Bruchi mangia-polietilene e reti acchiappa plastica: prospettive e problemi (VIDEO)

Dopo la scoperta del bruco mangia-plastica, si apre il dibattito sul progetto Sea Sweeper

[26 aprile 2017]

Con la pubblicazione dello studio “Polyethylene bio-degradation by caterpillars of the wax moth Galleria mellonella” su Current Biology, Federica Bertocchini, dell’Instituto de biomedicina y biotecnologia de Cantabria, e da  Paolo Bombelli e Christopher J. Howe del Department of biochemistry dell’università di Cambridge, rivelano che il bruco della tarma maggiore della cera (Galleria mellonella) che abitualmente si nutre di miele e cera negli alveari che parassita, è in grado di biodegradare rapidamente il polietilene, compresi i sacchetti e i contenitori per alimenti. Uno scoperta avvenuta per caso, quando la Bertocchini, che studia le api, si è accorta che alcuni di questi voraci bruchi che aveva messo in un sacchetto se lo erano letteralmente mangiato.

Ogni anno nel mondo si producono circa 80 milioni di tonnellate di polietilene, un materiale difficile da degradare e molto resistente: uno shopper in polietilene ci mette 100 anni per degradarsi, ma  prodotti più resistenti si degradano in 400 anni, diventando un pericolo per la fauna e inquinando l’ambiente. Nonostante molti Paesi abbiano già proibito i sacchetti di plastica, ogni anno nel mondo c’è un consumo procapite di 230 sacchetti di plastica che, a causa di una cattiva gestione dell’intero ciclo della raccolta, riciclo e riuso dei rifiuti, produce 100.000 tonnellate di residui.

Anche se gli scienziati riusciranno a trovare gli enzimi che permettono alla Galleria mellonella di cibarsi di polietilene resta il problema di come recuperare la plastica usata – e non riutilizzabile –  che dovrebbe poi essere biodegradata.

I progetti, a livello internazionale ed italiano non mancano e quello più recente, Sea Sweeper, lo “spazzino del mare”,  è stato presentato da Castalia a Ecomondo 2016 e, come spiega lo stesso consorzio italiano, si tratta di «un sistema di reti fisse e di imbarcazioni a pescaggio ridotto, “Sea Hunter”, per il contenimento e raccolta della plastica galleggiante e semiaffondata che arriva dai fiumi. Il sistema di barriere galleggianti Sea Sweeper non interferisce con la vita del fiume e non arreca danno alla flora e fauna. Questa speciale rete di raccolta è progettata per restare posizionata da un argine all’altro del fiume anche per lungo tempo e per rimanere operativa durante periodi di piogge ordinarie. Uno strumento che riduce l’input di macroplastiche trasportate dai fiumi al mare, senza essere invasivo. Il sistema permette infatti lo scorrimento libero delle acque senza alterarne la portata e la velocità, così come il passaggio di animali acquatici e dei detriti fluviali naturali, che afferiscono al mare alimentando le coste».

Di Sea Sweeper  se ne è parlato recentemente anche su La Repubblica e proprio dopo quell’articolo sono arrivate alla redazione di greenreport.it diverse osservazioni e perplessità sul progetto che tentiamo di riassumere, ponendole all’attenzione degli esperti e di chi eventualmente vorrà replicare.

Corrente:  nel caso di un ancoraggio fisso, la forza della corrente anche solo mediamente forte, la rete, per quanto siano larghe le maglie  offrirebbe una resistenza idrodinamica tale,  da essere spazzata via in breve tempo. A questo si deve aggiungere il cosiddetto  “ effetto diga”: basti pensare a tutto il materiale in sospensione che un po’ ala volta si attacca alle maglie della rete rendendola dopo poco un muro compatto, in questo caso, anche una debolissima corrente, dopo poco tempo la spazza via.

Un’altra perplessità riguarda l’utilizzo di reti installate su barche: «in caso di corrente forte – fa notare un nostro lettore – non sarebbero utilizzabili, proprio perché la resistenza idrodinamica delle reti, sulla loro prora o sulle fiancate, le renderebbe ingovernabili e quasi immediatamente si metterebbero  “di traverso” alla corrente. Ma anche in caso di corrente debole le imbarcazioni dotate di reti sarebbero pressoché inutilizzabili per il semplice motivo che la plastica che dovrebbero raccogliere, non è l’unico galleggiante presente,  ma è sempre mischiato a legno, vegetazione e molto altro, quindi ci viene da chiedere guidano a zig zag cercando di raccogliere solo la plastica e nel contempo evitare gli altri materiali in galleggiamento? Operazione impossibile ma necessaria se non si vuole che al primo ammasso ad esempio un cespuglio sradicato dalla corrente, faccia in pochi secondi “effetto diga” e se non si interviene rapidamente a toglierlo (operazione molto difficile specialmente se è pesante) corriamo seriamente il rischio che qualcuno si faccia male. Per concludere il tema corrente, va detto che il  momento principale quando abbiamo pesantissime immissioni di inquinanti in mare è durante le piene va di per se che non è possibile neppure immaginare l’uso delle reti in quella situazione».

Grandi oggetti:  purtroppo nei corsi d’acqua è normale che la corrente trasporti, oltre a tronchi d’albero, anche bombole del gas  e altri oggetti galleggianti pesanti e un altro lettore ci fa notare che «una rete di nylon, qualsiasi sia il suo fissaggio/ancoraggio, non potrebbe sostenerne il peso». Ma il problema non è soltanto questo:  «anche se la rete reggesse, sarebbe l’ancoraggio/fissaggio della rete a saltare, ed ad essere portato via dalla corrente quindi ci troveremmo ad avere un ulteriore inquinamento oltretutto pericoloso per la navigazione nel caso raggiungesse il mare».

Materiale in sospensione:  con la corrente il materiale trasportato dai fiumi, in particolare la plastica, non si muove soltanto in superficie ma a profondità superiori al metro,   «quindi – ci fa notare lo stesso lettore – il sistema, Sea Sweeper, specie se installato su imbarcazioni, dovrebbe essere in grado di operare sotto la superficie, ma questo a meno che non sia molto stretto non è possibile  perché essendo le acque dei fiumi non certo trasparenti, non si può vedere che cosa si raccoglie, quindi si corre il rischio di trovarsi la rete piena in pochi minuti e talmente pesante da non essere recuperabile. Va di per se che non è certo possibile e inimmaginabile, fare un ancoraggio fisso con una rete che pesca più di un metro sotto la superficie l’effetto diga sarebbe ancora più eclatante e la rete e ancoraggio, spazzati via in breve tempo».

Biodiversità:  è la preoccupazione di diverse osservazioni. Un lettore sottolinea che «Una rete, qualsiasi forma abbia, qualsiasi siano le dimensioni delle sue maglie, è un attrezzo nato per pescare e non per raccogliere la plastica. Uno potrebbe obbiettare: ma noi facciamo le maglie grandi! Bene, sarebbe la risposta e allora la plastica come la raccogli? Oppure ma noi non la ancoriamo sul fondo, ma soltanto in superficie e la parte bassa  è libera! Bene, allora si farebbe prima a mettere semplicemente una corda, ma la plastica come la raccoglie una corda?»

Lo stesso lettore segnala il problema del recupero: «la plastica che viene catturata dalle reti, come viene raccolta? Manualmente? non so se avete mai visto togliere i pesci dalle reti è un procedimento lungo e laborioso e questi sono più grandi e comodi da togliere che non i pezzetti di plastica, sarebbe una operazione pressoché impossibile da fare, quindi è da supporre che ogni volta che la rete è piena viene tolta e sostituita con una nuova? Ma allora alla fine cosa pesa di più la plastica raccolta o quella usata per fare la rete?  Magari mandiamo a smaltimento 2 chili di plastica raccolta e tre di rete nuova appena fatta? Viene da pensare che non sembra una mossa oltre che commercialmente, anche   da un punto di vista ambientale, molto intelligente».

Le ultime perplessità riguardano le dimensioni: «Anche ammettendo che quanto sopra esposto non sia vero, è noto a tutti che la maggior parte della plastica in acqua, senza voler tirare in ballo la degradazione dovuta al tempo e ai raggi solari, ma anche soltanto  a causa dello scontro con le rive, l’impiglio con gli arbusti  e altro  si rompe in piccoli  pezzi, ci viene da chiedere come può una rete raccoglierli, quindi la maggior parte del materiale presente la attraverserebbe senza problemi raggiungendo tranquillamente il mare e questo tipo di plastica purtroppo è proprio quella che i pesci mangiano e che entra nella catena alimentare  e che per la quale tutti gli enti preposti si stanno attivando e stanno lanciando un pesante allarme, compreso il nostro Ministero dell’Ambiente».

Videogallery

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