Filippine, il presidente Duterte chiude per 6 mesi il paradiso turistico di Boracay: «È una cloaca»

Ambientalisti e opposizione: niente di ambientale, vuole favorire un mega-investimento cinese

[11 aprile 2018]

Secondo The Philippine Star,  il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha approvato la chiusura per 6 mesi dell’isola di Boracay, a partire dal 26 aprile. La clamorosa chiusura di quella che è ritenuta una delle più belle isole del mondo si basa sulle raccomandazioni dei dipartimenti dell’ambiente e delle risorse naturali (Denr), degli Interni e del governo locale (Dilg) e del turismo che chiedevano di sottoporre l’isola a una bonifica.

Harry Roque, portavoce del Presidente della Repubblica,  ha confermato  e ha detto che il governo stanzierà 2 miliardi di Peso (circa un miliardo di dollari) dal fondo per la calamità per aiutare i 35.000 lavoratori del turismo a sopravvivere alla chiusura dell’isola di Boracay.

Jonas Leones del Denr ha precisato che «Il fondo da 2 miliardi per le calamità coprirà solo i lavoratori disoccupati degli stabilimenti legali i Boracay». Quindi resteranno fuori tutti coloro che lavorano in nero o nel turismo “informale”, la maggioranza della popolazione. Leones ha aggiunto che i trasgressori delle leggi ambientali come il Clean Water Act saranno puniti e saranno tolte loro le eventuali concessioni.

Secondo il governo la chiusura e la bonifica di Boracay renderanno più facile restituire all’isola la sua bellezza e l’immagine di paradiso turistico che aveva in passato. Intanto le compagnie aeree Kalibo e Caticlan hanno già cancellato i loro voli verso Boracay.

Questo paradiso deturpato sorge a 300 km a sud della capitale delle Filippine Manila ed è una delle destinazioni turistiche più note dell’arcipelago, grazie al suo mare trasparente e alla sabbia fine di White Beach, la spiaggia principale dell’isola.

Già a febbraio Duterte aveva definito Boracay «Una cloaca» e aveva aggiunto che la sua acqua e le sue spiagge «Puzzano di merda»  per colpa del turismo di massa, per la pessima gestione dei rifiuti e l’ancor peggiore depurazione delle acque reflue.

L’obiettivo principale della drastica misura presa da Duterte  è quella di  «modernizzare il sistema fognario al fine di evitare che i complessi alberghieri e altre attività commerciali scarichino direttamente le acque reflue in mare».

All’inizio, Boracay doveva essere chiusa per due mesi o in diverse fasi, ma i dipartimenti governativi interessati la hanno ritenuta una misura inefficace e hanno raccomandato una chiusura semestrale . Una decisione che ha provocato le proteste di albergatori e lavoratori del turismo che dicono che la chiusura dell’isola imposta da Duterte porterà a una crisi economica duratura per tutta la popolazione di Boracay.

Questa iniziativa ha causato il malcontento di alcuni settori del governo e soprattutto non convince per niente le associazioni ambientaliste (che Duterte detesta) che sono convinte che non abbia niente a che vedere con uno sconosciuto amore per l’ambiente del presidente neofascista.  Infatti, mentre Duterte assicura che Boracay tornerà ad essere un paradiso e che ridurrà l’assalto del turismo di massa,  a marzo una compagnia cinese ha ottenuto la licenza per costruire un complesso alberghiero e di un casinò sull’Isola che prevede un investimento da 500 milioni di dollari.

La pensa così anche il senatore (indipendente di destra)  Antonio Trillares, secondo il quale «La chiusura dell’area non ha nulla a che fare con ragioni ambientali e la sua vera intenzione è quella di lanciare quel progetto».

Duterte ha respinto le accuse e ha affermato che «Dopo la pulizia, l’isola subirà una riforma agraria per spingere i contadini a riattivare le attività agricole in alcune aree».