La campagna #unsaccogiusto di Legambiente, a 4 anni dall’arrivo della legge

False plastiche bio, l’Italia ancora terreno di sacchetti illegali

Da una parte le frodi, dall’altra scarsa comunicazione sulla gestione di questi rifiuti e il loro reale impatto sull’ambiente

[20 giugno 2016]

un sacco giusto

Ventisei campioni non saranno statisticamente significativi, ma rappresentano un indizio importante sulla diffusione dei sacchetti illegali in Italia. Su 26 campioni di bio-sacchetti analizzati dal Cnr di Catania per Legambiente e La Nuova Ecologia, prelevati in altrettanti punti vendita in tutta la Penisola, ben 6 (il 23% del totale) hanno evidenziato la presenza di polietilene, che in due casi poi era “non inferiore al 7%” e quindi in  chiaro contrasto con la normativa in vigore nel nostro Paese.

Negli altri campioni solo 4 sono risultati completamente privi di PE, mentre nei restanti 16 il polietilene era comunque presente anche se in quantità valutate come non particolarmente significative. Parliamo di buste che   al consumatore sembrano del tutto regolari e conformi allo standard Uni En 13432, con tanto di marchio di compostabilità.

Non è la prima volta che Legambiente conduce una simile indagine. L’anno scorso per la stesura del report “Sacchetti illegali” vennero analizzati 37 shopper presenti in punti della grande distribuzione in tutta Italia, e il 54% di questi risultò illegale: non compostabile. Quest’anno la percentuale individuata dal Cigno verde si riduce – e riguarda in particolare la presenza del polietilene negli shopper di bioplastica –, ma rimane significativa. «I risultati parlano chiaro – spiega Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente – ci troviamo di fronte a una frode con risvolti anche di natura ambientale che fa pensare a recenti vicende esplose nel mondo delle auto. In questo caso non è la criminalità organizzata ad agire ma normali aziende produttrici che contraffanno i prodotti che distribuiscono sul mercato. Un danno grave all’ambiente e all’economia sana, che rischia di compromettere l’efficacia di una normativa che ci vede  all’avanguardia  in Europa».

Oltre a portare avanti la campagna di comunicazione #unsaccogiusto, Legambiente ha quindi deciso di segnalare l’episodio all’Antitrust, autorità garante della tutela del mercato e dei consumatori che, ignari di quanto evidenziato grazie all’approfondita metodologia messa a punto dal Cnr di Catania, ritengono di poter riutilizzare i sacchetti per la raccolta della frazione organica.

Per una panoramica quanto più completa sul fenomeno, è utile qui ricordare che il nostro paese è stato il primo in Europa (nel 2012) a mettere al bando i sacchetti di plastica tradizionale, ben prima che l’Unione europea adottasse la direttiva sulla riduzione della plastica nei sacchetti per la spesa, e questa scelta ha contribuito indirettamente a promuovere lo sviluppo in Italia di una filiera industriale di pregio – si pensi a Novamont con il suo Mater-bi –, offrendo lavoro e innovazione al mondo della green economy.

Al contempo, la miccia che ha innescato questo processo sta in comportamenti tutt’altro che virtuosi. Se per primi in Europa abbiamo sentito la necessità di sacchetti biodegradabili è anche perché i cittadini italiani sono tra i più indisciplinati d’Europa nella gestione dei propri rifiuti, e quelli abbandonati nelle strade o nelle spiagge nostrane hanno assunto la dimensione di un problema assai rilevante. Le bioplastiche non risolvono il problema – è questo è vero soprattutto in riferimento all’inquinamento marino –, ma almeno leniscono l’impatto ambientale. Nessuna panacea: se dispersi nell’ambiente, i sacchetti bio si degradano “solo” molto prima di quelli tradizionali. In compenso, a causa di una carente informazione e comunicazione ambientale, molto spesso le bioplastiche vengono ancora differenziate dai cittadini insieme alle plastiche tradizionali, “inquinando” così l’intera partita e rendendo difficoltoso il suo riciclo effettivo: un punto sul quale rimane ancora molto da lavorare.

L. A.

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