Ancora una volta destini incrociati tra Roma e Taranto per l’acciaio di Piombino

Nel mentre la burocrazia blocca tutto: dalle risorse per politiche attive e sostegno ai lavoratori in difficoltà, a quelle necessarie per le bonifiche sul territorio

[30 maggio 2017]

Si è svolto oggi a Roma l’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico e i sindacati, al seguito del quale Carlo Calenda si troverà a una svolta per quanto riguarda il futuro dell’acciaieria Ilva di Taranto: i commissari hanno presentato al Comitato di sorveglianza i risultati della gara e la loro proposta di aggiudicazione – si ventila la preferenza per AM Investco Italy, la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia – e l’ultima parola è attesa dal governo. Una pronuncia che non vede la città di Piombino spettatrice indifferente.

Da una parte è l’altra cordata in corsa per rilevare l’Ilva, AcciaItalia (composta da Jindal, Cassa depositi e prestiti, Delfin e Arvedi), ad aver avanzato proposte di sinergie con Piombino in caso di aggiudicazione degli impianti tarantini; una sua esclusione, com’è evidente, incrinerebbe tale possibilità. Dall’altra parte, ArcelorMittal è di fatto già presente in Toscana, come ha ricordato il presidente della Regione Enrico Rossi (nella foto) inviando una lettera al ministro Calenda: «Senza entrare nel merito di una procedura che attiene alla competenza del Governo italiano, sono a far presente che – osserva Rossi – laddove tale anticipazione si trasformasse in realtà, è necessario che il Governo guardi con grande attenzione alle possibili e necessarie sinergie che si devono determinare con la “Magona d’Italia” di Piombino che fa parte del gruppo ArcelorMittal. Si tratta di uno stabilimento che da tempo sta portando avanti un’operazione di risanamento e riqualificazione e che dopo una fase di difficoltà sta procedendo verso una fase di bilancio in attivo. È importante quindi che il Governo nazionale assuma con grande determinazione il tema della salvaguardia e della valorizzazione del sito di Piombino nell’ambito del confronto con gli eventuali nuovi proprietari del gruppo Ilva. Ciò sia in relazione agli oltre 400 lavoratori impegnati direttamente e ai lavoratori dell’indotto, sia alla fase di passaggio, da lei ben conosciuta, che sta attraversando il polo siderurgico di Piombino».

Visti i numeri e le prospettive industriali in ballo, Piombino si trova così nuovamente col fiato sospeso, in attesa delle decisione romane. Quel che è certo, in questa apnea che prosegue da anni, è che l’ossigeno continua a scarseggiare su più fronti. Impugnando nuovamente carta e penna, oltre al ministero dello Sviluppo economico Rossi si rivolge anche al dicastero delle Lavoro, lamentando un ritardo burocratico pesante che ad oggi impedisce alle Regioni di utilizzare le risorse – per la Toscana sono 30 milioni – del decreto legislativo 185/2016, risorse dedicate a interventi di politiche attive del lavoro e di sostegno economico ai lavoratori.

«Tutte le Regioni – ricorda Rossi al ministro Poletti – hanno deliberato entro il 31 marzo 2017 e comunicato al Ministero del lavoro la richiesta di poter utilizzare queste risorse, che per la Toscana significano circa 30 milioni di euro: 30 milioni che abbiamo destinato al progetto, che prevede assegni di ricollocazione, incentivi all’assunzione e indennità di partecipazione […] A distanza di due mesi, e nonostante diversi incontri con le strutture del Governo e solleciti della Conferenza delle Regioni, non si vede ancora nessuna certezza sui tempi di utilizzo di queste risorse che nella situazione sociale pesante vissuta in molti territori potrebbe rappresentare un contributo importante a sostegno delle condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori in difficoltà».

Le risorse disponibili sono riservate per il 70% agli interventi per i lavoratori residenti nei comuni toscani delle aree di crisi industriale complessa, non complessa e regionale, con Piombino ancora una volta in primo piano. Non è questo però l’unico fronte burocratico sul quale la città sta soffrendo: come noto i 47 milioni di euro per la (parziale) bonifica del Sin, individuati sin dal 2014, ancora non sono stati spesi. E secondo i dirigenti di Invitalia, se il ritmo non cambierà, non basteranno sei decenni per vederli spesi tutti.