35.000 i contenitori per mettere in sicurezza (solo) le scorie meno radioattive

Confindustria e Sogin: costruire la filiera del decommissioning nucleare

Ma nessuno dice dove sorgerà il Deposito nazionale unico per mettere in sicurezza i materiali

[9 marzo 2017]

L’incontro “La chiusura del ciclo nucleare: le opportunità per la filiera italiana”, organizzato da Confindustria e Sogin, la società pubblica che si occupa del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione delle scorie radioattive, puntava a «rafforzare le sinergie fra Sogin, organizzazioni imprenditoriali di riferimento e il tessuto industriale italiano per cogliere le opportunità di sviluppo legate alla chiusura del ciclo nucleare, un settore in graduale espansione all’estero nei prossimi anni.»

L’incontro, aperto dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, e dall’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata, è proseguito con un workshop tecnico sulla supply chain di Sogin che ha approfondito la strategia di committenza e il processo di qualificazione degli oltre 350 operatori economici interessati.

Confindustria sottolinea che «Si tratta di asset strategici per la Società che contribuiscono a garantire sicurezza, sostenibilità ambientale ed elevati standard tecnologici. In particolare, nell’avanzamento delle attività di smantellamento è oggi prioritario per Sogin provvedere all’approvvigionamento dei contenitori per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi in vista del loro successivo smaltimento al Deposito Nazionale».

Sogin ha progettato questi contenitori e ha lanciato  una prima gara per la fornitura di alcuni prototipi destinati alla qualifica dei modelli per i rifiuti di bassa attività.

Secondo Sogin e Confinduastri «Si tratta di un primo passo concreto per l’approvvigionamento nei prossimi anni di oltre 35 mila contenitori per i rifiuti di bassa attività ai quali si aggiungeranno quelli per i rifiuti di media attività. La sola filiera produttiva di questi contenitori ha un valore complessivo di circa 250 milioni di euro».

Boccia ha detto che «Il decommissioning nucleare oltre ad essere un dovere per il futuro del Paese, è anche una grande opportunità di crescita e sviluppo. Abbiamo imprese leader mondiali e all’avanguardia nelle tecnologie dello smaltimento dei rifiuti e della sostenibilità ambientale. Oggi abbiamo messo una pietra importante per creare una filiera industriale in grado di intercettare una domanda crescente sia in Italia sia all’estero».

Desiata ha concluso evidenziato che il meeting «nasce dal comune obiettivo con Confindustria di creare una filiera industriale del decommissioning, un’attività essenziale per completare la transizione verso un sistema energetico più rinnovabile e sostenibile. Nel nostro lavoro ci confrontiamo già con partner e fornitori che, per tecnologia e know-how, rappresentano l’eccellenza industriale italiana. Mettere a fattor comune le specificità di ciascuno e creare una filiera nazionale è un’opportunità per il sistema Paese per essere più competitivi all’estero dove il settore del decommissioning sta crescendo».

Torna però alla mentre quanto scriveva  nel settembre 2015 per greenreport.it Francesco Ferrante, responsabile energia e green economy di Green Italia,  sula lista dei siti per il Deposito nazionale che avrebbe dovuta essere presentata dal governo il 20 agosto dello stesso anno e della quale non c’era e non c’è ancora traccia.

E torna alla mente il fatto che nel febbraio 2016, al convegno “La gestione dei rifiuti radioattivi e il sistema dei controlli. Esperienze a confronto tra Francia, Spagna e Italia”, promosso dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, l’allora presidente Sogin  Giuseppe Zollino disse che per realizzare il Deposito nazionale  «Le aree sono alcune decine. E alcune di queste aree sono abbastanza grandi per fare più di un deposito. Un centinaio di siti in cui farlo: ipotetici “100 indirizzi’”».

Indirizzi che sono ancora ipotetici e mentre si parla di realizzare 35.000 contenitori per le scorie radioattive a bassa attività,  nessuno dice ancora dove verrà messa l’ingombrante, costosissima e pericoloso eredità della folle avventura del nucleare italiano.