quello di »raccogliere campioni di acque alle latitudini più estreme, con l’obiettivo di verificare la presenza di microplastiche e microfibre: ad effettuare le analisi sui campioni saranno i laboratori di Lerici (La Spezia) dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr».

Stefano Aliani, responsabile Cnr-Ismar di La Spezia, spiega che «Diversi modelli indicano che nella zona artica potrebbe accumularsi una quantità notevole di detrito marino: ovviamente la sorgente non è locale, ma proviene da lontano, potrebbe trattarsi di materiale originato nell’oceano Atlantico, così come di residui trasportati dai fiumi siberiani o addirittura dallo Stretto di Bering. Un dato è certo: neppure l’Artico, ormai, è esente da questo problema. I campioni raccolti nel corso di questa spedizione sono quelli più a Nord mai prelevati, e poiché a bordo è stata usata una nuova tecnica di campionamento, sarà possibile valutare, per la prima volta, la presenza di microfibre oltre che di microplastiche a latitudini così elevate. Nei nostri laboratori di Lerici analizzeremo e caratterizzeremo le plastiche raccolte usando tecniche di micro spettroscopia a raggi infrarossi: questo permetterà di individuare le proprietà chimiche delle particelle fino a circa 20 micron di dimensione, ai confini con il mondo delle nanoparticelle. Inoltre, in collaborazione con colleghi dell’Istituto per l’ambiente marino-costiero (Cnr-Iamc) studieremo il biofilm proprio della superficie delle microplastiche: si tratta di un insieme organismi e batteri che costituiscono un sottile film di organismi viventi trasportati sulla plastica. La composizione specifica di questo strato vivente è ignota e costituisce un nuovo microecosistema identificato solo recentemente: la plastisfera».

La giovanissima Safiria Buono, che ha supportato le operazioni di campionamento a bordo della Nanuq,. conclude: «Abbiamo effettuato un totale di 30 campionamenti di microplastiche, di cui uno alla latitudine record di 82°07 N, proprio ai limiti della banchisa. Una delle conclusioni che abbiamo potuto trarre anche da una semplice analisi visiva è che -anche a latitudini estreme- la quantità di plastica che infesta le spiagge più isolate e lontane del nostro pianeta è sbalorditiva: abbiamo persino pescato un pezzo di macroplastica a 82 gradi di latitudine nord! Inoltre, a circa 20 chilometri a sud da Ny Ålesund è stato installato un sensore per la rilevazione di PCB (bifenili policlorinati), per misurarne la presenza in aree distanti dalle regioni urbanizzate e capire i meccanismi di trasferimento e accumulo di questi potentissimi inquinanti industriali, al bando dagli anni settanta in molti paesi. Il sensore sarà recuperato nel 2020 per l’analisi dati dall’Università della Savoia, in Francia».