In mare galleggiano 269mila tonnellate di plastica. E tutto il resto dov’è?

Più inquinate le zone costiere, soprattutto il Mediterraneo

[12 dicembre 2014]

L’insieme dell’inquinamento da plastica della superficie degli oceani è valutato in 5.250  miliardi di frammenti, cioè 269.000 tonnellate. È questa la cifra monstre cui è giunto un team di ricercatori internazionale coordinato dal 5Gyres Institue, che ha pubblicato su PlosOne lo studio “Plastic Pollution in the World’s Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea”.

Lo studio realizzato da un team di ricercatori statunitensi, neozelandesi, cileni, francesi, sudafricani ed australiani  è il più completo mai realizzato e mette insieme i risultati di 6 anni di lavoro e campionamenti effettuati percorrendo 50.000 miglia nautiche.  Grazie a questa prima stima globale dell’inquinamento da plastiche galleggianti, l’équipe internazionale ha potuto concludere che «le plastiche e microplastiche sono presenti nell’insieme dell’oceano mondiale».

Lo studio, avviato da Marcus Eriksen del Five Gyres Institute di Los Angeles, aveva l’obiettivo di raccogliere dati in tutti gli oceani del mondo per valutare l’importanza dell’inquinamento marno da plastiche ed i rischi associati. I ricercatori hanno modellizzato ed analizzato i dati frutto di 24 campagne oceanografiche realizzate negli ultimi 6 anni, utilizzando reti di d superficie per lo studio delle microplastiche e l’osservazione visiva per i pezzi di plastica più grandi.

Il Dipartimento di oceanografia e dinamica degli ecosistemi dell’Institut français de recherche pour l′exploitation de la mer (Ifremer) di Bastia, spiega che «secondo i nostri risultati, tutte le zone oceaniche, comprese le più remote, sono colpite Se le densità delle plastiche nelle zone di convergenza dei gyres oceanici  sono inferiori a quel che ci si attendeva o era stato precedentemente descritto, le zone costiere, soprattutto il Mediterraneo, sono molto colpite».

I ricercatori concludono che  le aree di convergenza oceaniche , i vortici impropriamente chiamati “isole di plastica, conosciute come gyres, «non sono zone di accumulazione permanente ma luoghi di trasferimento, di trasformazione e di redistribuzione delle plastiche galleggianti a causa dei fenomeni di degradazione attraverso diversi meccanismi e dei movimenti delle acque».

Il cileno Martin Thiel dell’Universidad Católica del Norte e che lavora anche con Esmoi e Ceaza, spiega a sua volta: «Ci saremmo potuti attendere quantità più importanti di particelle di piccole dimensioni ma, in maniera sorprendente, lo studio mostra che rappresentano il 90% del numero totale delle plastiche galleggianti ma solo il 10% del peso totale. È 100 volte meno di quel che ci aspettavamo».

Nello studio si legge che «l’inquinamento da  plastica viene spostato negli oceani di tutto il mondo dai venti prevalenti e dalle correnti di superficie. Questo è stato dimostrato per l’emisfero nord dove il trasporto di superficie a lungo termine (anni) porta all’accumulo di rifiuti di plastica nel centro dei bacini oceanici. I nostri risultati confermano un andamento simile per tutti gli oceani dell’emisfero meridionale. Sorprendentemente, gli importi totali di materie plastiche stabiliti per gli oceani dell’emisfero sud sono all’interno della stessa gamma per gli oceani dell’emisfero settentrionale, il che è inaspettato, dato che gli ingressi sono sostanzialmente più elevati nel nord che nel sud del mondo.

Questo potrebbe significare che l’inquinamento da plastica viene spostato più facilmente tra vortici oceanici e tra gli emisferi di quanto precedentemente supposto, il che porta alla ridistribuzione e il trasporto dei pezzi di plastica attraverso le correnti oceaniche. Inoltre, ci potrebbero anche essere importanti fonti di inquinamento di plastica nel Sud del mondo che non erano state rappresentate, come ad esempio le correnti che dal  Golfo del Bengala attraversano l’equatore a sud dell’Indonesia».

La alternativa è che una grande percentuale di materie plastiche potrebbe scomparire dalla superficie del mare, più di quanto stimato dai modelli precedenti, e che queste perdite potrebbero essere sproporzionatamente più alte nell’emisfero settentrionale, portando a livelli simili di plastica depositati sul fondo del mare. «In effetti – dicono i ricercatori – lo spiaggiamento di plastica galleggiante su spiagge locali sembra essere più importante nel nord che nel sud del mondo.  Anche altre perdite (affondamento, degradazione) possono essere responsabili del fatto che gli oceani dell’emisfero settentrionale contengono carichi di plastica relativi che sono inferiori al previsto in base agli scenari mondiali degli input». Per svelare questo “mistero”, i ricercatori ritengono necessarie ulteriori e più accurate ricerche.

Erikssen  ha sottolineato che «sfortunatamente, con una ripartizione mondiale, gli effetti di queste particelle colpiscono tutti gli ecosistemi oceanici, compresi  gli organismi marini, soprattutto I filtratori, lo zooplancton e gli organismi che vivono nei sedimenti. Possono anche concentrare gli inquinanti organici ed alterare il funzionamento delle catene alimentari».

Francois Galgani, dell’Ifremer, precisa che «queste plastiche galleggianti possono favorire il trasporto di organismi marini su lunghe distanze con conseguenze attualmente scarsamente conosciute».

Secondo Plastics Europe, l’organizzazione di categoria che rappresenta i produttori di plastica europei, in tutto il mondo nel 2012 sono state prodotte 288 milioni di tonnellate di plastica. «La nostra stima del peso globale di inquinamento di plastica sulla superficie del mare, da tutte le classi dimensionali insieme, è solo lo 0,1% della produzione annua mondiale – dicono i ricercatori – Tuttavia, sottolineiamo che le nostre stime sono altamente prudenziali e possono essere considerati stime minime. Le nostre stime delle macroplastiche  sono basate su un inventario limitato di osservazioni oceaniche e sarebbero notevolmente migliorate con la standardizzazione dei metodi e più osservazioni.

Inoltre non rappresentano la quantità potenzialmente enorme di plastica presenti sui litorali, sul fondo del mare, sospesa nella colonna d’acqua, e all’interno degli  organismi. Infatti, maggiore è il peso di relativo della macroplastic a rispetto alla meso e microplastica e la stima globale del peso della plastica galleggiane rispetto al peso della plastica prodotta annualmente, indica che la superficie del mare, non è probabile il dissipatore finale dell’inquinamento di plastica. Anche se una quantità significativa di meso e macroplastiche  può spiaggiarsi sulle coste (dove alcune potrebbero essere recuperato), la rimozione di microplastiche, colonizzate dal biota o mescolate con detriti organici, diventa economicamente ed ecologicamente proibitivo, se non del tutto impraticabile da recuperare. Questo lascia lo stoccaggio nei sedimenti il luogo probabile di riposo per l’inquinamento da plastica, dopo aver causato una miriade di effetti biologici lungo la strada, rafforzando in tal modo la necessità di soluzioni pre-consumo e per il flusso di rifiuti post-consumo per invertire questo crescente problema ambientale».

Il 5 Gyres Institute che basa le sue attività sui lavori di ricerca,  non criminalizza la plastica in sé ma sollecita l’industria a gestire l’insieme del ciclo di vita dei suoi prodotti e vuole favorire il riciclo e riuso delle materie e la produzione di polimeri biodegradabili. Secondo  Erikssen «Sembra essenziale favorire l’utilizzo di prodotti innovativi per rimpiazzare gli oggetti monouso. La buona notizia è che la fine degli apporti permetterebbe una degradazione nel tempo delle plastiche presenti e la diminuzione del problema. E’ tempo di trattare questo problema alla fonte per entrare in un processo di ripristino e di responsabilità».

Con i nuovi dati, soprattutto dal sud del mondo, e la nuova modellizzazione del carico di plastica negli oceani di tutto il mondo in diverse classi dimensionali, lo studio  dimostra che «c’è un enorme perdita di microplastiche dalla superficie del mare. La domanda “Dov’è tutta la plastica?” rimane senza risposta, evidenziando la necessità di indagare i molti processi che svolgono un ruolo nella dinamica delle macro, meso e microplastiche negli oceani di tutto il mondo».